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Mia figlia vuole portare il velo

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Uno scontro generazionale su temi religiosi è il tema del nuovo spettacolo di Sabina Negri.

La mancanza di comprensione e condivisione da parte dei figli delle lotte sostenute dai genitori è alla base del nuovo spettacolo di Sabina Negri, ora in scena al Teatro Out Off di Milano. Il testo è liberamente tratto dal romanzo Lettera a mia figlia che vuole portare il velo di Leila Djitli, giornalista di origine algerina da anni stabilitasi a Parigi, a lungo in vetta alle classifiche francesi di vendita letteraria.
Fatima, operaia marsigliese di origine algerine, bella ed orgogliosa della propria femminilità, si trova a Parigi per festeggiare la laurea in medicina della figlia Jasmine che, in occasione di questa importante tappa della propria vita, vuole apportare alcuni importanti cambiamenti nel proprio modo di porsi nei confronti del mondo. Ha deciso che ogni volta che uscirà di casa indosserà l’hijab, l’ampio fazzoletto colorato che nasconde la nuca, le orecchie ed i capelli adottato da molte donne musulmane. Motiva tale scelta non tanto con le pressioni del fidanzato integralista – come insinua la madre – ma col desiderio di celare la propria bellezza come gesto di ribellione ad una società occidentale basata sull’estetica, dove l’aspetto fisico è un passaporto per ottenere piccole e grandi concessioni, dall’appartamento in affitto al posto di lavoro, ed essere finalmente giudicata solo per il proprio valore.
La madre che negli anni della gioventù si era battuta con ostinazione per l’emancipazione della donna dalla proprietà maschile, subendo anche il disprezzo pubblico di “quelle che portavano il velo”, è fiera dei risultati conseguiti e di aver aperto all’altra metà del cielo la possibilità di vivere indipendentemente, di studiare, di lavorare e di crescere un figlio da sole, senza dover subire l’emarginazione ed il biasimo popolare. Libertà che, come rivendica con orgoglio, non è mai diventata sinonimo di dissolutezza o facilità di costumi, tanto meno l’occasione di rinnegare la cultura avita una volta sbarcata in Francia: Fatima ha sempre mantenuto vive le tradizioni della sua terra, dalla danza alle ricette di cucina tramandatele dalla nonna, così come rispetta i precetti del buon musulmano, primo tra tutti la carità ai più poveri. La laurea della figlia per lei è la dimostrazione che il mondo può essere migliore se ci si unisce e si lotta numerosi per i propri diritti ma ora, questa sua scelta di indossare il velo, la getta nello sconforto. Peggio, si ritrova ad essere giudicata da Jasmine per i suoi costumi troppo appariscenti e il suo stile di vita, come se fosse ripiombata nell’Algeria dei suoi 20 anni.
Le due donne dibattono a lungo sul significato di libertà ed emancipazione: è uno scontro non solo generazionale ma anche di interpretazione dei precetti sacri e di scelta di valori da perseguire, condotto tra fine arte oratoria e ricatti psicologici, senza perdere di vista il legame che le lega. Distante, non solo geograficamente ma anche mentalmente, dalla discussione appare l’ex  marito di Fatima – nonché padre di Jasmine – che ormai si è costruito un’altra famiglia. Strattonato tra le due parti si limita a rivendicare il libero arbitrio dileguandosi per provvidenziali problemi di connessione quando i toni divengono più incalzanti a emblema di un ruolo che oggigiorno, a causa anche delle molte separazioni e divorzi, perde progressivamente efficacia ed autorità.

I personaggi femminili sono marcatamente delineati dalla Negri e gestiti sul palcoscenico con la consueta maestria da Lorenzo Loris; intensamente calata nella parte della madre che ancora prosegue le sue lotte per l’emancipazione femminile ammiriamo Caterina Vertova; Alice Torriani, la figlia, è una degna antagonista in scena; nel ruolo del padre, evanescente come un collegamento via web-cam, troviamo un sornione Alessandro Haber.
La somma di parti positive però non necessariamente dà un risultato memorabile, anzi! Uscendo da teatro, per definire nel suo complesso lo spettacolo appena visto, ci viene in mente un solo aggettivo: troppo. Troppa le retorica spalmata abbondantemente nei testi dei lunghi monologhi, troppa l’enfasi recitativa delle due attrici e pure troppo lunga la durata dello spettacolo che rischia di far scemare il trasporto del pubblico.

Lo spettacolo continua:
Teatro Out Off
Via Mac Mahon 16 – Milano
Fino a domenica 5 febbraio 2012
Orari: da lunedì a sabato ore 20.45 – domenica ore 16.00

Fondazione Teatro Fraschini di Pavia e Teatro Out Off
Mia figlia vuole portare il velo
di Sabina Negri
regia Lorenzo Loris
con Caterina Vertova, Alice Torriani
e con la partecipazione video di Alessandro Haber
musiche a cura di Didier de Cottignies
scena Daniela Gardinazzi
costumi Nicoletta Ceccolini
progetto visivo Dimitris Statiris
luci e fonica Alessandro Canali

Tournée: 
Portogruaro (Ve), Teatro Russolo, martedì 7 febbraio 2012
Ascona (CH), Teatro San Materno, domenica 12 febbraio 2012

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  • virginia

    Spettacolo intenso, commovente e ironico al tempo stesso. Vertova di grande presenza scenica. Torriani un po’ acerba, ma in crescita. Regia magistrale di Lorenzo Loris che riesce, sempre, a cogliere (e a portare alla luce) tutte le sfumature psicologiche dei personaggi.
    La durata della pièce (1 h e 15 ca) non mi sembra – al contrario di quanto nota Daniele Rizzo – per nulla eccessiva. Direi perfettamente funzionale al dialogo-confronto tra le due protagoniste. Secondo me, da non perdere in un panorama – come quello italiano – dove gli autori contemporanei sono scarsamente rappresentati.

  • Daniele Rizzo

    Ciao Virginia, la recensione era a nome mio solo per un errore del sistema di pubblicazione.
    Grazie per il tuo commento.

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