Marina Biondi

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Marina Biondi, articolo di "Daniele Rizzo" su Persinsala Teatro
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Marina Biondi - ph Pino Le Pera
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Diplomatasi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico nel 1987, negli anni a seguire, parallelamente al teatro ufficiale, Marina Biondi è stata (e continua a essere) protagonista in allestimenti anche meno tradizionali (citiamo, tra gli altri, la prima edizione di Dignità autonome di prostituzione di Luciano Melchionna, Il contagio diretto da Nuccio Siano, Storie nella città …

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Diplomatasi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico nel 1987, negli anni a seguire, parallelamente al teatro ufficiale, Marina Biondi è stata (e continua a essere) protagonista in allestimenti anche meno tradizionali (citiamo, tra gli altri, la prima edizione di Dignità autonome di prostituzione di Luciano Melchionna, Il contagio diretto da Nuccio Siano, Storie nella città di Dio di Riccardo Vannuccini e in collaborazione con il carcere femminile di Rebibbia e, infine, Clitennestra di Marguerite Yourcenar per la regia di Igor Mattei). Una carriera lunga e luminosa di chi, mai paga di se, continua a mettersi in gioco come solo le autentiche artiste sono in grado di fare.

Come definirebbe la sua cifra stilistica? A quali modelli si è ispirata?
Marina Biondi: «I miei modelli, nella primissima giovinezza, sono stati rappresentati dalle grandissime attrici del cinema americano degli anni ’40 e ’50, soprattutto da Katharine Hepburn nel film Palcoscenico diretto da Gregory La Cava. Ma anche Ingrid Bergman nei suoi anni americani aveva colpito il mio cuore. Vedevo questi film con la mia adorata nonna materna e a volte con mio padre, se il giorno dopo non dovevo andare a scuola. Crescendo sono rimasta comunque legatissima al mondo del cinema, Ingmar Bergman sopra tutti e poi Almodovar, con le loro meravigliose attrici, pur considerando a tutt’oggi il palcoscenico il contesto ideale alla mia dimensione psichica di interprete. Tra le colleghe italiane ho adorato Mariangela Melato e venero, letteralmente, la grandissima Micaela Esdra, che considero la più grande attrice italiana vivente».

Esiste un allestimento al quale è particolarmente affezionata?
MB: «Ce ne sono diversi, in primis Clitennestra di M. Yourcenar con la regia di Igor Mattei, ma anche Il berretto a sonagli di L. Pirandello con la regia di Mauro Bolognini, Uno sguardo dal ponte di A. Miller con la regia di Giuseppe Patroni Griffi e. ultima ma non ultima. questa Fedra di Seneca con la regia di Mariano Anagni, spettacolo da noi co-prodotto in forma di residenza artistica a Calcata e che ha aperto in prima nazionale l’edizione 2016 del nostro festival AD ARTE e con il quale sono attualmente in scena a Roma al Teatro Sala Uno».

Lei ha un’attività artistica ad alti livelli da circa trent’anni: quanto e in cosa è cambiata la situazione attuale rispetto ai suoi esordi? Cosa si sentirebbe di dire a un’attrice che si appresta a iniziare la propria carriera?
MB: «Ho compiuto i miei primi trent’anni di carriera esattamente il 15 ottobre scorso. Naturalmente le cose sono infinitamente diverse da quando ho iniziato, all’epoca c’era rispetto nei confronti degli artisti e pur tra mille difficoltà il nostro era ancora considerato, anche, un mestiere. Se eri fortunato entravi in una compagnia che ti faceva lavorare da settembre a maggio inoltrato, più le estive, insomma non eravamo carne da macello, vivevamo del nostro mestiere, le banche ci concedevano i mutui, per capirci. Questo da un punto di vista sostanzialmente economico, ma l’economia nasce da radici assai più profonde.
A una giovane che volesse avventurarsi nel nostro mondo consiglierei di studiare, tanto, di andare a teatro COMUNQUE e soprattutto di ascoltare il proprio cuore e domandarsi quale sia il motivo profondo che la spinge a voler fare l’attrice».

Si parla tanto di crisi del teatro e di scollamento tra il pubblico e il teatro. Condivide questa opinione? Se sì, questa disaffezione a cosa le sembra dovuta?
MB: «Penso ci siano tanti fattori, non ultimo la televisione, che costringe la gente nelle case e uccide la curiosità. Purtroppo principalmente a mio parere ha influito negli anni la tanta bruttezza di troppi spettacoli, che ha allontanato grossa parte del pubblico affezionato. Ma è un discorso veramente complesso che meriterebbe un’intervista a parte».

Nel 2014 è nato Ad Arte, festival di cui è direttrice artistica insieme a Igor Mattei: come mai la scelta di far nascere un nuovo festival? Si trova a suo agio in questo ruolo, per lei inedito, o il suo habitat naturale rimane il palcoscenico?
MB: «Amo follemente il nostro festival, che è diventato sempre più negli anni una importante ragione di vita. Per Igor Mattei e per me è una fonte di speranza per un mondo artistico diverso, dove l’arte e il merito di chi la fa possano abbracciarsi. Aiutare i tanti talenti spesso sconosciuti a mostrarsi, a ottenere i giusti riconoscimenti e un po’ di visibilità ci esorta e sprona a continuare su una strada difficilissima ma che sentiamo profondamente giusta e utile, la più importante che ci sentiamo di percorrere per dare il nostro contributo».

A quali progetti sta attualmente collaborando? Guardando al futuro, quali saranno i prossimi?
MB: «Dopo la Fedra mi piacerebbe affrontare il ruolo di Medea, che da tanti anni ho chiuso in fondo all’anima. E poi Il giardino dei ciliegi, mio sogno nel cassetto. Chissà. Lo saprete».

Marina Biondi - ph Pino Le Pera
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