FUCKIN’ IDIOT #1

Inaugura con Fuckin’ Idiot il nostro progetto di Dialogo critico al Teatro Studio Uno. Come spesso accade quando si inizia qualcosa di completamente nuovo (almeno per Persinsala), esso si pone necessariamente work in progress , come percorso in fieri, di quella che – a oggi – è più una dichiarazione d’intenti che una teoria definitivamente strutturata.


Approfondiremo nel corso del suo svolgimento la natura e le intenzioni del progetto, quella volontà di una assunzione di maggiori responsabilità rispetto a quel panorama culturale, teatrale nello specifico, nei confronti del quale riteniamo che si debba offire il proprio miglior contributo possibile.

Di certo non sarà nostro compito prendere parte costitutivamente invadente al processo creativo e drammaturgico, che è giusto che rimanga nella assoluta disponibilità di chi mette in scena un allestimento. E proprio da questa esigenza di discrezione, dalla domanda di senso e valore possibile da dare in una collocazione in equilibrio da dentro e fuori, che è sorto quello che consideriamo essere il primo punto fermo di un progetto che ambisce a proporre un un format replicabile e riutilizzabile. Ovvero concordare direttamente le modalità specifiche di attraversamento con le diverse parti in causa: Alessandro di Somma ed Eleonora Turco, gestori del Teatro Studio Uno, struttura cui riconosciamo una affine concezione popolare della cultura, e Federico Cianciaruso, Cristiano Di Nicola e Simone Giustinelli, responsabili (a vario titolo) di Fuckin’ Idiot, spettacolo che andrà in scena a Torpignattara dal 10 al 20 dicembre.

Dopo aver assistito complessivamente a quattro prove (tre singolarmente, una in coppia), abbiamo deciso di distinguere due piani di analisi: il primo metodologico, ovvero sulle modalità del lavoro preparatorio, il secondo di restituzione.

La prima impressione è stata relativa alla relazione tra Simone Giustinelli (regista) e Federico Cianciaruso (protagonista), entrambi del 1991. Il loro è un rapporto complicato da vari elementi di non facile e immediata gestione. Ci spieghiamo meglio.

Sono amici che lavorano insieme e già di per sé questo fatto potrebbe non preannunciare nulla di buono, almeno non se si prendono a mo’ di esempio tutte le amicizie incrinate dal perseguimento di un obiettivo comune, di propria fattura. Sono amici che lavorano insieme a un progetto sul calcio, da sempre campo di battaglia anche per le famiglie più unite, cosa che di certo non aiuta. Sono amici che lavorano insieme a un progetto sul calcio a Roma, città senza muro, ma comunque, e ovunque, divisa: tra Nord e Sud, tra giallorossi e biancocelesti, tra borgatari e pariolini, tra dentro-GRA e fuori-GRA. Accanto all’intesa che naturalmente potrebbe esistere tra amici e che potrebbe giocare a favore, le premesse, insomma, sono potenzialmente anche esplosive.

Simone Giustinelli e Federico Cianciaruso questo rapporto complicato, ed è la prima sorpresa in positivo, sembrano gestirlo benissimo e con fare costruttivo, impostandosi su un piano di matura professionalità. Sono due artisti dal marcato piglio professionale, nonostante la prossimità anagrafica. Prossimità anagrafica che in prova non inficia per nulla il riconoscimento dei rispettivi ruoli, di chi sia leader, capitano che con rotta sicura e presa salda sul timone dirige, e chi nostromo, fedele esecutore delle indicazioni fornitegli. Non c’è pelo sulla lingua, non c’è remora o riguardo. Se una cosa non va bene, si ricomincia, «di nuovo», dice indefesso Simone. «Più nero», «pensa di avere la polizia alle calcagna» oppure «hai la febbre a 40°». L’occhio registico vede cose che sfuggono facilmente, come una mano appena accennata da dietro una volta, o uno sguardo di complicità con un pesciolino rosso ancora immaginario. I suoi commenti, le sue critiche, per quanto taglienti, sono volte ad offrire un appiglio, un appoggio all’andare di Federico.

E se Simone offre lucidità di visione ed esempi concreti da veterano, va riconosciuto come per Federico si tratti di confrontarsi con variazioni attoriali non indifferenti, considerato anche che gli verranno richieste per circa un’ora.

Abbiamo assistito ai primi due atti. Il secondo si presenta, probabilmente, di più agevole gestione, sia per l’approccio linguistico dialettale, sia per l’ambientazione che offre maggiori possibilità interazione (il pesce rosso, la tv, la poltrona, il frigo, il telecomando, ecc).

Più impegnativo, invece, è sembrato modulare – nel primo –  il processo di un protagonista che, rimanendo in bilico, deve uscire dal ruolo di vittima ed entrare in quello del carnefice, deve alzare la temperatura della propria rabbia, mantenendola al contempo sotto controllo, e mostrare la contemporanea bipolarità di una maschera da cattivo impostagli dalla società massmediatica.

