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Paradiso. Un pezzo sacro / Festival Verdi

Paradiso. Un pezzo sacro / Festival Verdi, articolo di "Daniele Rizzo" su Persinsala Teatro
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Lenz Fondazione, Paradiso. Un Pezzo Sacro © Francesco Pititto (8)
Lenz Fondazione, Paradiso. Un Pezzo Sacro © Francesco Pititto (8)

Paradiso. Un pezzo sacro / Festival Verdi
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Al Festival Verdi di Parma, Lenz presenta Paradiso. Un pezzo sacro, «la nuova installazione sonora e visuale creata da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto […] a partire dai Quattro Pezzi Sacri di Giuseppe Verdi». È una sera di metà autunno quella che si raccoglie attorno al Ponte Nord. L’aria è umida, il torrente Parma, …

Excessus mentis in Deum (et in homines)

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Al Festival Verdi di Parma, Lenz presenta Paradiso. Un pezzo sacro, «la nuova installazione sonora e visuale creata da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto […] a partire dai Quattro Pezzi Sacri di Giuseppe Verdi».

È una sera di metà autunno quella che si raccoglie attorno al Ponte Nord. L’aria è umida, il torrente Parma, come spesso accade, in secca, gli unici odori circostanti provengono dallo scorrere del (ridotto) traffico su una spettacolare infrastruttura, un «monumento in vetro e acciaio» (note di regia)  polifunzionale nelle intenzioni, ma che, nella realtà, dal 2012, rappresenta una cattedrale, alta tre piani e lunga oltre 150 metri, abilitata a ospitare esclusivamente eventi limitati nel tempo perché illegale rispetto a norme urbanistiche che vietano ogni costruzione stabile e a uso permanente sui letti dei corsi d’acqua.

Uno spazio, dunque, abortito, non venuto al mondo, fallace nella sua stessa essenza, spento, buio e privo di anima, che, tuttavia, brulica di corpi in movimento (d)al suo esterno e, per una volta, anche al suo interno. Ed è su questa antitesi concreta che Lenz decide d’innestare il proprio Paradiso, terza cantica dantesca e secondo step del progetto biennale sulla Divina Commedia (iniziato con il Purgatorio all’Ospedale Vecchio), atto terminale in cui, lasciata ogni Ragione (Viriglio), incontrata la Grazia della Fede (Beatrice) e invocata la Mistica dell’Estasi (san Bernardo), Dante – e noi con lui – verrà avvolto dall’intonazione dei versi delle Laudi alla Vergine Maria, Pezzo Sacro di Giuseppe Verdi più volte declamato nel corso dello spettacolo dalle trenta coriste dell’Associazione Cori Parmensi.

Non indugeremo sulla tensione etico-estetica e sul rigore che, da canone, contrassegnano l’ideazione e la messa in scena di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, sarebbe troppo facile e probabilmente inutile tesserne le lodi; tantomeno ci soffermeremo sull’immediato parallelismo tra uno spazio che anela nuova vita e la capacità di tutto l’ensemble lenziano «di ripensare continuamente lo spazio dell’arte quale condizione necessariamente propedeutica per ogni esperienza artistica» (Purgatorio). Dello sviluppo, per quanto appena scritto e nei limiti del possibile, eviteremo ogni descrizione che sarebbe pedante e, questa sì, certamente inutile (oltre che insensata dal punto di vista di una critica adulta); cercheremo, invece, di restituirne la portata linguistica, essendo ormai terminato il tempo di allestimento, ma non il suo essere momento funzionale al modo in cui Lenz concepisce la propria dimensione artistica e pedagogica e realizza un teatro in cui enucleare una radicale e rivoluzionaria poetica perché educativa nei termini non della narrazione alternativa (come goffamente proposto da tanto teatro civile, politico o sperimentale di casa nostra), quanto del lessico e della sintassi che ne sta alla base.

