Il Processo di K

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Il Processo di K, articolo di "Mara Verena Leonardini" su Persinsala Teatro
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In prima nazionale, sul palco del Filodrammatici, prendono vita i personaggi kafkiani de Il Processo catapultati nell’era digitalizzata dei call center. A muoverne i fili, la regia accattivante e moderna di Bruno Fornasari. La storia è ben nota: la mattina del suo trentesimo compleanno, si piazzano in casa di Josef K, stimato uomo d’affari, due …

L’ultima sentenza

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In prima nazionale, sul palco del Filodrammatici, prendono vita i personaggi kafkiani de Il Processo catapultati nell’era digitalizzata dei call center. A muoverne i fili, la regia accattivante e moderna di Bruno Fornasari.

La storia è ben nota: la mattina del suo trentesimo compleanno, si piazzano in casa di Josef K, stimato uomo d’affari, due strambi funzionari che lo dichiarano in arresto.
L’ordine proviene da una fantomatica commissione che lo accusa di crimini che non rivelerà mai.

Ma il dott. K è un uomo tutto d’un pezzo e non si fa certo intimorire dalle accuse, sospettando piuttosto uno scherzo; tuttavia, dovrà rendersi conto, alla lunga, che un processo contro di lui è stato in effetti avviato e che niente interromperà l’ottusa macchina della giustizia.

La struttura è conforme al celebre classico di Franz Kafka, se non fosse che stavolta il dott. K è immerso in una contemporaneità digitalizzata, dove vige l’assoluto primato della snervante e inutile burocrazia da call center.

La scenografia è perfettamente funzionale allo scopo, composta da quinte mobili che scivolano silenziose tra una scena e l’altra, creando, di volta in volta, i numerosi ambienti del racconto: la casa del dott. K, il suo ufficio, la sala d’aspetto del tribunale, l’ingresso in cui campeggia il temibile body scanner, lo studio del bislacco avvocato. Tutti ambienti perfettamente asettici, plastificati, minimali, resi ancora più irreali da luci verdi-blu che respingono anziché accogliere.
Tutto scorre senza soluzione di continuità: scene veloci, che si susseguono con tanta rapidità da rendere impossibile l’afferrarne il significato, dialoghi surreali e privi di un vero e umano confronto. Sono quadri assurdi, situazioni paradossali e persino la scenografia sembra mutare senza lasciare traccia. Il senso continua a sfuggire.

K non ha appigli: dovunque cerchi spessore (l’amicizia, il legame uomo-donna, la legge, la medicina), trova sempre surreali manifestazioni di un’umanità impoverita. Persino il sesso, consumato tra una piega e l’altra di questo mondo virtuale – solitamente nelle sale d’attesa dei vari uffici, studi e commissioni – è emblematico poiché privo di consistenza e non si spiega se non come vacua attrazione di forme.

L’adattamento drammaturgico non è invasivo, ma attualizza l’ambientazione e plasma alcuni dei personaggi sulla base di spunti tutti contemporanei. Ed è forse questa relativa attinenza al testo letterario a dare origine a passaggi di notevole spessore, in cui la scena vive degli echi del romanzo acquistando maggiore pienezza filosofica. E di Kafka non si fa mancare neanche l’umorismo, perché, è bene ricordarlo, lui stesso «rideva fino alle lacrime» leggendo agli amici il primo capitolo del Processo, come ci informa Ladislao Mittner in una nota della sua Storia della letteratura tedesca.

Sala gremita e applausi decisi per una messinscena che suscita interesse, tocca zone profonde dell’Io, non tramite colpi di scena esplosivi, bensì con un ritmo narrativo costante e ipnotico che restituisce efficacemente il logorio di una coscienza che inizia a muoversi contro se stessa.
Una regia discreta, supportata dall’intero cast, man mano che lo spettacolo “si scalda”, ci restituisce, sempre più nitide, le patibolari situazioni kafkiane, così stranianti e crudeli nel loro umorismo grottesco. A infondere vita al brulichio dei personaggi, l’interpretazione nevrile, presente e molto ben caratterizzata da parte di tutti e cinque i versatili attori, abilissimi nei frequenti cambi di scena e di ruolo.

Se K e la realtà del mondo circostante viaggiano su due linee parallele, l’unico modo per trovare un contatto con essa è fare un salto, abbandonare la nave, proiettarsi nella dimensione sociale e lasciarsi da essa plasmare. Fino a istigare K a mettere sotto processo se stesso.

Lo spettacolo continua: Teatro Filodrammatici
via Filodrammatici, 1 – Milano
fino a domenica 4 marzo
orari: martedì, giovedì, venerdì e sabato, ore 20.45 – mercoledì, ore 19.30 – domenica, ore 16.00 (lunedì riposo)

Il Processo di K
di Bruno Fornasari
ispirato a Il Processo di Franz Kafka
regia Bruno Fornasari
con Tommaso Amadio, Alex Cendron, Dario Merlini, Matthieu Pastore e Alice Redini
disegno luci Andrea Diana
scene e costumi Erika Carretta
assistenti alla regia Umberto Terruso, Marta Belloni, Vanessa Korn
track musicali ed effetti sonori Marta Belloni, Umberto Terruso
voci registrate Alice Redini, Umberto Terruso
produzioneTeatro Filodrammatici

8,25

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