Simone insiste con dirigismo su ogni variazione, cercando di far giungere Federico alla perfetta pertinenza di ogni tono (come dire «stronzo» senza far sì che la parola renda schiavo di una debolezza linguistica per antonomasia aliena a un ultrà)? Il compito, quello di Federico, non è certamente dei più facili.

Qua, il rapporto piramidale mostra, forse, alcune crepe, sembra percepire un fremito di orgoglio privato in Federico, una sorta di chiusura istintiva e stare sulla difensiva gli impedisce di ascoltare veramente le parole del regista. Assistere a un’ora di prove in cui si ripetono, con centinaia di sfumature, le parole «buongiorno» e «buonasera», è frustrante tanto per il regista quanto per l’attore.

Le bruttezze ci sono e, con una schiettezza che conferma quanto i due siano professionalmente orientati allo scopo, non c’è nessuna intenzione di nasconderlo. Si prova e riprova e la scena riesce a prendere tutta un’altra piega. L’opera evolve (il bello della diretta e di una drammaturga in the house), e l’attore viene spinto oltre i propri limiti, a volte superandoli, a volte perdendosi.

È un piacere vedere il fervore di Simone che, con un pizzico di esasperazione, recita direttamente il pezzo che Federico non riesce a restituire nelle sue intenzioni registiche, dando la propria interpretazione e la propria energia alla sala.

Inoltre, se sui livelli scenici (arredamento, luci, suoni e musiche, dinamiche) l’impressione è che l’approccio iperrealista rischi la ridondanza, l’impressione è anche che proprio sullo scongiurare questo rischio si stia lavorando, aumentando notevolmente la responsabilità di una presenza e tenuta attoriale di altissimo livello.

Forse questa violenza, questa inflessibilità e intransigenza interpretativa («posso fare una domanda?», fa Federico. Silenzio, non risponde Simone), potrebbero risultare controproducenti sul lungo termine?

Quanto manca un feedback reale da parte dell’attore?

Quanto questo modo di lavorare (che ha illustri antesignani, basti citare l’autorità cui Eduardo de Filippo plasmava ogni dettaglio) potrebbe castrare un possibile spunto analitico derivante da un punto di vista semplicemente “altro” e che non sia semplicemente un rispondere quasi a monosillabi?

Per ora lo spettacolo è a metà strada. Può spiccare il volo, o può rimanere in un limbo, ovviamente solo dalla prima sarà in grado di giudicare. Di indubbio c’è che il regista ha voluto prendersi carico della responsabilità di portare avanti tutta la baracca, e lo fa con disinvoltura e polso fermo. L’impressione è che, complessivamente, il sodalizio con Federico stia riuscendo a dar forma a quanto voluto.

Narrativamente parlando, ovvero rispetto a quello che abbiamo chiamato restituzione, invece, è difficile esprimere un pensiero coeso. Tra scene tagliate e testi in continuo cambiamento, si può solo avere una vaga idea della struttura e della forma finale che la pièce assumerà tra pochi giorni. L’idea di spezzettare la trama, restituendo un intreccio cronologicamente complesso, incuriosisce e costituisce una modalità condivisibile per sganciarsi dai rischi insiti in ogni monologo e nel teatro di parola, ma potrebbe anche rendere ancora più complesso il discernimento del personaggio da parte dell’attore. Passare da un timido codardo a uno spietato ultrà illuminato, infatti, potrebbe rivelarsi un obiettivo troppo ambizioso per una residenza relativamente breve.

Ma i tempi teatrali sono quello che sono. L’intuizione c’è, adesso tocca vedere se la resa dell’intuizione soddisferà i due amici.

Francesco Chiaro, Daniele Rizzo

Teatro Studio Uno
Via Carlo Della Rocca, 6 Torpignattara
10-20 dicembre 2015
dal giovedì al sabato 21, domenica 18
349 4356219 – 329 8027943
info.teatrostudiouno@gmail.com – http://teatrostudiouno.com/

Fuckin’ Idiot
di Federico Cianciaruso, Cristiano Di Nicola, Simone Giustinelli
drammaturgia Sonia Di Guida
con Ultrà di Giuseppe Manfridi
con Federico Cianciaruso
scena Cristiano Di Nicola
regia Simone Giustinelli
assistente alla regia Serena De Siena
assistente scenografa Antonia D’Orsi
installazione video Cristiano Di Nicola, Federico Palmerini
foto di scena Simone Galli
voce del presidente Marco Giustinelli
voce del conduttore Fabio De Stefano
installazione grafica Sofia Rossi
ufficio stampa Stefania D’Orazio
una produzione Justintwo
vincitore del bando di residenza produttiva presso il Teatro Studio Uno
media-partner SaltinAria.it, RADIO LIBERA TUTTI
con il sostegno di FederSupporter – pagina ufficiale, La Platea, L’ultimo nastro di Krapp
progetto di critica residente in collaborazione con Persinsala Teatro

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