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Giorgio Tirabassi

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Al Teatro Vittoria di Roma è in scena Coatto unico… senza intervallo di Giorgio Tirabassi, che tanto successo ha riscosso dagli esordi fino a oggi. Uno spettacolo in cui l’attore veste anche i panni di musicista e cantante, tratteggiando alcune figure della romanità tanto divertenti quanto vere; il tutto accompagnato da un blues misto a elementi tipici dello stornello romano. In questa occasione Persinsala ha intervistato il protagonista unico.

Lei ha iniziato il suo percorso di attore nella scuola di Gigi Proietti, cosa ha acquisito in quegli anni?

Giorgio Tirabassi: «Non è proprio così. Nell’80 ho frequentato la scuola privata di Claretta Carotenuto e dopo un paio d’anni sono entrato nella compagnia di Proietti insieme a quelli che uscivano dal primo laboratorio. Avendo lavorato con lui per nove anni è un po’ come se avessi fatto il laboratorio e senza dubbio è stata la mia formazione migliore. È come quando uno fa le elementari, mi sono rimaste le basi, dall’educazione teatrale allo studio dei tempi comici, alla costruzione della gag, al rapporto col pubblico, insomma tutto. Ho avuto una gran fortuna a lavorare con un attore di grandissimo talento come Proietti.»

Nel suo percorso ha sempre alternato il teatro alla televisione: come è riuscito a coniugare questi due mondi che, soprattutto ai nostri giorni, appaiono così lontani?

G. T.: «Il varietà e le cose che hanno fatto in televisione erano anche quelle che si facevano in teatro, dopodiché l’intrattenimento televisivo è diventato anche un’altra cosa, si è evoluto, sono stati creati dei programmi che sono dei contenitori di comici. La televisione che faccio io è un’altra cosa, è una televisione di fiction e non ha nulla a che vedere col varietà. L’attore è attore, recita, in cinema, in teatro e in tv. Poi c’è quello che si specializza facendo soltanto teatro o soltanto tv o soltanto cinema, ma nel dna dell’attore c’è tutto, si tratta solo di scegliere, capire quali sono le proprie corde e svilupparle. Almeno io la vedo così. È più probabile che chi fa un certo tipo di cinema o un certo tipo di televisione non abbia rapporto col teatro, ma quella è una questione di formazione attoriale.»

Sia per il teatro che per il cinema lei ha lavorato con grandi personalità, Proietti, Mastroianni, Manfredi, Gassman, Sandrelli, Giannini. Come ha vissuto queste esperienze? E secondo lei come è cambiato il modo di essere attore da quell’epoca a oggi, crede ne sia stata raccolta l’eredità?

G. T.: «Gassman, come altri, ha raccolto l’eredità di Novelli, di Zacconi, di tutti quegli attori dei primi del Novecento meno conosciuti perché ci sono rimaste poche testimonianze, rarissime riprese televisive o cinematografiche. Poi ogni generazione cambia il modo della recitazione, soprattutto se pensiamo a come era la recitazione nei primi del Novecento, così aulica, e come è diventata nel corso degli anni, più minimalista, fino ad arrivare ad oggi che, con l’ausilio del radiomicrofono, è possibile avere un tono assolutamente naturalistico. Questo è stato un grande cambiamento nella recitazione che è diventata più sobria. È in continua evoluzione. Probabilmente tra vent’anni ci sarà forse un ritorno a una recitazione più aulica. Il teatro di sperimentazione degli anni Settanta era proprio questo, Carmelo Bene non era certo naturalistico anzi, e se usava il naturalismo lo usava in maniera concettuale, come tanti artisti dell’arte contemporanea. Però non mi sembra che negli ultimi anni ci sia stato un grande cambiamento dovuto ad attori che abbiano reinventato della recitazione. Mi viene in mente Antonio Rezza, ma lui è un’artista, è uno che fa del suo teatro anche un gemellaggio con l’arte contemporanea, ma non si può certo dire che ci sia un cambiamento. Il cambiamento c’è stato con il metodo Strasberg, il naturalismo, l’immedesimazione, Stanislavskij, ma parliamo di più di cinquant’anni fa, mi sembra che oggi siamo rimasti fermi a quello.»

