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L’arte non è cosa nostra


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I ritratti della mala milanese

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Olivia Gozzano – tra gli artisti in mostra durante la tappa milanese della Biennale di Venezia.

È l’ultimo giovedì di ottobre, all’ora dell’aperitivo, quando Vittorio Sgarbi inaugura a Milano la mostra sullo stato effettivo dell’arte in Italia, presentando i lavori eseguiti nel primo decennio del nuovo millennio da 90 artisti meritevoli seppur misconosciuti perché , come ha sottolineato nel discorso introduttivo, estranei ai circuiti delle grandi gallerie.

In parallelo alla 54° Biennale di Venezia presso la quale l’on. Sgarbi era direttore del Padiglione Italia, nei mesi scorsi, in ogni regione si sono svolte mostre parallele in cui venivano presentate opere ed artisti che non era stato possibile portare in laguna per ragioni di spazio. A conclusione del circuito nazionale, questa iniziativa ritorna in città (dove era già stata ospitata al Palazzo della Ragione) con una nuova selezione di artisti; tra loro alcuni nomi noti ma soprattutto molti giovani segnalati dalle accademie; tra i primi citiamo: Filippo Garrone, Enrico Colombotto Rosso, il premio Nobel Dario Fo, il cantante Ivan Cattaneo, il caricaturista Dario Ballantini, il musicista Andy dei Bluvertigo, il writer Atomo e Adriana Faranda.
Dalle finestre giunge il coro dei manifestanti assiepati in piazza della Scala che urlano a squarciagola: «Basta Sgarbi!». Forse è proprio presagendo questo fastidio popolare verso il curatore dell’iniziativa, che il Comune di Milano non ha concesso né patrocini (quantomeno il logo non appare su nessuno dei materiali promozionali) né spazi, costringendo l’organizzazione a ripiegare sull’ospitalità concessa da una struttura privata. Visitando l’esposizione si ha l’impressione un po’ sgradevole di esser finiti in un bazar: gli spazi sono saturi di tele e sculture; l’illuminazione è approssimativa contribuendo ad accrescere un certo senso di claustrofobia; si può discutere a lungo del valore artistico di quanto esposto ma soprattutto si fatica a coglierlo con le opere ammassate una di fianco all’altra in una colorata accozzaglia.

Per staccarci dalle scelte più ovvie legate ai grandi nomi in mostra, vogliamo segnalare una giovane artista che si cimenta in quella che spesso viene considerata un’arte minore, dimostrando di non cogliere appieno il processo compositivo che si cela dietro ogni inquadratura e la perenne ricerca di nuovi stili e linguaggi: la fotografia. Lei è Olivia Gozzano che parallelamente all’attività di free lance per lavori attualità, ritratti e fotografie per il settore moda, si avventura nell’esplorazione delle varie realtà sociali ed emotive che l’hanno condotta al risultato esposto in mostra.
È cresciuta a Milano tra i racconti popolari delle vicende della mala che veniva contrapposta alle famiglie provenienti dal sud che lentamente si stavano impadronendo del territorio; erano criminali che vivevano principalmente di rapine – alcune divenute epiche – e sequestri; i suoi esponenti di spicco erano personaggi carismatici, circondati da belle donne e beni di lusso, le cui gesta riempivano le prime pagine dei quotidiani e venivano cantate nei locali fumosi da moderni bardi.

Le foto della Gozzano in mostra ci catapultano in quel mondo di cui ora, adulta, è andata a cercarne le tracce, mostrandoci cosa ne è rimasto: il prodotto non sono tristi foto della serie “sic transit gloria mundi” ma immagini ironiche e divertite, come i loro protagonisti che, seppur segnati dal tempo, ti guardano la stessa aria di sfida negli occhi che avevano alla fine degli anni ’50. Eccoli De Maria in inappuntabile stile Bogart e Gesmundo che passeggiano con l’aria tra lo spavaldo ed il sornione di chi può vantarsi di aver compiuto la rapina del secolo: il mitico assalto al blindato portavalori della Banca d’Italia nel 1958 che fruttò loro 614 milioni di lire e quasi vent’anni di carcere a testa. In fondo, lo stesso Montanelli dalle colonne del Corriere della Sera aveva espresso loro ammirazione: “Ufficialmente, sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali siano stati smascherati in modo da togliere a chiunque la voglia di imitarli. Ma, sotto sotto, senza osare dirlo, o dicendolo solo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori.”

Che dire di Didi Martinaz, cantante simbolo della Ligera – la mala milanese del dopoguerra – ritratta nella toilette? L’ambientazione non è esattamente quella dei set di un LaChapelle, ma la maestosità della protagonista non è da meno di quella delle protagoniste delle passerelle: truccata e altera come ai tempi in cui si esibiva nei night club cittadini, ritratta in quella che è l’ambiente preferito (da lei come da molte altre donne nel mondo) in posa sotto il ritratto di un mito che invece dagli anni ’60 è giunto ai giorni nostri pressoché inalterato. La stanza umile che dalla realizzazione mai è stata ristrutturata, forse di una casa popolare e la luce flebile, come di un neon, non riescono comunque a sminuire la forza della diva davanti all’obiettivo o forse, più semplicemente, il suo desiderio di interpretare ancora una volta quella parte in onore della Gozzano.

DIDASCALIE:
Didi alla toilette: Didi Martinaz cantante simbolo della Ligera, la
mala milanese del dopoguerra, alla toilette.
Foto 50×70 cm

De Maria e Gesmundo: Via Osoppo, gennaio 1958: due componenti della
rapina del secolo.
Foto 50×70 cm

La mostra si è svolta:
54° Biennale di Venezia – Padiglione Italia – Milano
L’arte non è cosa nostra
Sale del Re in Galleria Vittorio Emanuele 11 – Milano
da venerdì 28 a lunedì 31 ottobre 2011
a cura di Vittorio Sgarbi
direttore artistico: Dott.ssa Giorgia Cassin
organizzazione: Dott.ssa Luisa Faletti
allestimenti: Slide Events
catalogo: Istituto Nazionale di Cultura
Olivia Gozzano
www.oliviagozzano.com

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