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FaustBuch, articolo di "Mailè Orsi" su Persinsala Teatro
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In scena al Dialma Ruggiero di Spezia FaustBuch. Enrico Casale affiancato dagli irresistibili Decillis, Burgalassi, Cellaro, ridiscute il concetto di norma e mediocrità, ribaltando le regole del gioco. Che c’è da guardare, è il titolo di un libro di Andrea Porcheddu dedicato al teatro sociale d’arte, quello cioè che lavora su e con la diversità. …

Modern Freak Show – Uno su mille (ce la fa)

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In scena al Dialma Ruggiero di Spezia FaustBuch. Enrico Casale affiancato dagli irresistibili Decillis, Burgalassi, Cellaro, ridiscute il concetto di norma e mediocrità, ribaltando le regole del gioco.

Che c’è da guardare, è il titolo di un libro di Andrea Porcheddu dedicato al teatro sociale d’arte, quello cioè che lavora su e con la diversità. Una riflessione sullo sguardo, perché si sa che, almeno in parte, è il modo in cui noi guardiamo a definire ciò che viene guardato.
Che c’è da guardare, quindi, in FaustBuch? È vero, lo spettacolo rientra in un particolare focus della Stagione di Fuori Luogo, intitolato Fuori Norma, e dedicato al teatro con attori diversamente abili, ma è lontano dal poter essere ascritto a questa categoria che, nel bene o nel male, proprio in quanto categoria, rischia di essere restrittiva. In FaustBuch vediamo in scena alcuni attori professionisti (con disabilità), ma si tratta di una di quelle occasioni in cui è la norma a essere messa in discussione, a mostrarsi come etichetta superficiale e restrittiva, e in cui, al contrario, si mettono in luce la varietà, le grandi potenzialità e il fascino della differenza. La norma si trasforma da imposizione esterna a manifestazione dalla singola peculiarità dell’individuo, della sua propria realtà, facendo perdere il senso di tutte le valutazioni, i giudizi e le diagnosi – ivi incluso il concetto di disabilità. Questo ci dimostra il quartetto in scena.

Chi si dimostra veramente disabile, in scena, è Fausto, debilitato dai limiti che è convinto di avere. Forse è reso disabile proprio perché ha posto la norma fuori di sé. È reso disabile dalla sua fame di fama. Reso disabile, alla fine, non dalla sua mediocrità, ma dalla sua ossessione, dalle sue idee, dalla sproporzione abissale del “tutto subito”. Wagner, il maggiordomo tuttofare, introduce la storia, il racconto della tragica caduta di Fausto, il suo padrone, uomo disperato, sull’orlo del suicidio. Non è famoso. Nessuno, a parte Wagner, lo conosce e lo apprezza. Sebbene il povero servitore invochi e ricrei per lui un pubblico inesistente, passi il tempo a lodarlo e a incoraggiarlo, per Fausto, ormai diventato insensibile agli sforzi di Wagner, non resta che chiedere aiuto a Mefistofele.

Certamente, uno dei pregi di questo spettacolo è quello di aprire uno spazio di riflessione su un argomento così imbarazzante e, al tempo stesso, fondamentale. Un territorio che si rivela un bosco fitto e contorto dentro il quale è difficile muoversi: il concetto di mediocrità. Molti problemi sono annodati intorno al suo nucleo centrale. Ad esempio, il desiderio di riconoscimento. Un desiderio che, insieme a quello di essere amato, si assolutizza. C’è poi la consapevolezza dei propri limiti, che rivela la tormentata angoscia di una costitutiva impossibilità a raggiungere la vetta.
Davvero soltanto il genio ha la possibilità di fare grandi cose? Solo chi ha la grazia si salverà?
Eppure ci si chiede: cos’è la vetta? E quando può dirsi raggiunta?
Il problema di Fausto, però, è quello di essere preda della perversa etica/estetica contemporanea, quella del talent show e dell’audience massmediatica.
In scena la mediocrità è accecamento. Mediocrità si declina come perdita di prospettiva e di profondità. È il non concedersi il tempo per crescere e, insieme, assenza di autonomia e di indipendenza. Basterebbero infatti il pensiero critico e la riflessione a smontare l’accecamento della logica folle dei talent. Fausto vuole tutto (la fama), subito, e senza nessun particolare motivo di merito. Egli sa che oggi è possibile ottenerlo e sa anche come fare. Ma si tratta di una situazione esistenziale che in definitiva non ha a che fare con l’arte, forse neanche col talento, e forse nemmeno con la fama in sé. E il racconto, inteso in senso metaforico, come parabola dei nostri tempi, ci insegna anche che la fama, oggi, è un contenitore vuoto, senza contenuto, destinata – anche una volta raggiunta – a mostrarsi insufficiente a nutrire l’individuo – che misero era e misero rimane, anche se famoso.

