Elisa Taddei

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Elisa Taddei, articolo di "Simona Maria Frigerio" su Persinsala Teatro
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Dal 2004, regista all’interno della Casa Circondariale di Sollicciano (a Firenze), Elisa Taddei segue un percorso che trova tutt’oggi motivante – nonostante le difficoltà che deve affrontare, come altri suoi colleghi impegnati in attività culturali all’interno dei luoghi di reclusione. A sostenere i suoi progetti, oltre alla Regione Toscana, la Fondazione Carlo Marchi, in un …

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Dal 2004, regista all’interno della Casa Circondariale di Sollicciano (a Firenze), Elisa Taddei segue un percorso che trova tutt’oggi motivante – nonostante le difficoltà che deve affrontare, come altri suoi colleghi impegnati in attività culturali all’interno dei luoghi di reclusione. A sostenere i suoi progetti, oltre alla Regione Toscana, la Fondazione Carlo Marchi, in un connubio pubblico/privato che, a Sollicciano, funziona da oltre un decennio con risultati, anche dal punto di vista artistico, decisamente notevoli.

Come nasce la sua esperienza teatrale nel carcere di Sollicciano?
Elisa Taddei: «L’esperienza nasce nel 2004 , quando proposi il mio lavoro alla direzione del carcere, dato che risultavano un po’ scoperti relativamente all’attività teatrale. Dopo di che, presentai il progetto al Coordinamento regionale Teatro e carcere e, completato l’iter, iniziai a lavorare a Sollicciano. L’anno successivo, su sollecitazione di un amico che mi consigliava di rivolgermi anche ai privati per raccogliere fondi, mi sono messa in contatto con la Fondazione Carlo Marchi che da allora, ogni anno, sulla base del nostro progetto, ci dà un contributo economico per realizzarlo».

Questa estate avete comunicato che non si sapeva se la Regione Toscana avrebbe rinnovato le convenzioni per l’attività teatrale in carcere. La situazione si è sbloccata?
E.T.: «Sì. Per fortuna, la situazione è tornata alla normalità. Ogni anno, presentiamo un progetto e, sulla base dello stesso, riceviamo un finanziamento».

L’anno prossimo Cantiere Florida presenterà una serie di spettacoli con Compagnie di teatro che lavorano in carcere e incontri sul tema. Com’è nato il vostro rapporto con il Florida?
E.T.: «I rapporti con Cantiere Florida sono nati nel 2015, quando il teatro si è offerto di ospitare uno dei nostri spettacoli nel loro spazio. Purtroppo, all’ultimo momento, non sono arrivate le autorizzazioni all’uscita per la metà dei membri della Compagnia. In realtà, è stata una sorpresa, perché sembrava che tutto procedesse per il meglio e, del resto, avevamo già fatto una serie di uscite negli anni precedenti. Comunque, la volontà di tutti era tale che la replica prevista in teatro è stata fatta all’interno di Sollicciano, supportata da Cantiere Florida, che si è offerto di gestire la promozione e i contatti con la stampa in modo tale che il proprio pubblico entrasse in carcere. A quel punto ci siamo accorti dell’importanza dell’evento, perché era come se il teatro di Sollicciano si aprisse finalmente ad altre categorie di spettatori, al di fuori del circolo dei volontari o degli operatori. Un tentativo di uscire da un ambito più angusto, che stavamo già facendo ma che si è concretizzato con evidenza grazie a quell’occasione. A giugno di quest’anno, quando abbiamo messo in scena a Sollicciano, Dal carcere, naturalmente abbiamo invitato gli organizzatori del Florida, i quali sono venuti e sono rimasti commossi. Loro avevano già intenzione di fare una rassegna sul carcere e il nostro spettacolo è sembrato perfetto per il progetto che avevano in mente. A livello legale ci sono però dei problemi, dato che la nostra Compagnia è formata in gran parte da detenuti che non hanno ancora ricevuto la sentenza definitiva e che non possono usufruire di permessi all’esterno. Di conseguenza abbiamo deciso che, per la rassegna, replicheremo la formula dell’anno scorso, mettendo in scena lo spettacolo all’interno del carcere. Mentre è previsto che il monologo Malesigu si tenga a Palazzo Medici Riccardi».

