Alessandro Albertin

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Alessandro Albertin, articolo di "Fiorenza Sammartino" su Persinsala Teatro
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Perlasca (2)
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Alessandro Albertin è in scena al Teatro India fino a domenica 26 novembre con un monologo profondo, intimo, giornalistico: il ritratto di Giorgio Perlasca, un eroe poco conosciuto che ha rischiato tutto per salvare decine di migliaia di vite umane di ebrei ungheresi. Come ha conosciuto la storia di Giorgio Perlasca e come ha ricostruito …

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Alessandro Albertin è in scena al Teatro India fino a domenica 26 novembre con un monologo profondo, intimo, giornalistico: il ritratto di Giorgio Perlasca, un eroe poco conosciuto che ha rischiato tutto per salvare decine di migliaia di vite umane di ebrei ungheresi.

Come ha conosciuto la storia di Giorgio Perlasca e come ha ricostruito la sua storia in forma di spettacolo teatrale?
Alessandro Albertin: «Fin da bambino avevo sentito parlare della sua storia a Maserà, il paese dei miei nonni paterni, dove visse anche Perlasca: tra le chiacchere di paese, usciva quasi sempre il discorso di questo signore che, a Budapest, durante la guerra aveva fatto delle cose importanti, ma erano voci, racconti, nulla di certo. La sua vera storia è emersa solo nel 1988, quando fu pubblicato La banalità del bene di Enrico Deaglio, primo libro dedicato a Perlasca, che io lessi e trovai interessantissimo. Ma non facevo ancora l’attore all’epoca, così rimase solo una storia nel cassetto.
Con il passare del tempo decisi di farci uno spettacolo, lessi così tutti gli altri libri che ne parlavano ed entrai in contatto con la Fondazione Perlasca. Tra i libri più importanti, oltre a La banalità del bene, vale la pena citare: l’Impostore, un libro raccolta dei suoi pensieri e annotazioni; Perlasca, un italiano scomodo di Dalbert Hallenstein e Carlotta Zavattiero, simile al precedente ma con una datazione e ricostruzione storica più precisa.
Questi testi sono sicuramente serviti per avere tutto il materiale storico, poi, nella fase di creazione della sceneggiatura, sorse un problema: una volta estrapolati gli elementi più significativi e messi l’uno a fianco all’altro, rileggendoli, mi accorsi che si rischiava di fare apparire Giorgio Perlasca come una specie di superman a cui andava bene tutto, quando in realtà per lui le difficoltà erano state enormi . Proprio per questo ho avuto l’esigenza di dare vita a un vero e proprio lavoro drammaturgico: ho creato così tre scene immaginarie ma assolutamente verosimili, tre momenti intimi e privati di Perlasca, che rilegge tre lettere personali indirizzate ai cari, in cui fa un resoconto di quanto sta accadendo. È in questi tre appuntamenti notturni che emergono le fragilità, le ansie, le frustrazioni di Perlasca, che si imponeva di essere duro di giorno ma che di notte, probabilmente, annegava nelle frustrazioni, nelle paure, nei dubbi. Ripeto, sono lettere inventate ma servono anche come informazioni per il pubblico, anche perché sono inserite in un certo spazio temporale fra loro e nei momenti cruciali della storia di Perlasca».

Che tipo di collaborazione è stata avviata con la Fondazione Perlasca?
 A.A.: «Come anticipavo, quando abbiamo deciso di fare questo spettacolo, io e la mia associazione culturale Overlord, siamo entrati in contatto con la fondazione – creata da Franco Perlasca con l’obiettivo di onorare la memoria del padre e programmare attività culturali, umanitarie di ampia portata – che ci ha dato il patrocinio e poi ci ha sempre appoggiato e aiutato nelle nostre iniziative. Con Franco, il figlio di Giorgio Perlasca, facciamo degli incontri nelle scuole e con i ragazzi e ormai si è istaurato un solido rapporto».

A cosa è dovuta la decisione di paragonare la storia di Perlasca a una partita di calcio?
A.A.: «Il paragone con il calcio è nato prima di tutto perché Perlasca ne era appassionato, da italiano medio qual era (la cosa straordinaria di Perlasca era l’essere uomo comunissimo). Poi, leggendo e rileggendo i punti salienti della storia, vedevo che nelle vicende e circostanze raccontate c’era proprio lo stesso meccanismo tipico di tutti gli sport di squadra: inizia la partita, c’è un po’ di studio tra le squadre fino a quando una delle due prende coraggio, attacca, fa un punto, poi lo subisce … proprio come è successo al nostro uomo.
Mi è dunque venuto spontaneo scrivere il testo così, e devo dire che ho sempre avuto molti riscontri positivi al riguardo, tutti dicono che è un paragone che regge benissimo perché porta a capire più facilmente la storia, la rende più fruibile a tutti.A Roma c’è una qualità di ascolto commovente ogni sera. Sento una concentrazione vera e sincera, anche durante le repliche scolastiche».