Il suo spettacolo Coatto unico… senza intervallo nasceva all’incirca quindici anni fa, da quale esigenza? Ci sono state delle modifiche che nel corso degli anni ha dovuto o voluto apportare al testo originale?

G. T.: «L’esigenza è nata per la necessità di cantare e suonare sul palcoscenico e raccontare Roma o la periferia in un certo modo. La possibilità di farlo secondo questa modalità c’era solo se io diventavo autore o coautore, quindi è stata proprio una necessità artistica. Nel corso degli anni questo spettacolo è cambiato perché è un contenitore, è modulare, fatto di monologhi a contrasto – che è una vecchia tecnica non certo inventata da me, si usa nei recital – legati da un leggerissimo filo drammaturgico e che oggi, dopo una parentesi televisiva piuttosto lunga, è diventato uno spettacolo autonomo, concreto. Nella prima edizione ero da solo, suonavo dei cartelli stradali, un bidone, avevo la chitarra e l’armonica e raccontavo attraverso canzoni e monologhi un certo tipo di romano, vicino alla microcriminalità. Nello spettacolo come è oggi già il livello del codice penale dei protagonisti è elevato, rapinatori, un truffatore professionista che si appropria di pensioni di invalidità non sue, e poi i due nullafacenti che vivono davanti alla posta e assistono alla rapina messa in atto da due rapinatori maldestri ai quali cade il fucile, parte un colpo e feriscono a morte un pensionato, mentre i due nullafacenti raccontano la loro versione. Sono delle figure che potevano essere benissimo messe quindici anni prima ma quella del cambiamento è una necessità artistica e anche personale.»

Sappiamo che questo spettacolo è stato inizialmente allestito nelle periferie romane e nel carcere di Rebibbia. Vuole spiegarci questa scelta?

G. T.: «Quando ho scelto di fare questo spettacolo l’ho fatto anche perché era assolutamente contro quello che c’era in quel momento nei teatri ufficiali, tant’è vero che non ho avuto modo di arrivarci, mentre nei centri sociali e nei teatri di periferia avevo una maggiore facilità di accesso. Al carcere di Rebibbia abbiamo fatto qualche replica e anche una ripresa, c’è stato un lavoro più lungo che ho fatto con i detenuti. Poi per varie ragioni, un’evasione, un blocco di permessi, le cose sono slittate di anno in anno; poi ho iniziato a girare Distretto di polizia e nei due o tre mesi che non giravo cercavo di rivedere e portare a termine questo progetto ma ho dovuto rimandare per tre anni. Quando finalmente sono riuscito a farlo l’ho portato nei teatri off; nel frattempo ho fatto un altro spettacolo, Infernetto, al Teatro Brancaccio con la direzione artistica di Proietti. In quel caso, trattandosi di un grande teatro, mi veniva richiesto uno spettacolo più lungo, con un intervallo, ma non era la forma di spettacolo che preferivo. Quindi ho ripreso il materiale dei due spettacoli, l’ho rimesso insieme e l’ho portato principalmente fuori Roma con una tournée in tutta Italia, facendo al Teatro Vittoria di Roma soltanto poche repliche per beneficenza. Quest’anno con la direzione del Teatro Vittoria abbiamo deciso di riprendere lo spettacolo ed è una bella soddisfazione vederlo in cartellone a Roma.»

Ha detto che a Rebibbia non ha solo portato lo spettacolo, ma ha fatto un lavoro più lungo con gli stessi detenuti. In cosa è consistito?