Quest’anno, per la prima volta, avete raccontato, con lo spettacolo Dal carcere, la vita dei reclusi. Come mai questa scelta?
E.T.: «In realtà, è quasi un paradosso. Dato il tipo di lavoro che porto avanti era un passo necessario. Io ho sempre cercato, soprattutto negli ultimi cinque o sei anni, di trovare tematiche che non riguardassero solamente il recluso ma coinvolgessero anche lo spettatore in prima persona. Di conseguenza, anche partendo da testi teatrali, abbiamo scelto sempre delle storie che si collegassero alla realtà sociale. A un certo punto, però, mi sono detta che stavamo dimenticando che il carcere è, esso stesso, un elemento della nostra società e, come tale, può diventare un argomento che possiamo affrontare sul palcoscenico. Da questa riflessione, abbiamo iniziato a elaborare lo spettacolo».

È stato difficile per i reclusi parlare di sé e della loro vita in carcere?
E.T.: «Per loro è stato molto difficile non tanto raccontare se stessi, quanto la realtà che stanno vivendo. Ricevevo continui dinieghi. Mi ripetevano: “Elisa, questa cosa non si può dire”, oppure: “Per quest’altra, poi ci diranno qualcosa…”. In breve, mi facevano presente che non si può dire tutta la verità. La difficoltà è stata trovare un modo e una forma per raccontare la loro realtà. Faccio un esempio pratico per chi ha visto lo spettacolo. La scena in cui un uomo sta seduto in attesa di un colloquio, con un orologio appeso alle sue spalle sempre fermo, doveva essere interpretata da un certo attore, il quale, anche con grande sofferenza nel prendere la decisione, ha scelto di non farla perché temeva delle ripercussioni. E nonostante gli abbia ripetuto più volte che la responsabilità era mia e che non avrebbe offeso nessuno, non se l’è sentita».

Com’è la situazione carceraria di Sollicciano e quali difficoltà incontrate nell’organizzazione delle vostre attività?
E.T.: «Dipende dalle sezioni. Ce ne sono alcune dove i detenuti rimangono chiusi in cella anche venti ore al giorno, mentre altre – come il penale – dove vige la socializzazione aperta. Per quanto riguarda la nostra attività, essendo Sollicciano una Casa circondariale, c’è un grande turn over. Ovviamente ci sono detenuti giudicati in maniera definitiva, ma la maggior parte dei reclusi che aderiscono a un progetto teatrale difficilmente è ancora presente in carcere per il successivo. Di conseguenza, anche la composizione della Compagnia è molto fluida. Del gruppo storico, resta solo l’interprete del monologo al quale ho accennato. Non a caso, in questi giorni sto facendo i colloqui per allargare il gruppo, dato che molti tra gli attori che hanno lavorato in Dal carcere, lo scorso giugno, sono stati trasferiti o sono usciti».

Vi è richiesta a entrare in Compagnia? L’interesse è dovuto a un’esigenza personale e specifica, o è solamente un modo – legittimo, ovviamente – per impegnare il tempo?
E.T.: «Le motivazioni sono diverse ma, di solito, il motivo principale è uscire di cella. Ricordo che un anno ebbi addirittura un centinaio di richieste di partecipazione. Fui costretta a fare i provini in carcere. Il che mi sembra assurdo. Oggettivamente, però, non sono in grado di tenere su un palcoscenico trenta o quaranta persone. Dovremmo avere la possibilità di presentare più progetti contemporaneamente ma, a quel punto, dovremmo risolvere il problema dell’esiguità degli spazi all’interno di Sollicciano. Inoltre, vi è carenza di personale».

Voi, come Compagnia, e lei, come regista impegnata da anni in carcere, siete stati coinvolti, per raccontare la vostra esperienza, dagli Stati Generali dell’esecuzione penale, voluti dal Ministro Orlando?
E.T.: «No, né come gruppo né io in prima persona».

Al di fuori del carcere, segue altri progetti o si dedica unicamente all’attività che svolge a Sollicciano?
E.T.: «Krill esiste con l’unico scopo di lavorare all’interno del carcere. Se non si ha una forte motivazione e un interesse sincero non si può fare questa scelta, anche perché il confronto e il ritorno a livello umano è molto motivante».

Sulla base della sua esperienza pluriennale, quale pensa sia la priorità per un detenuto, oggi, in un carcere come Sollicciano. E di cosa avrebbe bisogno la sua Compagnia per lavorare meglio?

E.T.: «Per i detenuti penso che l’esigenza prioritaria sia poter lavorare. In un carcere ci sono moltissimi che non fanno niente, tranne restare rinchiusi. Bisognerebbe trovare un sistema, anche con l’ausilio di aziende private, per impegnare queste persone in un’attività. Per quanto mi riguarda, da esterna, l’esigenza principale sarebbe avere più tempo a disposizione. Soprattutto per le prove degli spettacoli».

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