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Gli Omini, in carrozza sul Progetto T, arrivano al capolinea in quel di Prato. Tiriamo le somme

Gli Omini, in carrozza sul Progetto T, arrivano al capolinea in quel di Prato. Tiriamo le somme, articolo di "Simona Maria Frigerio" su Persinsala Teatro
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Gli Omini, in carrozza sul Progetto T, arrivano al capolinea in quel di Prato. Tiriamo le somme
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Nel 2015 Gli Omini, sostenuti dall’Associazione Teatrale Pistoiese, presentarono un progetto teatrale che avrebbe avuto uno sviluppo su tre anni e che avrebbe dovuto giovarsi, oltre che dell’originale modo di scrivere i testi proprio della Compagnia (ossia rielaborando le interviste fatte ai protagonisti degli universi da loro indagati/fotografati), di una serie di location d’eccezione, che …

I Dialoghi del Cuscino

Nel 2015 Gli Omini, sostenuti dall’Associazione Teatrale Pistoiese, presentarono un progetto teatrale che avrebbe avuto uno sviluppo su tre anni e che avrebbe dovuto giovarsi, oltre che dell’originale modo di scrivere i testi proprio della Compagnia (ossia rielaborando le interviste fatte ai protagonisti degli universi da loro indagati/fotografati), di una serie di location d’eccezione, che avrebbero trasformato ogni spettacolo in un evento site-specific ad alto contenuto emotivo.

