News e comunicati

Occidente Solitario

Occidente Solitario

Occidente Solitariooccidente-solitario
Voto dei lettori: 6,00 su 10
1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars

Un passo indietro e due avanti

Voto dei lettori: 6,00 su 10
1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars

Teatro dei Differenti ospita in uno dei “Borghi più belli d’Italia”, la splendida Barga sita nel cuore della Garfagnana, Occidente Solitario, spietato affresco della contemporaneità firmato dal pluripremiato Martin McDonagh.

La terza opera di McDonagh, ultimo dramma della Trilogia di Leenane, nasce come interessante e spiazzante tentativo di descrizione fenomenologica della società, testimonianza teatrale della celebre tesi sulla natura umana Homo homini lupus (che trova la sua formulazione tipicamente “moderna”, proprio in terra anglosassone, in Thomas Hobbes) per divenire nell’intenzione drammaturgica del regista Juan Diego Puerta Lopez una commedia nera dove, più semplicemente e con minor profondità filosofica, la natura umana assume sfumature essenzialmente egoistiche e il mondo si struttura attraverso l’instaurarsi di relazioni inautentiche.
Se, infatti, Valene (Filippo Nigro) cercherà la pace nella ossessivo-compulsiva ricerca del “possesso” (di statuine religiose che, posizionate all’interno della casa, dovrebbero garantirgli il paradiso), simmetricamente Coleman (Claudio Santamaria) non farà altro che esistere per opposizione al “mondo” (padre, fratello, cane), in una prospettiva di reciproco annientamento (mors tua vita mea).

In una condizione esistenziale spaventosamente senz’appello (come ammonisce il finale), dove l’unico criterio normativo dell’agire umano diviene l’istinto di sopravvivenza e gli stessi rapporti di «sangue e carne» risultano piegati a uno stato di perenne conflittualità (bellum omnium contra omnes), ogni legame morale (fraternitas, amore, solidarietà) risulta votato fatalmente all’ipocrisia.

Specchio di questo rovesciamento di valore sono, ad esempio, le frasi ironiche che prete Welsh (Massimo De Santis) si sente ripetutamente rivolgere («hai dubbi sulla religione, ma sei un buon prete»); oppure la curiosa percezione di sincerità che si ha del cinismo dei due fratelli rispetto allo struggimento con cui lo stesso curato «si piange continuamente addosso» per il fatto di non essere un buon cristiano.

Partendo dalla consapevolezza dell’arduo confronto con l’opera originaria, di questa pièce non si può che, prima d’ogni cosa, sottolineare i non pochi aspetti positivi. Innanzitutto, l’interpretazione di Filippo Nigro (per questo spettacolo vincitore del Premio attore emergente a Le Maschere del Teatro Italiano 2012), che per omogeneità e coerenza espressiva ha convinto maggiormente del comunque positivo (e dotato di maggiore presenza scenica) Claudio Santamaria, “frenato” nell’occasione da un’incerta inflessione vocale tendente a un romano fuoriluogo. Credibili anche se con qualche incertezza (il primo) o sbavatura (la seconda, ma sull’aspetto della direzione attorale torneremo più avanti), il grottesco padre Welsh, personaggio chiave dello sviluppo narrativo, e quello di Mary (Azzurra Antonacci), la ragazzina spacciatrice di whisky, che sul finire del primo atto, nel momento emotivamente più elevato della rappresentazione, mostrerà con il suo acerbo e fresco talento la dovuta “bella ingenuità”, lasciando (s)velato il proprio amore.
Ottima anche la scenografia di Bruno Buonincontri, che conferma ancora una volta (si veda il Re Lear di Giacomo Bisordi) grande maestria nel saper sintetizzare semplicità e funzionalità. Da evidenziare positivamente come il regista colombiano sia riuscito a rendere sapientemente organiche all’incedere dialogico dello spettacolo, espressioni e gestualità cruente (volgarità, rutti e sputi), attraverso un loro utilizzo ostentato e ad libitum.