Lo spettacolo è rivolto a un pubblico vasto. Proprio rispetto alle repliche dedicate agli studenti di scuole medie e superiori quali sono state le reazioni?
A.A.: «Lo spettacolo è sicuramente indicato alle scuole, da quando ho cominciato a farlo c’è una richiesta pazzesca. Il problema è che la maggior parte degli istituti lo vogliono in scena a ridosso della giornata della memoria del 27 gennaio, mentre io credo sia una storia che si può e si deve raccontare in qualsiasi momento. Mi è capitato di farlo anche in scuole in cui non esisteva un vero e proprio spazio teatrale, in aula magna, e devo dire che i ragazzi sono comunque sempre attentissimi, anche in spazi non teatrali dove non si crea il buio in sala.
Rispetto a miei altri spettacoli che prevedevano delle matinée per le scuole e in cui i ragazzi si distraevano, con Perlasca c’è sempre un’ attenzione imbarazzante, anzi posso dire che per questo spettacolo qui, probabilmente le soddisfazioni migliori le ho proprio con le scuole, dove trovo un silenzio di tomba dalla prima all’ultima battuta, una concentrazione vera e sincera. Per me è importante fargli capire che se vogliono, potenzialmente, possono dire di no a qualcosa di terribile che gli sta succedendo».

Come è cambiato lo spettacolo nell’arco di questi mesi di repliche e tournèe? Ci può raccontare quali sono le difficoltà nell’ affrontare un personaggio simile e se tutto questo ha portato a dei cambiamenti nella sua visione ed interpretazione da attore?
A.A.: «Devo dire che lo spettacolo non ha subito particolari variazioni. È nato cosi ed è rimasto così, faccio le stesse azioni dalla prima volta. È sicuramente uno spettacolo difficile non solo al livello emotivo ma anche vocale, perché in un monologo di circa un’ora e venti interpreto personaggi completamente diversi fra loro. Allo stesso tempo questo cambiare personaggi è un divertimento pazzesco, rappresenta per me il gioco del teatro, quel fare i ruoli dei bambini quando giocano a guardia e ladri.
La mia capacità di saper usare la voce è dovuta al mio grande Maestro Franco Branciaroli, l’incontro professionale più importante della mia vita. Franco mi ha insegnato tante cose con una pazienza disarmante, ma soprattutto mi ha insegnato a dare valore a tutte le battute e a non buttare via niente, a evidenziare anche le congiunzioni. Una base di lavoro che poi ho scardinato ma che mi porto dentro quotidianamente.
Ho sempre paura in camerino prima di cominciare, paura di non arrivare a essere coinvolto come questa storia necessita, paura di essere disturbato da qualcosa, paura di non avere le luci giuste… ma poi tutto svanisce ogni volta che comincio lo spettacolo. Fin dall’inizio, da quando interagisco con il pubblico rivolgendogli delle domande, mi sento catapultato in un vortice di sensazioni e di emozioni. Arrivano in modo naturale e ingestibile anche i momenti di commozione vera sincera come alla fine della scena della stazione con Eichmann, o nella scena della lettera al figlio (durante la quale penso a mio figlio di sette anni).
Se sento in platea qualcuno che si commuove, essendo molto dentro al personaggio, mi viene da piangere da matti; ma subito mi fermo e cerco di non andare in quella direzione, non saprei come gestirla: dovrei chiedere di fermarmi, sfogarmi, poi riprendere. Proprio per questo cerco di reprimere la commozione, per giocare in contrasto e lasciare l’emozione che c’è, senza cavalcarla. Alle prime repliche avevo il timore di entrare nel meccanismo della routine, come mi è capitato in altri spettacoli. Ma non è mai successo. Con Perlasca ogni sera è un piacere immenso, una gratificazione enorme, ho proprio la sensazione, dato il silenzio e la qualità degli applausi, di lasciare qualcosa di importante al di là dalla mia interpretazione, sento che la gente mi ringrazia per avergli fatto conoscere questa storia.
Perlasca è ancora poco conosciuto, è un personaggio che è sempre stato un po’ scomodo. Alla sinistra più estrema non è mai andato giù che lui fosse stato fascista, a quelli di destra non piaceva che non avesse aderito alla Repubblica di Salò. Il mio obiettivo è quello di fare conoscere la sua storia, al di là di tutto».

Se potesse incontrare Perlasca, c’è qualcosa che gli piacerebbe chiedergli? 
A.A.: «Credo mi limiterei ad abbracciarlo. I complimenti più toccanti che io ricevo alla fine di questo spettacolo sono come quelli di qualche sera fa, con la signora ebrea di 93 anni che con le lacrime agli occhi mi ha chiesto se poteva abbracciarmi. Quando tu abbracci una persona così e senti che ti sussurra grazie, non c’è bisogno di altro.
Quindi, anche se mi dovessi trovare a quattro occhi con Perlasca, sicuramente non gli direi niente, lo abbraccerei, o al massimo gli direi le ultime battute dello spettacolo: muchas gracias Jorge».

Lo spettacolo continua
Teatro India

Lungotevere Vittorio Gassman 1, Roma
fino al 26 novembre
giovedì ore 19.00
venerdì e sabato ore 21.00
domenica ore 17.00

Perlasca. Il coraggio di dire no
regia Michela Ottolini
scritto e interpretato da Alessandro Albertin
luci Emanuele Lepore

5,00

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