Sarà, ancora e per l’ennesima volta, arduo non rimanere sconcertati dalla capacità di Maestri e Pititto di «restituire capolavori della cultura nazionalpopolare in vesti rinnovate e perfettamente aderenti […] diversamente modulati di una poetica in grado di sfoggiare vertici assoluti in termini di esperienza e qualità attorale, registica e scenica» (Verdi Re Lear) e, in tal modo, di attualizzare la frattura annunciata da Hegel di un’arte che senza lotta mostrerebbe solamente delle pagine bianche.

Dalle suggestioni imagoturgiche alla modalità itinerante, dalla vestizione plastica delle scenografie alle strepitose restituzioni attorali, dalla povertà dei costumi alla quiete caotica dell’impianto sonoro, questo Paradiso. Un pezzo sacro è, infatti, una vera summa di gran parte delle virtù lenziane, un oltremondo in cui, ad aspettarci senza accoglierci, si troverà una vertiginosa galleria di personaggi posti nel sontuoso (ma a tratti disomogeneo) equilibrio di chi dall’Empireo, ormai asceso alla delizia di un regno ineffabile e alla diretta contemplazione di Dio (la Candida Rosa), intende, di cielo in cielo, di sfera in sfera, di piano in piano, farsi rappresentabile agli umani sensi di chi, mortale viaggiatore, è pellegrino di «un viaggio di progressivo apprendimento estetico, [di] una salita collettiva di coro, attrici e spettatori verso una superiore dimensione etica, una ricerca costante della verità illuminata che solo una particolare sensibilità oltre l’intelletto, uno stato sovrasensibile e misterioso, nella sua estrema debolezza, può raggiungere».

Bisbigliando parole alle quali sarà necessario avvicinarsi per tendere l’orecchio (il tempo umano non è eterno e bisogna far presto per giungere a Dio: «Dai’, guarda in alto, vai dentro quella Luce» dirà san Bernardo), reiterando versi per disperderne efficacia discorsiva, acquisire potenza semantica e concorrere all’edificazione di un’atmosfera di comunione e misticismo, un coro di «involucri-sarcofagi molli sacchi mortuari collocati a terra» emergerà per tutta la lunghezza del piano terra del Ponte Nord, immerso nella profondità di una luce che ne innerva la struttura fino alla fine. Un coro privo di certezza naturalistica, al cui interno si canta in modo diverso la preghiera affinché la Vergine Maria interceda alla contemplazione del mistero di Dio («Luce, che da sé è vera»), ma che, con audace e credibile aderenza, restituisce quel senso di circolarità, perfezione e armonia che, nell’intenzione edificante di Dante, lega per mezzo dell’amore e della luce la realtà alla sua estrema origine e ogni creatura all’unità da cui «depende il cielo e tutta la natura» (il Motore Immobile).

Incalzato dall’insistenza sulle ripetizioni e sulle «variazioni di tempo e timbro, fluttuazioni e ondulazioni d’altezza e sull’elaborazione degli accordi» con cui la «drammaturgia musicale […] a cura di Andrea Azzali» tende a ridurre all’unità la varietà della «forma musicale della composizione sacra verdiana», il sommo poeta che osò descrivere Dio giunge al secondo piano, alla circostanza in cui lo vedremo incontrare dieci Sante vestite da sposa. È questo un passaggio cruciale, perché in esso, in una splendida parafrasi visiva di individualizzazione dell’unicità della Vergine, si trasfigura proprio quel coro di donne gravide e mai inseminate e con esso si consegna l’«evidente impossibilità biologica del concepimento» non tanto all’auspicata riflessione sulla «natura filosofica della maternità: la tensione al divenire due, al trasformarsi in nuovo, in altro, in ignoto», quanto alla questione vivente e concreta dell’essere al mondo e della dimensione tragica della vita.

