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Paroles gelées

Paroles gelées
Voto dei lettori: 9,33 su 10
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Il peso e la musica delle parole

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182_theatre-de-la-croix-rousseJean Bellorini, dopo Tempête sous un crâne, liberamente ispirato a I Miserabili di Victor Hugo, ritorna con Paroles gelées, un affascinante spettacolo che rende omaggio a Rabelais e al suo eroe, Pantagruele.

Al Théâtre de la Croix-Rousse di Lione l’incantevole incontra la scatologia, il rock, la lirica, la danza, e il risultato sottolinea la genialità del regista teatrale francese.

François Rabelais è l’autore di una delle opere più importanti della letteratura mondiale, Gargantua e Pantagruele, diviso in cinque libri che formano un lavoro che unisce il basso e l’alto, ritrovando un’unità che la cultura medievale aveva osteggiato e condannato. Rabelais non crede alle contrapposizioni, ai dualismi, e la sua opera è un inno alla vita, una riabilitazione del corpo, un edonismo contemporaneamente festoso e tragico. Della voluminosa opera, Bellorini si concentra in particolar modo sul Quarto libro, sull’avventuroso viaggio che Panurgo (magistralmente interpretato da François Deblock) e i suoi compagni intraprendono alla volta dell’isola della Divina Bottiglia, per incontrare l’oracolo detentore della Verità. Ma la volontà del regista di andare a pescare anche in altre opere dello scrittore francese gli permette di concepire una costellazione rabelaisiana completa e seducente.
L’argomento scatologico percorre tutto lo spettacolo senza, per questo, venir negativamente declinato in maniera volgare. Bellorini, con Rabelais, non risparmia alcun dettaglio (elencando i migliori modi di pulirsi dopo una defecazione, o rappresentando il viaggio all’interno del corpo di Pantagruele colpito dallo scolo) ma la volgarità sembra non far parte del mondo rappresentato in scena: essa, se esiste, è presente solo negli occhi del moralista che giudica. Accettando le premesse dell’autore, detto con altre parole, accettando il corpo che noi siamo, è finalmente possibile levare il sipario e la rappresentazione può avere inizio.
Tredici commedianti appaiono pronti fin da subito a misurarsi con il canto, la danza e il circo, diventando, all’occorrenza, musicisti o operai che intervengono fisicamente sulle macchine sceniche. La versatilità degli attori e la pienezza dello spettacolo veicolano l’importanza di questa rappresentazione: nessun attimo di pausa, episodi che incombono l’uno sull’altro concatenandosi in un meccanismo perfetto, un ritmo che non si spezza mai. Un’ottima scenografia rappresenta lo sfondo e il corpo stesso dell’azione: una grande piscina occupa gran parte del palcoscenico e gli attori utilizzano in modo ingegnoso tutte le possibilità che questo elemento può offrire. L’acqua permea ogni anfratto della storia, talora come superficie, talaltra come contenitore o puro gioco estetico.
Siamo di fronte a un inno alla follia della vita, e questa follia si dichiara attraverso le bizzarre popolazioni incontrate durante il viaggio, o ancora per mezzo della nominazione di infiniti elenchi: le mille delizie del palato, tutta la genealogia degli avi di Pantagruele (interpretato da Jacques Hadjaje), gli impossibili nomi dei figli di Panurgo. La declamazione di questi elenchi è un vero e proprio tour de force per gli attori e per gli spettatori, uno sforzo che dà le vertigini (come Umberto Eco ha sottolineato in un suo recente libro, Vertigine della lista) e che, tra sottilissimi giochi di parole, invenzioni lessicali, accostamenti arditi, ed evocazioni gustative, giunge all’obiettivo prefissato: la sazietà (e il pensiero va immediatamente al Mistero Buffo di Dario Fo). Una saturazione che porta all’episodio conclusivo delle “parole gelate” che assurge ad alfa e omega dello spettacolo, titolo e conclusione, concetto dal quale si sprigiona la lettura di Bellorini. Il linguaggio deve essere portato ai suoi limiti, vi è una necessità di testare tutte le possibilità delle parole. Fino a giungere alla logorrea, al “troppo pieno” che fa esplodere il linguaggio. E solo in questo modo è concepibile una rigenerazione che rompa la fredda fissità del senso acquisito. Le parole possono essere riscaldate, assumendo inediti valori e viaggiare, nuovamente.

Una menzione speciale va ai tre musicisti (Marc Bollengier, Patrick Delattre e Hugo Sablic) che incalzano lo spettacolo senza soluzione di continuità, virando l’estetica musicale a tratti verso l’opera rock, altre volte verso l’ambient o ancora supportando le meravigliose voci di Gosha Kowalinska e di Geoffroy Rondeau. Ottimi anche i costumi che compaiono come d’incanto e vengono subitamente indossati dagli attori che giocano con queste apparizioni.

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Le Théâtre de la Croix-Rousse accueille Paroles gelées, la merveilleuse rencontre de Jean Bellorini avec François Rabelais. Le résultat est prodigieux: danses, chants, comédie et philosophie forment une constellation qui se déplace selon le déroulement de l’histoire. Entre logorrhée et néologie, les acteurs-musiciens rendent un poétique hommage à un géant de la littérature mondiale. En redonnant valeur à chaque mot prononcé.

Lo spettacolo continua:
Théâtre de la Croix-Rousse
Place Joannès-Ambre – Lione (Francia)
fino a domenica 17 marzo
orari: da lunedì a sabato ore 20.00, domenica ore 15.00

Paroles gelées
di François Rabelais
regia Jean Bellorini
adattamento Jean Bellorini, Camille de la Guillonnière
con Marc Bollengier, François Deblock, Patrick Delattre, Karyll Elgrichi, Samuel Glaumé, Benjamin Guillard, Camille de la Guillonnière, Jacques Hadjaje, Gosha Kowalinska, Clara Mayer, Geoffroy Rondeau, Juliette Roudet, Hugo Sablic
musiche Jean Bellorini, Marc Bollengier, Patrick Delattre, Hugo Sablic, Henry Purcell
scenografia Jean Bellorini, Laurianne Scimemi
costumi Laurianne Scimemi
luci Jean Bellorini
coproduzione Compagnie Air de Lune, TN de Toulouse Midi-Pyrénées, TGP / CDN de Saint-Denis, Arc en Scènes / TPR

http://www.croix-rousse.com

Hai letto: Paroles geléesscritto il 15/03/2013 da

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