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Play Strindberg, articolo di "Simona Maria Frigerio" su Persinsala Teatro
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Al Fabbricone di Prato va in scena Play Strindberg in una versione ibrida che non dà vita ai personaggi asfittici e complessi del maestro svizzero. Danza macabra, come molti testi di Strindberg, oggi può apparire eccessivamente verboso e, in parte, datato (anche se l’asciuttezza grottesca e straniante dell’ultimo Ronconi ce ne aveva regalato una geniale …

Strindberg o Dürrenmatt?

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Al Fabbricone di Prato va in scena Play Strindberg in una versione ibrida che non dà vita ai personaggi asfittici e complessi del maestro svizzero.

Danza macabra, come molti testi di Strindberg, oggi può apparire eccessivamente verboso e, in parte, datato (anche se l’asciuttezza grottesca e straniante dell’ultimo Ronconi ce ne aveva regalato una geniale versione a Mittelfest nel 2014). E una certa insoddisfazione per questo testo doveva averla provata, già nel 1968, Dürrenmatt quando volle rimetterci mano, riducendo i personaggi, scarnificando il linguaggio, creando l’idea del ring e, soprattutto, usando il meccanismo del giallo (a lui tanto caro) per svelare le angosce, le frustrazioni, le insofferenze e l’amarezza di esseri costretti a un matrimonio asfittico – creando così Play Strindberg.
Stranamente, l’anno precedente anche il geniale Luis Buñuel aveva diretto, con Belle de Jour, un triangolo amoroso che sarebbe rimasto negli annali della cinematografia, ma il terzo – in quel caso, un bello e dannato come Pierre Clémenti – si innamora per davvero della protagonista – la biondissima e falsamente fragile Catherine Deneuve. Mentre, in sottotraccia, affiorano il desiderio femminile, il piacere sadomasochistico, l’esigenza di una libertà sessuale aldilà del matrimonio che avrebbe trovato la parola, dalla celluloide alla strada, pochi anni dopo nelle lotte femministe.
Ma torniamo a monte, all’origine di questa recensione. In Play Strindberg la rivolta della moglie cova sotto le ceneri e quando esplode è solo un moto di ripicca, il tentativo di rianimare un’idea di innamoramento seppellita sotto venticinque anni di illusioni a occhi aperti. Non c’è passione, né violenza reale, né tanto meno volontà autentica di lasciarsi andare o dare una svolta alla propria esistenza vuota ma sicura. I tre esseri di Strindberg erano espressione di una società e un impianto familiare che imponevano norme di comportamento – anche nel privato – vincolanti e castranti. Quelli di Dürrenmatt, nel loro vuoto emotivo e psicologico, nella loro grettezza borghese, assomigliano molto di più a noi e ai nostri contemporanei e potrebbero benissimo essere le facce di un qualsiasi agente di borsa esponente della finanziarizzazione dell’economia – che miete posti di lavoro e classe media; di una delle tante donne senza scopo o ideali che si accontentano di languire appoggiandosi al braccio di qualcuno; di un militare dei giorni nostri che crede di portare pace e libertà bombardando scuole e destabilizzando interi Paesi – magari, commerciando illegalmente oppio, en plus.
Queste sono solo alcune idee sollecitate dal testo stesso e che ridarebbero vita a un Dürrenmatt, che comincia a scricchiolare sotto il peso del tempo. Purtroppo, la messinscena e la recitazione adottati in questa versione non vanno in tale direzione, bensì verso un teatro borghese – un po’ riveduto ma non per questo corretto. Dalla scelta di usare sia il salotto dell’originale strindberghiano sia il ring dell’autore svizzero, il telegrafo in tempo di whatsapp, abiti anni Sessanta ma una divisa con tanto di spada d’ordinanza; alla scelta ancora meno comprensibile di una recitazione che non è né veramente naturalistica né brechtiana (e che, al contrario, sarebbe stata più vicina all’asetticità algida e criminale del maestro svizzero, creatore di un capolavoro della crudeltà raffinata quale La caduta).
Strindberg o Dürrenmatt?, ci si domandava nel titolo. La scelta, quando si mette in scena un testo (soprattutto se una rilettura) va fatta e nettamente, altrimenti si rischia di non incidere abbastanza. E il paziente muore.

Lo spettacolo continua:
Teatro Fabbricone

via Targetti, 10/12 – Prato
da venerdì 14 a domenica 17 dicembre
orari: feriali ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30

Play Strindberg
di Friedrich Dürrenmatt
traduzione Luciano Codignola
regia Franco Però
con Maria Paiato, Franco Castellano, Maurizio Donadoni
scene Antonio Fiorentino
costumi Andrea Viotti
luci Luca Bronzo
musiche Antonio Di Pofi
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Artisti Riuniti, Mittelfest 2016

3,00

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