Dunque, pur partendo da direzione contraria, Lenz individua un medesimo percorso di ossimori e di antitesi drammaturgiche e sceniche, una compiuta ringkomposition che si apre e chiude – rispettivamente – sul testo delle Laudi alla Vergine Maria e sull’immagine finale del feto con cui richiama quella iniziale della gravidanza, accostando l’ascesa al Ponte Nord all’adempimento di un vero e proprio principium individuationis di chi «solo attraverso il corpo di Lei […] può vivere, non vedere, la Luce», quel Figlio dell’Uomo laicamente inteso come singolo, come parte del genere umano e come umanità nel suo complesso («irrompe su Dante, l’immagine del nascituro benedetto, a sua somiglianza, il riflesso e la nostalgia di tornare ad essere Persona»).

Oltrepassata con estrema coerenza «l’unica cantica sinceramente terrena, quella di un Regno […] che – paradosso della Divina Commedia – conosce il trapassare del giorno nella notte e scopre il buio tornare a farsi luce» (Purgatorio), Paradiso. Un pezzo sacro di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto realizza, allora, un fedelissimo, e per questo clamoroso, ribaltamento del patrimonio originario, declinando i tre archetipi danteschi della divinità – semplicità (dell’Uno), perfezione (della Generazione) e infinità (della Specie) – in una ludicissima corrispondenza spirituale e sentimentale con il «sacco amniotico che contiene l’essere vivente», testimoniato su tutti dal meraviglioso contrappunto con cui Maria (e anche Dante nelle ultimissime battute) risponde all’invocazione (coro cantato: «Vergine madre, figlia del tuo Figlio, / Umile ed alta più che creatura, / Termine fisso d’eterno consiglio, / Tu se’ colei che l’umana natura / Nobilitasti sì, che ‘l suo Fattore / Non disdegnò di farsi sua fattura. / Nel ventre tuo si raccese l’amore / Per lo cui caldo nell’eterna pace / Così è germinato questo fiore. […]»; Maria: «Io sono la Vergine madre, figlia di mio Figlio. / La creatura più Umile e alta della Terra / punto fisso del Paradiso. / Io sono colei che l’umana natura / ha nobilitato / tanto che il suo Fattore non disdegnò / di farsi sua fattura. / Nel ventre mio si raccese l’amore / per questo caldo nell’eterna pace / è germinato questo fiore […]»).

Un incedere solo apparentemente semplice nella sua lineare progressione, capace di attraversare tre macrosequenze poetiche (l’incrocio tra Dante, san Bernardo da Chiaravalle, Beatrice e la stessa Maria; i monologhi tra Dante e le Sante; l’esposizione di Dante alla Luce) e, con estremo paradosso, di portare Lenz sullo stesso solco tracciato dalla ricerca di Dio, sul cammino che aveva condotto Dante al di là del mondo terreno a (ri)scoprire in Lui il volto dell’essere umano (Paradiso, Canto XXXIII: «dentro da sé, del suo colore stesso / mi parve pinta de la nostra effige / per che il mio viso in lei tutto era messo»; Paradiso. Un pezzo sacro: «Luce, lasciami il ricordo. / Guardo e vedo, solo io, guardo e vedo. / Per un istante. Io sono solo. / E vedo me / ma non mi vedo davvero, / perché non ho più gli occhi, non ci sono occhi, / ma sento, sento me / – / e la luce sono adesso Io»).

Nonostante perplima la sottotraccia di sofferenza che accompagna vocalmente Dante nella sua ascesa, Lenz propone allora un rinnovato dissidio nel duplice rapporto tra l’io e il mondo e tra la scena e la realtà, e, attraverso una Cantica non pacificata, rilancia prepotentemente il senso inclusivo della propria proposta artistica.

In Paradiso. Un pezzo sacro, la commistione di fattori sentimentali e intellettuali e di capacità immaginative e cognitive è, da questo punto di vista, esemplare di un atteggiamento che educa l’essere umano nella misura in cui lo provoca ad adattarsi all’ambiente (scenico/reale) senza accettarlo passivamente, ma ricreandolo ricercandosi in esso, e soprattutto di un’arte che denuncia la tentazione dell’autoisolamento e dell’autoconfinamento in uno status di privilegio e merce per classi oziose, quando, al contrario, andrebbe accomunata (per esempio) alla scienza quale funzione del benessere sociale e meritare la stessa gratitudine.

