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Peau! Pelle d’asino

Peau! Pelle d’asino
Voto dei lettori: 9,33 su 10
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Una fiaba senza eroi

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Con Peau! Pelle d’asino, Vincenzo Manna prosegue la sua avventura nel “teatro ragazzi”.

Resa famosa dai versi di Charles Perrault scritti nel 1694, la fiaba popolare Pelle d’asino è il testo da cui parte il secondo fortunato lavoro delle due giovani compagnie Eventeatro e Cassepipe, il cui incontro aveva già permesso la creazione di Hänsel e Gretel (vincitore del Premio Scenario Infanzia 2010). Peau! non è la semplice trasposizione teatrale di un racconto per bambini, è un modo per riflettere sui malesseri della società e dell’individuo, tramutando una fiaba a lieto fine nello spaccato di una triste realtà.

La trama originaria narra di un re che promette all’amata moglie prossima a morire di non risposarsi se non con una donna che la superi in bellezza e intelletto. E in effetti mantiene la promessa finché si innamora della bellissima figlia, ormai in età da marito, e stabilisce di sposarla, sobillato da un consigliere senza scrupoli. Per evitare un simile oltraggio, la giovane principessa rivolge al padre richieste impossibili (abiti del colore del tempo, della luna e del sole), fino a reclamare la pelle di un asino fatato, fonte delle ricchezze e dei fasti del regno (l’animale aveva il dono di espellere dal proprio corpo scudi e monete d’oro). Con stupore di tutti, il sovrano uccide l’animale, e alla ragazza non resta che fuggire con indosso la pelle maleodorante della bestia. Così travestita, dopo lungo vagare trova rifugio in una fattoria, dove viene chiamata “pelle d’asino” in quanto sporca e ripugnante, e dove infine viene vista nel suo vero aspetto da un principe. Subito egli se ne innamora con tanta passione da ottenere dai genitori il permesso di sposarla. Alla fine non solo la giovane rivela di essere una bellissima principessa, ma alle nozze viene invitato anche il padre scellerato che nel frattempo, dimenticata la sua follia, ha trovato una nuova moglie. «E vissero per sempre felici e contenti»…

Già nei versi di Perrault si intravvedono alcuni temi forti, soprattutto se analizzati alla luce del nostro attuale sapere psicanalitico: l’attrazione erotica di un padre verso la figlia, il ruolo svolto dai sensi di colpa (o dalla loro assenza), la sensazione di indegnità e di sporcizia provata da chi subisce una violenza, la precarietà dei rapporti familiari. Tuttavia la fiaba, come genere narrativo, affronta la realtà tramite simboli e metafore, con lo scopo di addestrare i bambini ai mali e alle durezze della vita, in un contesto di fantasia e di irrealtà.

Vincenzo Manna (drammaturgo e regista di Peau!) riprende la fiaba popolare, dando però al proprio spettacolo una connotazione più realistica, diretta ed esplicita, così da determinare un processo di rispecchiamento e riconoscimento tra gli spettatori e i personaggi sulla scena; e sebbene riproponga il plot della fiaba, in parte ne stravolge i contenuti e in parte ne palesa alcuni aspetti. Il re, ad esempio, che al termine della favola, nonostante la sua passata follia, si redime e trova il perdono della figlia, viene trasformato in un personaggio orribile, padre incestuoso e pedofilo, fin dall’inizio consapevole del desiderio sessuale che rivolge verso la figlia; il consigliere, disposto a sacrificare la virtù della giovane principessa per conquistare il favore del sovrano, è qua un uomo di chiesa che in cambio di soldi suggerisce al re di inventare che la ragazza è stata adottata, per nascondere al popolo la colpevolezza della sua passione; la principessa virtuosa e pudica diventa un’adolescente che fuma, beve, usa il proprio corpo per conquistare gli uomini e ottenere ciò che desidera; il principe ammalato d’amore si tramuta in un avventuriero senza scrupoli, che cerca di conquistare la ragazza col denaro e con un anello farlocco che tiene sempre in macchina perché «non si sa mai…». Lo spettacolo si chiude con la giovane Peau che abbandona il “principe azzurro”, nella convinzione di avere finalmente riconquistato la propria libertà, ma con un sorriso amaro sulle labbra.

Come già Hänsel e Gretel anche questo lavoro gioca sull’essenzialità e la semplicità: non vi sono né scenografie né costumi fiabeschi, l’impianto scenico è costruito attraverso oggetti e soluzioni illuminotecniche; a parte Mariagrazia Laurini, che veste solo il ruolo di Peau, Luca Bondioli e Federico Brugnone interpretano tutti gli altri personaggi, conferendo a ciascuno di essi una precisa connotazione linguistica/dialettale e gestuale; talvolta si intarsiano nella rappresentazione momenti comici, che fungono da cornice parodica e grottesca della triste vicenda, e che inducono un pubblico giovane a lasciarsi trasportare alla scoperta di tematiche che lo riguardano più da vicino e che è giusto svelare senza falsi moralismi. Peau! non è una fiaba a lieto fine, bensì una storia amara in cui chi dovrebbe essere l’eroe è in realtà l’orco peggiore.

Lo spettacolo è andato in scena:
Centrale Preneste – Roma
venerdì 18 gennaio, ore 10.30 e sabato 19 gennaio, ore 18.00
 
Peau! Pelle d’asino
di Cassepipe/Eventeatro
testo e regia Vincenzo Manna
collaborazione artistica Elisa Gallucci, Maria Teresa Berardelli
costumi e oggetti di scena Laura Rhi Sausi
disegno luci Javier Delle Monache
aiuto regia Martina Rigoni
foto Simone Memè
locandina Alessandra Franciosini
organizzazione e distribuzione Daniele Muratore
produzione esecutiva Valeria Orani
comunicazione Benedetta Boggio
con (in ordine alfabetico) Luca Bondioli, Federico Brugnone, Mariagrazia Laurini
produzione Teatro di Roma, 369gradi
(durata 1 h)

Hai letto: Peau! Pelle d’asinoscritto il 26/01/2013 da

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