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M2, articolo di "Mailè Orsi" su Persinsala Teatro
Gruppo Dynamis M2
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Alla Tenuta dello Scompiglio di Vorno il gruppo romano di ricerca artistica Dynamis presenta M2, performance partecipata sul concetto di spazio, e sull’esplorazione dei nostri limiti. A pochi giorni dalla fine di una campagna elettorale che si è molto giocata sul tema migranti, per lo più in senso xenofobo e violento, in un clima sempre …

Vivere, abitare, stare, sopravvivere

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Alla Tenuta dello Scompiglio di Vorno il gruppo romano di ricerca artistica Dynamis presenta M2, performance partecipata sul concetto di spazio, e sull’esplorazione dei nostri limiti.

A pochi giorni dalla fine di una campagna elettorale che si è molto giocata sul tema migranti, per lo più in senso xenofobo e violento, in un clima sempre più teso; e visti anche gli episodi di violenza che si sono verificati; il mondo della cultura, in particolare quello del teatro, ha confermato la sua vocazione alla riflessione, all’indagine, alla creazione di opere che creino consapevolezza e per entrare in relazione e comprendere l’altro da sé. In questa Stagione, come nella precedente, abbiamo già parlato di diversi lavori che trattavano, ognuno da un diverso punto di vista, del rapporto con lo straniero – Acqua di Colonia (Frosini Timpano), Maryam e Rumore di Acque (Teatro delle Albe), Just Before The Forest #La Spezia (Manuela Serra).

Domenica 25 febbraio, presso la Tenuta dello Scompiglio è toccato a M2, del collettivo romano Dynamis, performance in cui sette spettatori volontari si offrono per testare i loro limiti e la loro resistenza fisica e psicologica nel convivere nello spazio minimo di un metro quadrato.
Lo spazio performatico-espositivo della Tenuta sembra un laboratorio sotterraneo dove sono condotti esperimenti scientifici: c’è nell’aria una freddezza vagamente ostile. Lo spazio è vuoto e disadorno. I sette volontari attendono il loro turno, schierati su due file, in fondo a destra. Sempre sulla destra, ma verso il proscenio, in posizione più centrale, appoggiato sul pavimento si trova un computer portatile, sul quale è visualizzata in video una battigia. Le onde si infrangono, si sente il rumore del mare.
A condurre l’esperimento sarà il tutor, Francesco, guidato da una voce femminile superiore ed esterna che, perentoria, ma con sprazzi di ironia dirige le fasi dell’esperimento e commenta i risultati.
Preparazione: il tutor entra nel personaggio spalmandosi i capelli di gel, e poi seguendo gli ordini della voce prepara gli oggetti utili all’esperimento, disegnando il fantomatico metro quadrato, l’unità di misura minima. Che le sette persone possano entrarci tutte sembra alquanto improbabile.

Il lavoro, nato nel corso di un laboratorio teatrale per rifugiati politici, si fonda su un esercizio di biomeccanica ed è affascinante che, nella sua semplicità, nell’essenzialità degli strumenti utilizzati si possano nascondere tanti significati, così profondi. L’esperienza infatti è complessa e variegata, perché non genera soltanto una riflessione sulla disumanità delle condizioni di vita sui barconi, ma dà vita a un discorso più generale che abbraccia altre questioni, tutte legate al bisogno di spazio. È visualizzazione di un bisogno fondamentale di cui, anche in altre situazioni, stiamo perdendo coscienza. È inoltre materializzazione di un’evoluzione sociale: dalla solitudine, alla nascita della convivenza, della collaborazione, della rappresentanza, fino alle dinamiche che minacciano individuo, piccola comunità, libertà e potere. Questi ultimi si concretizzano nella loro manifestazione primaria come semplice necessità di movimento, di cambiare la posizione del corpo, come possibilità di porre liberamente e decidere i propri confini – in base alle proprie necessità.

M2 è una performance priva di retorica e spettacolarizzazione, senza narrazione e senza quei meccanismi di identificazione da teatro drammatico. E forse proprio per questo, per il fatto di fondarsi su esercizi e prove, su sfide, riesce a ottenere effetti di immedesimazione e comprensione diretti ed efficaci, privi di coloriture retoriche o drammatiche, riuscendo a penetrare davvero in profondità nel disagio di situazioni reali, vissute, e rendendo molto chiaro che si ha a che fare con persone e non con personaggi.
Per i volontari, che vivono sulla propria pelle l’esperimento, l’esperienza è forte e significativa. Così come per lo spettatore. C’è un’evoluzione del sentire che segue le tappe del lavoro. Al divertimento dell’inizio subentrano l’angoscia e la sofferenza. Quando viene impugnato il manganello, durante la danza, parlandoci di inganno e dell’incombere del totalitarismo, l’ansia sale.
Per finire arriva la sofferenza, perché vedere concretizzarsi nell’ammasso dei sette volontari un campione di migranti, fa immedesimare senza filtri nelle loro tribolazioni (sofferenza che aumenta se vi si aggiungono i rischi e i tormenti che caratterizzano i loro viaggi ancor prima di imbarcarsi).

Per caso, fra gli spettatori della serata sono presenti alcuni migranti, accompagnati dal loro insegnante di italiano. Non sono mai stati a teatro: questa è la prima volta. Per loro l’esperimento realizzato è il racconto di un vissuto. La Compagnia si ritaglia del tempo per parlare in privato con loro e ricevere un loro feedback. Il riscontro è molto positivo e sottolinea ancora una volta il ruolo e il potere del teatro nel creare terreni fertili alla comprensione e all’incontro. Per questo, ci teniamo a riportare i loro commenti, che riteniamo una critica più preziosa e significativa. I giovani migranti non solo hanno apprezzato, ma hanno precisato che quello che avevano visto aveva un valore e un significato molto diverso da quello che capita di vedere in tv o sui giornali, era qualcosa di più reale e sensato: si erano immedesimati, avevano capito che lo spettacolo parlava di loro, ma in un modo diverso e più utile.
Il confronto con i migranti è stata la dimostrazione concreta che dialogo non è un bel concetto astratto, ma uno difficile da mettere in atto. È un gesto semplice, che nasce da un’altrettanto semplice domanda: «Com’è per te tutto questo? Ci terrei a saperlo».
Il teatro si è dimostrato ancora una volta un luogo di resistenza per il buonsenso e l’intelligenza. Contemporaneamente luogo e agevolatore di un reale incontro. Riusciremo a proteggerlo? Riusciremo a valorizzare e salvaguardare iniziative così importanti, soprattutto in questo momento?

Lo spettacolo è andato in scena:
Tenuta dello Scompiglio
via di Vorno, 67/B – Capannori (LU)
domenica 25 febbraio, ore 18.30

Dynamis presenta:
M2
performance partecipata
prodotto daTeatro Vascello – Centro di Produzione Teatrale “La Fabbrica dell’Attore”
in collaborazione con ONLUS Asinitas


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