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Il piacere dell’onestà

Il piacere dell’onestà
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Io sposo l'onestà

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teatro-sala-fontana-milanoIn scena, al Teatro Sala Fontana di Milano, Il piacere dell’onestà di Luigi Pirandello, una delle nuove produzioni di Elsinor, in prima nazionale.

La rispettabilità è un valore fondamentale per una famiglia di inizio XX secolo, che fosse reale o apparente non importa, la cosa necessaria è che sia evidente agli occhi della società. Di matrimoni di convenienza per coprire gravidanze improvvise, di vedove rimaritate e di prestanti amici che si offrono per dare discendenza a coppie apparentemente sterili sono piene le creazioni narrative di Luigi Pirandello, in un crescendo di scambi ed escamotage che probabilmente ne Il fu Mattia Pascal (1904) arrivano a toccare la vetta dell’assurdo.
Risale al 1905 la novella Tirocinio – poi, come spesso accade con Pirandello, adattata nel 1917 per il teatro con il titolo Il piacere dell’onestà e, oggi, riproposta da Elsinor con una produzione che debutta in questi giorni al Teatro Sala Fontana di Milano. Il sipario si alza sulla casa della Signora Maddalena, vedova, con il problema di maritare velocemente la figlia Agata, rimasta incinta del marchese Fabio Colli, separato dalla legittima consorte. La soluzione migliore sembra ricorrere a un matrimonio di convenienza, che garantisca al nascituro un padre pro-forma di cui prenderà il cognome e la rispettabilità. Durante la surreale conversazione tra la Signora Maddalena e Maurizio Setti, il cugino del marchese, l’ipocrito pudore tra i due, nel tentativo di salvaguardare l’onore delle rispettive famiglie, è tale che la gravidanza di Agata viene sempre nominata come “la cosa”. Il problema è probabilmente risolto: Maurizio è rientrato da Macerata con Angelo Baldovino, un amico di vecchia data, che crede possa prestarsi alla messinscena in cambio dell’estinzione dei debiti di gioco accumulati: «che sono così pochi non per mancanza di volontà da parte sua, ma per mancanza di credito da parte degli altri».
Riprendiamo a prestito una altro passaggio della commedia per dare un’idea di quanto Baldovino prenda seriamente il suo ruolo in questa nuova famiglia “allargata”, avendo cura di non svelarvi gli incredibili sviluppi nei rapporti tra i vari personaggi: «Per ciò che riguarda, la pura forma, intendiamoci! (Il resto non m’appartiene). Ma per la pura forma, onesto come lei mi vuole e come io mi voglio, di necessità dovrò essere un tiranno glielo avverto. Vorrò rispettate fino allo scrupolo tutte le apparenze, il che di necessità importerà gravissimi sacrifizii a lei, alla signorina, alla mamma; un’angustiosissima limitazione di libertà, il rispetto a tutte le forme astratte della vita sociale. E… parliamoci chiaro, signor marchese, anche per farle vedere che sono animato del più fermo proposito, sa che verrà fuori subito, da tutto questo? Ciò che s’imporrà tra noi e salterà agli occhi di tutti? Che, trattando con me – non si faccia illusioni: onesto com’io sarò – la cattiva azione la commettono loro, non io! Io, in tutta questa combinazione non bella, non vedo che una cosa sola: la possibilità che loro mi fanno, e che io accetto, d’essere onesto».
L’opera è un bellissimo momento di riflessione sulla società contemporanea (sì, anche l’attuale), su quanti sacrifici siano necessari per il piacere di potersi definire onesto, anche se solo all’apparenza, oltre che sull’ironica trasformazione della vittima sacrificale in carnefice una volta che questi ha deciso di rinunciare al vizio del gioco per il buon esito del progetto – cui ha accettato di aderire. Baldovino è la ragione, chiamata a far ordine nell’irrazionale società borghese in preda ai sentimenti. La maschera che, in questa occasione, indossa il protagonista per ingannare gli altri e, soprattutto, se stesso, è quella del falso matrimonio, come ritroviamo anche nelle contemporanee commedie Pensaci, Giacomino! (1917) e Ma non è una cosa seria (del 1917, ma tratta dalle novelle La Signora Speranza – del 1902 – e Non è una cosa seria – del ’10).
Non ce ne voglia Roberto Trifirò ma sia la sua interpretazione di Baldovino sia l’impostazione della regia denunciano a lettere macroscopiche i suoi trascorsi di attore alla corte di Luca Ronconi. I personaggi dimostrano tutta la flemma della classe dirigente, trascinando all’infinito discorsi, affidandosi ad ammiccamenti e sottolineando i concetti principali con ampi gesti però – ed è questo per cui lodiamo il regista – senza l’esasperata flemmaticità ronconiana. Il risultato è una commedia piacevole, molto ironica, ben interpretata da Sonia Burgarello – nel ruolo di Agata – Raffaella Boscolo – in quello della Signora Maddalena – Stefano Braschi – il marchese Fabio Colli – e dall’intero cast. Essenziale la scenografia, per lasciare ai personaggi il compito di riempire lo spazio scenico. Peccato invece per l’eccessiva presenza di polvere che, sebbene serva per sottolineare la parvenza di onestà della classe borghese di fronte alla società, ottiene lo sgradevole effetto collaterale di indurre gran sternuti e sfregamenti di occhi tra gli spettatori.

 

Lo spettacolo continua:
Teatro Sala Fontana
via Boltraffio, 21 – Milano
fino a domenica 24 marzo
orari: da martedì a sabato, ore 20.30 – domenica, ore 16.00 (lunedì riposo)

Elsinor Teatro Stabile d’Innovazione presenta:
Il piacere dell’onestà
di Luigi Pirandello
regia Roberto Trifirò
con Roberto Trifirò, Sonia Burgarello, Raffaella Boscolo, Stefano Braschi, Francesco Migliaccio e Andrea Soffiantini
prima nazionale

Prossime tappe dello spettacolo:
26-27 aprile: Teatro Cantiere Florida – Firenze
29 aprile: Teatro Giovanni Testori – Forlì

Hai letto: Il piacere dell’onestàscritto il 12/03/2013 da

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