Nella vicenda raccontata, il punto di riferimento, cui si guarda con speranza nella stipula del contratto, è un Lucifero in versione contemporanea, ovvero il candidato/concorrente di X-Factor (nome d’arte Lucifero, appunto), che si presenta ai giudici del programma con lo scopo di raggiungere la fama in tutto il mondo. Nella visione tradizionale, Lucifero è colui che porta la luce, e soprattutto colui che disobbedisce. Nella suggestiva mitologia tolkieniana è colui che canta fuori dal coro. Qui, non è che un nome provocatorio, per un personaggio provocatorio, allo scopo di attirare l’attenzione e arrivare alla fama attraverso un solo passaggio televisivo. Al demonio non appartiene più l’intelligenza critica che mette in discussione Dio e porta la luce, no. Il Diavolo non è colui che divide, no. Il Diavolo è stupido, il Diavolo sogna un paradiso sotto la luce dei riflettori ( e ci si chiede chi sia la divinità, a questo punto).
Così il freak show, ossia lo spettacolo che il fenomeno strano – il mostro – fa di sé, diventa questo: l’esibirsi e il successo di una persona il cui unico motivo di interesse risiede nell’aver fatto la figura dell’idiota davanti ai giudici di X-Factor. Nient’altro. Idem per FaustBuch, esso stesso freak show della triste dissennatezza di Fausto. Don Chisciotte del talent, anziché combattere mulini a vento e compiere imprese simil cavalleresche, sfila come un modello, come una rockstar davanti a una folla inesistente, risponde a domande irriverenti e litiga con la critica.
I due servitori di Satana, i due diavoli che lo ingannano, si rivelano due poveri disgraziati senza particolare talento che abitano questo nuovo inferno, e soffrono per l’incapacità di accedere all’empireo della fama.

Belle le scene, semplici, lineari, e le proiezioni dal forte sapore espressionista; così anche la soluzione della grande cornice/quadro/specchio, in cui sono proiettati i video e compare l’ombra del demonio, giocata sulla sproporzione fra piccole sedie e piccoli mobili – formato bambino – e la cornice gigante. Su di essa scorrono le visioni e le illusioni di grandezza di Fausto, che si oppongono alla sua piccolezza, inconsapevolezza e immaturità. Piccolo contro grande per un Fausto bambino, non cresciuto, non solido (vittima di una spettacolare caduta appena nato: si è forse rotto?). Intrigante anche la differenza di atmosfera fra prima e seconda parte, lirico wagneriana nella prima e contemporanea, massmediatica, da talent nella seconda. Affascinante a sua volta l’uso del tappeto rosso, il famoso red carpet, in cui si esemplifica il legame perverso col demoniaco e il peccato.
Fantomatica, onirica, visionaria, inafferrabile, invece, la figura di Elena, di cui tuttavia non si comprende fino in fondo la posizione “ontologica”, verrebbe da dire, e neanche drammaturgica. In teoria risulta tutto molto chiaro, ma è come se a livello di realizzazione qualcosa si inceppasse. La sua figura, inoltre, è debole dal punto di vista scenico: si muove con fatica, in modo legnoso, non disinvolto, risentendone quindi a livello di fascino e di energia (fra l’altro, si soffre nell’ansia che caschi dai tacchi e si sloghi una caviglia).
Nella seconda parte dello spettacolo (dopo la stipula del patto, e soprattutto con la proiezione del video di Lucifero) qualcosa pare ingarbugliarsi, confondersi, come se una parte scivolasse sull’altra. Vedere il video del provino di Lucifero (forse il disvelarsi dell’epopea del Diavolo, della caduta dal paradiso?) in qualche modo smonta la costruzione drammaturgica precedente, come se fosse l’apparizione del mago dietro la tenda. Perde di fascino retroattivamente anche il bel montaggio di voci della prima parte, così suggestivo ed eloquente, emblema di quelle stesse voci che assillano e che governano il nostro quotidiano, le voci del nostro inferno, o delle nostre divinità crudeli.

Lo spettacolo è andato in scena:
Centro giovanile Dialma Ruggiero
via Monteverdi, 117
La Spezia, (SP)
giovedì 22 febbraio, ore 21.15

FaustBuch
regia e drammaturgia Enrico Casale
in scena Enrico Casale, Andrea Burgalassi, Michael Decillis e Ivano Cellaro
scene Alessandro Ratti
tecnico Margherita Roccabruna
produzione Gli Scarti
Menzione speciale e Premio della giuria ombra
Premio Scenario 2017 Santarcangelo Festival sezione Ustica

 


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