G. T.: «A Rebibbia c’è un gruppo che si chiama I presi per caso, nel settore G8 del carcere. Con loro abbiamo suonato i pezzi dello spettacolo perché all’inizio avevamo intenzione di portarli con noi sul palco, ma non è stato possibile perché non è facile lavorare lì, è assolutamente complicato e basta un niente per vedere revocati i permessi e non poter più entrare, è una realtà abbastanza dura. Per me è stato un grande arricchimento personale più che professionale.»

Parliamo di un suo aspetto che forse non tutti conoscono: la passione per la musica che, proprio rimanendo in tema con Coatto unico… senza intervallo, si coniuga perfettamente con il teatro. Quando nasce e che piega ha preso?

G. T.: «Suono la chitarra da quando avevo tredici anni. Col tempo ho sviluppato un grande amore per il blues e poi per la bossanova, impratichendomi sullo strumento; da qualche anno sto studiando un po’ di jazz nei ritagli di tempo. Quella per la musica è una grandissima passione che io vedo assolutamente viaggiare di pari passo col teatro, il teatro ha bisogno dell’ausilio della musica. Ci sono poi spettacoli, come quello che ho fatto l’anno scorso su un testo di Ascanio Celestini, dove la musica non può entrare. Però diciamo che se posso scegliere scelgo volentieri di unire la musica al teatro.»

Qual è il repertorio del Giorgio Tirabassi Quintet?

G. T.: «Per quanto riguarda il mio gruppo i due musicisti che formano la parte ritmica, ovvero Daniele Ercoli e Giovanni Lo Cascio, sono con me in questo spettacolo. C’è invece un altro progetto, a cui prenderanno parte anche Massimo Fedeli e Luca Chiaraluce riguardante il repertorio di canzoni romane che, tra l’altro, proporremo all’Auditorium di Roma lunedì 10 per una raccolta fondi a sostegno dei malati di SLA , che comprende una selezione del repertorio di canzoni romane accompagnato dagli appunti di Gigi Zanazzo sulla tradizione romana popolare. Il repertorio è quindi diverso rispetto a quello di Coatto unico… senza intervallo che è più metropolitano, mentre quello che propongo col gruppo è quello antico.»

Parlando del teatro in Italia oggi, cosa ne pensa delle difficoltà e dei pochi fondi che vengono concessi non solo al teatro, ma alla cultura in generale?

G. T.: «Non è facile fare teatro né andare in tournée. Io sono un paio d’anni che non riesco ad andare fuori nonostante l’agilità di questo spettacolo data dal fatto che lo faccio da solo. I tagli ai finanziamenti poi hanno stroncato le gambe a tutti, anche ai produttori più coraggiosi, ed escono soltanto spettacoli con i quali si sa di andare a colpo sicuro; lo stesso discorso vale per alcuni film, vengono prodotte molte commedie confezionate un po’ allo stesso modo, dando più risalto al contenitore che al contenuto. Io con l’aiuto della popolarità televisiva sono sicuramente avvantaggiato, ma molti miei colleghi sono in seria difficoltà, per non parlare dei tecnici. Non scordiamoci che non c’è solo l’attore.»

Lo spettacolo continua:
Teatro Vittoria

Piazza di Santa Maria Liberatrice, 10 – Roma
fino a domenica 16 dicembre
orari: da martedì a sabato ore 21.00, domenica ore 17.30, martedì 11 e mercoledì 12 ore 17.00

Roberto Quarta per RQSspettacoli presenta
Coatto unico… senza intervallo
di Giorgio Tirabassi
scritto con Daniele Costantini, Stefano Santarelli, Loredana Scaramella, Mattia Torre
regia Giorgio Tirabassi
con Giorgio Tirabassi
contrabbasso Daniele Ercoli
percussioni Giovanni Lo Cascio
light designer Carlo Cerri
direttore di scena Freddy Proietti
foto di scena Davide Basile

Hai letto: Giorgio Tirabassiscritto il 12/12/2012 da

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