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Carl. Una ballata

Carl. Una ballata, articolo di "Daniele Rizzo" su Persinsala Teatro
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Carl. Una ballata
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Il Teatro Trastevere ospita Carl. Una ballata, splendida prova di maturità della giovane Compagnia L’Elefante. Luci accese. Una donna (Giulia Trippetta) siede su un ampio e modulare mobile a cassettoni. Un telefono senza fili le squilla fastidiosamente accanto. Invece di rispondere, questa «donna piena di carattere e difetti» invita il marito Carl (Luca Carbone) a farlo. …

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Il Teatro Trastevere ospita Carl. Una ballata, splendida prova di maturità della giovane Compagnia L’Elefante.

Luci accese. Una donna (Giulia Trippetta) siede su un ampio e modulare mobile a cassettoni. Un telefono senza fili le squilla fastidiosamente accanto. Invece di rispondere, questa «donna piena di carattere e difetti» invita il marito Carl (Luca Carbone) a farlo. All’alquanto bizzarra chiamata segue l’arrivo di un curioso personaggio, «un ragazzo, dalla voce giovane e cordiale» (Francesco Cotroneo). Carl, Lei e Lui, insieme solo come monadi che non hanno porte né finestre dalle quali comunicare o stabilire un’autentica relazione, ripercorreranno una strada in bilico tra il perdersi, il ritrovarsi e il volersi perdere ancora una volta, prima che il main character di questa ballata corale si accasci nella luce che lentamente si affievolisce. Il corpo di Carl ha vacillato, scosso da spasmi e nevrosi, la sua volontà è stata piegata dal ricatto di Lui, ora – last but not least – la sua stessa coscienza di «brav’uomo [che] non ha segreti [e] vive rintanato in casa, in tranquillità» frana, sconfitta da un ormai lancinante sentimento di estraneità al proprio spazio e al proprio tempo. Il sipario è il buio della psiche di Carl, oscurità esistenziale impossibile, per lui come per gli astanti, da ignorare, sublimazione del dramma quotidiano di chi si desta in piena notte e, talvolta, ignora la percezione stessa della propria persona e del luogo nel quale si trova.

È questo l’apparentemente lineare impianto narrativo di Carl. Una ballata, spettacolo finalista al Premio Nazionale delle Arti 2017, presentato in prima assoluta al Teatro Trastevere di Roma dalla giovane Compagnia L’Elefante, al secolo Giulia Bartolini (autrice e regista), Luca Carbone, Francesco Cotroneo, Giulia Trippetta (interpreti) ed Enrico Morsillo (musiche originali).

Straziante nel reciproco abbandono che lega i tre personaggi, il cui stare insieme passa dalla pacatezza al sarcasmo, dai sussurri alle strilla, dagli amorevoli consigli alle invettive, Carl. Una ballata urla sommessamente la drammatica condizione di chi, scoperta la vacuità del rifugio nell’inautenticità del possesso delle piccole cose («trascorrono le loro giornate, tutte uguali, all’interno di quattro mura, con una bella carta da parati e poche uscite […] non hanno figli, non hanno scopi, pare che si amino»), si ritrova di fronte al bivio della vita, alla scelta se rassegnarsi a occultare la cicatrici della propria coscienza e, di conseguenza, sopportarsi nella totale mediocrità o se saltare senza paracadute e, dunque, fare i conti con se stesso e con il mondo nella solitudine e nel silenzio della propria intimità.

L’allestimento non si accontenta, però, di individuare la personalità di Carl con il riferimento alla rimozione del passato (pur immobilizzante e, in parte, meschino), tanto meno di motivarne la deformazione attraverso un ingenuo parallelismo con la sua semplice reminiscenza.

Ciò che sembra affliggere Carl è una vera e propria malattia storica, i cui sintomi riferiscono alla percezione monumentale e nostalgica di un tempo ormai perduto, a una memoria che, proprio a causa di questo paradossale attaccamento alle proprie radici, ha finito per spegnerne ogni volontà di agire e reagire e ne ha mortificato in toto lo slancio vitale. Non potendo, o non volendo, lottare contro ricordi che lo incatenano all’ammirazione dell’ormai accaduto (per non fare i conti con l’insoddisfazione nel, del e per il presente), a Carl manca, allora, la volontà di dimenticare e così salvarsi dalla deriva in un mare di rimpianti e di rimorsi. La sua è un’esistenza priva della forza necessaria per anelare all’oblio, ossia alla capacità di confrontarsi e, se necessario, condannare il passato, e respirare l’aria di una vita reale, sincera e piena anche della sua dimensione tragica e dell’ignoto che la circonda.

Eluse banali generalizzazioni e senza eccedere nella ricerca del virtuosismo, la Bartolini scorge mirabilmente la profondità abissale di questa posizione e l’essersi limitata a sfiorarne la complessità con «un racconto di vita, un piccolo romanzo di formazione e allo stesso tempo un viaggio all’interno della memoria di tutti noi» non rappresenta affatto una pecca, quanto l’ulteriore potenzialità di uno spettacolo già gravido di virtù.

Nonostante un ritmo con pochi contrappunti e una scena a tratti ridondante nelle geometrie attorali, il testo e la lucida regia di Giulia Bartolini esaltano la naturalezza di interpreti impeccabili (di Giulia Trippetta non ha convinto solo l’impostazione volutamente stonata del pezzo cantato) e – decidendo di promuovere la riflessioni attraverso una dialettica verbale aperta e grottesca senza implodere in spaccati intimistici – ammiccano sapientemente a una prospettiva di straniamento ben equilibrata dalla ricerca del divertissement, con momenti comici, di black humor e sfumature uggiose volte a edificare «un mondo fantastico, lontano e allo stesso tempo incredibilmente vicino a quella che è la nostra realtà».

Carl. Una ballata è allora un allestimento già potente e al quale, dopo averne letteralmente ammirato la personalità drammaturgica, registica e recitativa, auguriamo gambe lunghe per girare come merita e, magari, andare oltre la scialba e ripetitiva scena romana.

Lo spettacolo continua:
Teatro Trastevere
via Jacopa de’Settesoli 3, 00153 Roma
dal 27 al 31 Marzo alle 21.00

Carl
Una ballata
drammaturgia e regia Giulia Bartolini
con Luca Carbone, Francesco Cotroneo, Giulia Trippetta
musiche originali di Enrico Morsillo

4,00

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