Un allestimento che buona parte del pubblico ha mostrato di gradire soprattutto per l’aspetto “comico dell’infelicità” (salvo questo opportuno riferimento dello stesso Lopez nelle note di regia, riteniamo fuorviante utilizzare – come hanno fatto diversi critici – l’orizzonte beckettiano quale prospettiva interpretativa complessiva del testo) ma che, proprio per il lasciare intravedere potenzialità ancora inespresse, mostra il fianco ad ulteriori valutazioni, in particolar modo per quanto riguarda l’impianto registico complessivo.

Nonostante si possa parlare di uno spettacolo complessivamente ben recitato e ben messo in scena, l’adattamento a commedia nera operato dalla produzione della Compagnia Gli Ipocriti | Associazione Teatrale Pistoiese – felicemente utilizzato per realizzare sul palco quella contaminazione di diversi linguaggi narrativi (teatrale, cinematografico, televisivo) tipica dell’operazione artistica di McDonagh – ha finito per disperdere parte della paradossalità insita nel testo originario e per auto-depotenziarne il messaggio, pagando (forse eccessivamente) la riduzione a semplice constatazione polemica della convenienza dell’essere cattolici («il bello è che puoi sempre pentirti di aver ucciso dieci, venti persone [...] ma se uccidi solo te stesso allora vai diritto all’inferno») e la scelta di una ambientazione “universale”, con lo sdradicameto dalle radici di quell’Irlanda di cui era natìo lo stesso autore e dove, ancora oggi, affari religiosi e politici sono assurdamente intrecciati e bagnati di sangue.

Se le schermaglie dialettiche perdono progressivamente intensità e l’ironia sconfina a tratti nella banalità, va ripresa, come anticipato, la questione delle dinamiche tra gli attori, a loro volta e con sofferenza legate dall’impostazione registica alle maglie di comportamenti stereotipati e convenzionali (come quelli della ragazzina che entra, si siede sul tavolo e accavalla le gambe per mostrare la propria irriverenza; o quando, accanto al prete, di fronte al fiume, utilizza – ricambiata – una prossemica “ovvia” per dire/non dire quello che sta provando; o ancora l’abusata e scontata posa della croce assunta da padre Welsh).
La melanconia, l’inadeguatezza alla felicità, l’essere contemporaneamente disadattati e perfettamente nella “media” sono tutti aspetti che contrassegnano la solitudine (dell’essere) occidentale, che viene restituita didascalicamente attraverso un meccanismo intellettualmente asettico ma emotivamente non glaciale, vittima del “paradossale” difetto di un funzionamento “perfetto” (nel senso di esageratamente ordinato e disciplinato rispetto alla realtà) e del “pericoloso” posizionamento in una terra di mezzo tra empatia e straniamento.

Nella sua incerta restituzione testuale e visiva del piano strutturale (di per sé contraddittorio) dell’esistenza (infelice, violenta, ma per forza di cose “viva” perché «se lotta, significa che ci tiene», ripeteranno più volte i due fratelli), la Solitudine di questo Occidente sembra ancora troppo ancorata – seppur per contrarietà – a una appagante dimensione catartica, più che beckettiana, del “comico”.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro dei Differenti

Barga
sabato 15 gennaio 2013, ore 21.15

Compagnia Gli Ipocriti e Associazione Teatrale Pistoiese
Occidente Solitario
di Martin Mcdonagh
traduzione Luca Scarlini
regia Juan Diego Puerta Lopez
con Claudio Santamaria, Filippo Nigro, Azzurra Antonacci, Massimo De Santis
scene Bruno Buonincontri
disegno luci Sergio Ciattaglia
costumi Caterina Nardi
musiche originali Riccardo Bertini

Hai letto: Occidente Solitarioscritto il 17/01/2013 da

Parole chiave:

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

>