L’idea, sulla carta talmente interessante da far vincere alla compagine toscana (grazie anche al primo spettacolo proposto, Ci scusiamo per il disagio) il Premio Rete Critica 2015, era quello di raccontare la storia – insieme passata ma anche estremamente attuale, dato che la linea è tuttora in funzione – della Porrettana, partendo da Pistoia (con una prima tappa ambientata in modo altamente suggestivo nell’Area Rotabili Storici), per proseguire a bordo di una carrozza del treno che da Pistoia arriva, appunto, a Porretta Terme, e concludersi nella frazione bolognese. Tre tappe che avrebbero fotografato sia le vicende storiche che avevano portato alla costruzione del primo collegamento transappenninico che univa Bologna a Pistoia, e che fu inaugurato nel lontano 1864 – in tempi in cui le opere pubbliche sembravano avere un senso per gli abitanti delle zone interessate, e non erano uno sfregio sui loro territori – sia la realtà che oggi vivono gli abitanti di quegli stessi territori, tra marginalità e provincialismo (forse).
Queste le premesse. Buone intenzioni e un eccellente debutto con Ci scusiamo per il disagio, che convinse – e mise d’accordo – pubblico e critica in un plauso unanime: un atto unico dolce-amaro con tocchi di surrealismo à la Buñuel e un omaggio agli Spaghetti Western che si intonava perfettamente con la location prescelta.
Ma, come al solito in Italia, nemmeno le idee migliori sopravvivono alla burocrazia, alla mancanza di fondi e alla miopia della nostra classe dirigente. E sebbene il progetto fosse di interesse per tutti. Trenitalia avrebbe potuto rilanciare la propria immagine ormai sempre più deteriorata a causa di ritardi, vagoni sudici e biglietti sempre più esosi a fronte di un’offerta terzomondista (basti citare la situazione toscana tra binari unici, attraversamenti a raso e linee, come la Lucca/Firenze, che obbligano a percorrere una sessantina di chilometri circa in un’ora e mezza, a fronte dei 35 minuti della Milano/Lecco, solo per fare un esempio); la Regione Toscana che, sulla carta, voleva rilanciare il trasporto ferroviario anche e soprattutto su tratte ormai dimenticate ma paesaggisticamente interessanti, come la Porrettana appunto, avrebbe raggiunto l’obiettivo almeno a livello mediatico; e quel crogiuolo incomprensibile al cittadino di società private che hanno in appalto (o in altra forma) servizi e strutture delle ex Ferrovie dello Stato e che gestiscono dalle biglietterie – dove latita il personale con una seppur minima conoscenza delle lingue straniere (in un Paese votato al turismo) – alla pulizia e alla manutenzione delle stazioni (a Lucca, ad esempio, si è atteso per mesi il collaudo dell’ascensore ai binari, con buona pace di diversamente abili, turisti armati di bagagli e genitori con carrozzine e passeggini), avrebbe potuto assumere un sembiante di presenza attiva. Il progetto, quindi, forte anche del sostegno di un’istituzione cittadina come l’Associazione Teatrale Pistoiese e del successo del primo spettacolo (che, anche a teatro, reggeva bene il palcoscenico restituendo se non in toto, almeno in gran parte le emozioni del debutto site-specific), avrebbe dovuto percorrere una via tutta in discesa fino al gran finale a Porretta Terme ma, come volevasi dimostrare (storia italica alla mano e con buona pace per le anime belle dei politici che continuano a credere di poter finanziare arte e cultura con fondi privati – e qui non entriamo in polemica con l’art bonus), così non è andata e il Progetto T si è arenato su altre sponde.
Il secondo step, infatti (quello sulla carrozza ferroviaria), non avendo trovato né sostegni economici sufficienti né la disponibilità di Trenitalia (a quanto ci risulta da voci di corridoio) per la sua realizzazione, si è trasformato in una messinscena nei boschi di una località, sulla linea della Porrettana, denominata Castagno. Funestata dal tragico incidente ferroviario avvenuto in Puglia, La Corsa Speciale non ha potuto giovarsi di alcuna animazione a bordo del treno e, quindi, nel 2016, pubblico e critici arrivavano nel bel mezzo del nulla senza comprendere bene il perché. Il gioco, oltretutto, cominciava a mostrare le corde, facendosi ripetitivo. La ventata surrealista del piccione (muto) del primo spettacolo si era trasformata nella pesantezza di un cerusico che snocciolava frasi che avrebbero mirato a un alto contenuto filosofico – che non avevano; mentre le storie diventavano sempre più borderline staccandosi completamente sia dalla matrice storica sia da quella contemporanea (nulla suggeriva un collegamento con l’epopea della Porrettana o con la vita degli abitanti locali, forse ancora legati al resto del mondo da quella linea ferroviaria). Perdendosi il senso del site-specific (ci si sarebbe potuti trovare dovunque e avremmo assistito alle stesse scene: ad esempio, di ubriachezza molesta), il filo narrativo si logorava nella ripetitività di personaggi sempre più stereotipati o tagliati con l’accetta; mentre la vena tragicomica si tingeva di ammiccamenti a scabrosità non giustificate dal racconto e situazioni borderline (come il tentativo di stupro sull’altalena che, almeno a me, come donna, diede letteralmente fastidio, in quanto avvertito come gratuito).
Ed eccoci a Il Controllore, il terzo capitolo della trilogia che si sarebbe dovuta concludere a Porretta Terme e, al contrario, debutta a ottobre 2017 direttamente a teatro – e precisamente al Teatro delle Moline di Bologna – per Vie Festival. Scompaiono l’ultima località prevista dal progetto, il site-specific, il senso del recupero storico innestato sul contemporaneo provinciale, e persino la periferia (intesa anche come luogo dell’anima oltre che geografico) in favore di un centro urbano – anonimo proprio in quanto urbano e sempre più sopra le righe.
Ovviamente se non avessimo visto i due spettacoli precedenti, non conoscessimo il metodo di lavoro de Gli Omini e non avessimo letto con interesse premesse e scopi del Progetto T, avremmo apprezzato di più la sequela di personaggi che si imbattono nel Caronte di turno (Il Controllore del titolo) con il proprio bagaglio di vite tragiche e spezzate, inutili e impoetiche, alla deriva in un universo che si comprende sempre meno. Perché una cosa è certa: Gli Omini fanno ridere sempre meno e pensare sempre di più.
Purtroppo, però, a ben guardare i personaggi sono gli stessi dei precedenti lavori: la coppia che resiste nonostante le avversità e regala una ventata di poesia (la canzone di Silvana è, immaginiamo, un omaggio riuscito a De Andrè e ai suoi ultimi); il tossico completamente perso; l’alcolizzato in fase vomito; la donna frustrata con un bagaglio di violenze familiari che nemmeno gli sceneggiatori del deplorevole Law & Order – Unità Vittime Speciali azzarderebbero; e dulcis in fundo (per non farci mancare niente in questo teatro che diventa sempre più assertivo e prolisso, invece che interrogante e asciutto) il cow-boy transessuale, al posto del gay (un po’ strizzando l’occhio a Brokeback Mountain, un po’ forse in controtendenza rispetto a Papa Francesco che paragona la teoria gender alle armi atomiche – nell’intervista rilasciata ai vaticanisti Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi).
E qui il gioco, se di gioco si è trattato, si frantuma: perché questa Italia ci rappresenta sempre meno – se mai ci ha rappresentati. E qui apriamo anche una parentesi perché I Dialoghi del Cuscino tali sono, e possono invitare al sonno. Tra rigurgiti fascisti e razzisti, negazioni della democrazia e dei diritti sociali (per italiani e migranti – anche se gli italiani non lo comprendono), mancanza di lavoro ma soprattutto di un’elaborazione teorica su come superare una crisi economica indotta e prodotta da un capitalismo finanziario sempre più sfrenato che, non si capisce perché, dobbiamo pagare noi, cittadini di nazioni dove i politici (ossia i rappresentanti più o meno democraticamente eletti) dovrebbero portare avanti le istanze dei propri elettori e, al contrario, si fanno paladini della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale, e dove l’Europa è diktat per togliere diritti e garanzie ma mai per assicurarne (nessun calmiere per l’energia elettrica ma nemmeno sussidi di disoccupazione), ecco che questi personaggi appaiono sempre più come maschere di un disagio da Grande Fratello – fasullo quanto i cosiddetti reality – invece di rappresentazioni a tutto tondo della nostra devastata e devastante realtà. Dove sono i semplici disoccupati? Gli studenti di belle speranze? I ricercatori che emigrano? I migranti che sperano di trovare in Italia quello che gli italiani ebbero dall’Argentina o dagli Stati Uniti solo alcuni decenni fa? Dove le mamme che lavorano (magari con contratti a tempo determinato o una di quelle formule all’inglese volute dall’ex premier, Matteo Renzi), che fanno i salti mortali perché non ci sono nidi e scuole materne a sufficienza e devono cooptare nonne e nonni? E persino noi giornalisti e critici, anime belle, che per fare un’inchiesta rischiamo una denuncia per diffamazione e, per una recensione, una querela? Nessuno di noi prende il treno? Tutti automuniti? Dov’è il mondo reale? Perché – come scriveva Hannah Arendt – il male è banale: ossia comune, frutto di inconsapevolezza volontaria e cosciente, o indotta dal potere. E di banalità sofferta è pieno il mondo che ci circonda – forse poco adatto a suggerire personaggi borderline e situazioni di frontiera che possano suscitare la risata facile. Ma il teatro trova la sua forza nell’aderenza alla realtà, nel rispecchiarla, senza bisogno di continue forzature, di estremizzazioni macchiettistiche, di tipi mutuati dal cabaret.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Magnolfi Nuovo

via Piero Gobetti, 79 – Prato
domenica 25 marzo, ore 16.30

Il Controllore
ideazione Gli Omini
con Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi e Luca Zacchini
dramaturg Giulia Zacchini
luci Alessandro Ricci
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale

2,00

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