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Medea…, articolo di "Simona Maria Frigerio" su Persinsala Teatro
Foto: Umberto Favretto Medea
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Al Verdi di Pisa la Stagione si apre con la regia ronconiana di Medea, targata 1996. Tra Mackie Messer e la multimedialità. Fare una recensione di un lavoro teatrale concepito oltre vent’anni fa è difficile, non solamente perché dell’originale hanno già scritto tutto lo scibile umano, ma anche perché ogni spettacolo è riflesso del proprio …

…en travesti

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Al Verdi di Pisa la Stagione si apre con la regia ronconiana di Medea, targata 1996. Tra Mackie Messer e la multimedialità.

Fare una recensione di un lavoro teatrale concepito oltre vent’anni fa è difficile, non solamente perché dell’originale hanno già scritto tutto lo scibile umano, ma anche perché ogni spettacolo è riflesso del proprio tempo e in quel tempo andrebbe collocato.
Ovviamente non ci troviamo di fronte a Sir Laurence Olivier in calzamaglia e capello falso biondo su un’improbabile scogliera, ossia a un’opera ormai datata che è materiale per storici del teatro (o del cinema), bensì a una tragedia che la mano ronconiana ha felicemente riplasmato e che conserva intatta alcuni punti di forza, mostrando altresì, nella trama, fili di senso che saranno sviluppati più avanti nel solco del teatro di regia, e alcune sfilacciature dovute alla consunzione del tempo.
Ma partiamo dall’impianto registico, solido e compatto, e che ha decisamente tenuto nonostante il passare degli anni; dalla lettura ronconiana del testo che ne esalta appieno ogni sfumatura di senso; dalla scelta dell’en travesti che aiuta a dare a quel senso e a un personaggio come Medea una dimensione forse persino più credibile. Le battute e i cliché sul ruolo della donna, recitati da un Branciaroli/Priscilla la regina del deserto (uno dei piccoli gioielli della cinematografia dedicati all’universo trans), assumono una dimensione straordinariamente contemporanea. Lo straniamento di vedere Medea, en travesti, che pela le patate vicino a una cucina economica, mentre trama contro Giasone blandendo il suo ego maschile (e maschilista) è insieme ferocemente testoriana e audacemente à la Blake Edwards. Plauso indubbio alla capacità di Ronconi di leggere il testo e di scorgerne ogni sfumatura, plauso anche a Branciaroli in grado di modulare quel testo con l’insostenibile leggerezza dell’essere.
Convince anche l’ambientazione gangsteristica che può rivolgersi a modelli quali il Mackie Messer de L’opera da tre soldi di Brecht o il King Marchan di Victor Victoria (il film dell’82 con una credibilissima Julie Andrews, donna, che si finge uomo travesti). Così come il coro, composto da inservienti di un vecchio cinema – con quel cortocircuito tra rappresentazione e realtà scenica che ben si addice a una tragedia, laddove ogni accadimento è presagito o raccontato a posteriori ma mai attuato di fronte agli occhi del pubblico.
E fin qui vedere, oggi, la Medea ronconiana ha ancora un senso – ben aldilà del valore per lo studioso di teatro.
Alcune scelte stilistiche, al contrario, si sarebbero potute evitare. I video, ad esempio (sicuramente segnale della capacità innovativa di Ronconi nel ’96 ma ormai abusati e, spesso, impropriamente) non aggiungono nulla alla rappresentazione scenica e, anzi, spesso distraggono o rendono il testo ridondante (quel deserto e quel mare tempestoso che scorrono mentre si racconta la storia di Medea profuga/raminga forse, se ritraesse i rifugiati che, oggi, arrivano sulle nostre coste assumerebbe pregnanza, ma la sua indeterminatezza nulla aggiunge al racconto e, anzi, appare come un orpello che appesantisce lo stesso). Così come i cori, decisamente pop anni 80/90. O, ancora, il gigantismo ronconiano che, ormai, anch’esso abusato, non solo non concentra ma, al contrario, disperde l’attenzione. E, soprattutto oggi – in tempi in cui molte Compagnie faticano a mettere in scena un tavolo con due sedie – appaiono stonati quella scala di legno infinita o quel carro sul quale Medea si erge nel confronto finale con Giasone e che nulla aggiunge alla sua maestosità, visto che poi ne discende accomiatandosi dal pubblico praticamente in proscenio. Orpelli di tempi in cui il teatro poteva permettersi scenografie mastodontiche. Al contrario, sono densi di significato quella cucina a gas (di cui abbiamo scritto più sopra) o il materasso arrotolato su un letto disfatto, tipico di chi si accinge a partire e lasciare per sempre la propria casa. A riprova (Shakespeare docet) che l’oggetto più semplice può ricreare universi di senso, immagini intrinseche alla storia dell’intera umanità, simboliche di sofferenze, gioie ed esperienze comuni.
E su tutto e tutti, invariata la capacità del mito e della tragedia di parlare all’essere umano contemporaneo attraverso l’archetipo, di richiamare il nostro inconscio collettivo alle emozioni primordiali.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Verdi

via Palestro, 40 – Pisa
domenica 22 ottobre, ore 17.00

Medea
di Euripide
traduzione Umberto Albini
regia Luca Ronconi
ripresa da Daniele Salvo
scene Francesco Calcagnini
riprese da Antonella Conte
costumi Jacques Reynaud
ripresi da Gianluca Sbicca
luci Sergio Rossi
riprese da Cesare Agoni
con Franco Branciaroli
e con Antonio Zanoletti, Alfonso Veneroso, Tommaso Cardarelli, Livio Remuzzi, Elena Polic Greco, Elisabetta Scarano, Serena Mattace Raso, Arianna di Stefano, Francesca Maria, Odette Piscitelli, Alessandra Salamida, Raffaele Bisegna e Matteo Bisegna
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano – Teatro de Gli Incamminati – Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa

3,00

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