Un teatro adulto che, allontanando il rischio di essere percepito quale sterile evasione, cerca di inficiare strutturalmente la possibilità di promuovere quell’assurda e omologante alienazione che spesso disperde tutto e tutti (l’artista, il critico, il pubblico) in sfoghi emotivi o intellettuali autoreferenziali e, di conseguenza, insignificanti.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno del Festival Verdi 2017
Ponte Nord

Viale Europa, Parma
anteprima mercoledì 11 ottobre ore 21
debutto giovedì 12 ottobre ore 21
repliche
13 ottobre ore 21
14, 15 ottobre ore 20
18, 19, 20 ottobre ore 21
21, 22 ottobre ore 20

Teatro Regio di Parma/Lenz Fondazione presentano
Paradiso. Un pezzo sacro
dalle Laudi alla Vergine di Giuseppe Verdi
XXXIII Canto del Paradiso di Dante
Drammaturgia imagoturgia Francesco Pititto
Installazione site-specific costumi regia Maria Federica Maestri
Musica installazione sonora Andrea Azzali
Maestro del Coro Gabriella Corsaro
In scena Ensemble Lenz Fondazione e Associazione Cori Parmensi
Cura Elena Sorbi
Organizzazione Ilaria Stocchi
Ufficio stampa Michele Pascarella
Assistenti Monica Bianchi, Valentina Barbarini, Marco Cavellini
Cura tecnica Alice Scartapacchio, Lucia Manghi, Gianluca Losi
Shooting fotografico Fiorella Iacono
Media video Stefano Cacciani
Responsabili progetti riabilitativi Maria Antonioni, Barbara Bezzi, Rosanna Pellegri, Paolo Pediri
Produzione Lenz Fondazione
Commissione Festival Verdi
in collaborazione con Teatro Regio – Festival Verdi
con il sostegno di MiBACT, Comune di Parma, Regione Emilia-Romagna, DAI SM-DP Ausl-Sert, Fondazione Monteparma
con il patrocinio di Comune di Parma
si ringraziano Authority STU Spa, STU Area Stazione Spa, Fondazione Arturo Toscanini, Aurora Domus Coop. Soc. Onlus, Centro P.Corsini, Parma Lirica

Dante Paolo Maccini
San Bernardo Frank Berzieri
Maria Delfina Rivieri
Sante Monica Baroni, Valentina Barbarini, Monica Bianchi, Lara Bonvini, Anna Coccia, Alessia Dell’imperio, Monica De Palma, Emma Galante, Chiara Garzo, Federica Goni, Valeria Meggi, Mirella Pongolini, Silvia Settimj, Sandra Soncini, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera
Coro Elena Alfieri, Linda Azzolini, Caterina Benassi, Damiana Caserta, Giuseppina Cattani, Laura Cavalca, Anella Anna Celentano, Gabriella Corsaro, Dina Germana Dalla Giacoma, Luciana Gerbella, Barbara Gianolini, Maria Giardino, Monica Lodesani, Maria Alessandra Maini, Chiara Masetti, Paola Montermini, Valeria Moscardino, Antonietta Porfiria Napoleone, Elena Nunziata, Cristina Ortalli, Maria Luisa Panizzi, Giuseppina Piccoli, Patrizia Polloni, Renata Sussmann, Daniela Tagliavini, Clelia Tamborini, Anna Maria Ugolotti, Sandra Vitali, Stefania Vitali, Angelica Zannettino dei cori Ars Canto G. Verdi, Cantafabula di Felino, La Fontana di Bannone, Laus Vocalis, Sant’Ilario di Fognano, Renzo Pezzani, Vox Canora

4,00

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