Riflessioni a margine della tavola rotonda su Arte e immaginario della e nella rivoluzione

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Riflessioni a margine della tavola rotonda su Arte e immaginario della e nella rivoluzione, articolo di "Gianluca Valle" su Persinsala Teatro
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Mondrian / Arte e immaginario della e nella rivoluzione
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Riflessioni a margine della tavola rotonda su Arte e immaginario della e nella rivoluzione
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A Logos – Festa della Parola ho partecipato con curiosità all’incontro Arte e immaginario della e nella rivoluzione, organizzato dall’amico Daniele Rizzo, direttore della rivista di teatro Persinsala, e stimolato dal filosofo Alessandro Alfieri, redattore della stessa rivista e attento esploratore delle forme espressive contemporanee. Un clima informale e piacevole, grazie anche allo stile non …

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Rivoluzione mon amour

A Logos – Festa della Parola ho partecipato con curiosità all’incontro Arte e immaginario della e nella rivoluzione, organizzato dall’amico Daniele Rizzo, direttore della rivista di teatro Persinsala, e stimolato dal filosofo Alessandro Alfieri, redattore della stessa rivista e attento esploratore delle forme espressive contemporanee.

Un clima informale e piacevole, grazie anche allo stile non direttivo dell’organizzatore. Nessuna relazione accademica, che avrebbe avuto come effetto quello di polarizzare il confronto tra un parlante unico e un uditorio, ma un libero scambio di idee attorno ad alcune sollecitazioni provenienti da un critico teatrale e da uno studioso dell’industria culturale. Non ho preso la parola, sebbene talvolta abbia avvertito il desiderio di farlo, perché ciò che mi affascinava di più erano le pratiche discorsive che i partecipanti mettevano in atto. L’incontro è durato circa due ore: l’argomento era il teatro e la sua (presunta) funzione rivoluzionaria nella società. In effetti, la ricorrenza del centenario della Rivoluzione Russa (ottobre 1917) doveva servire più che altro a stimolare una riflessione sul rapporto tra teatro e potere, teatro e mercato, teatro e pubblico.

Una ventina di persone sedute in cerchio tra teatranti, produttori, sceneggiatori e registi, attivi sulla scena romana, e non solo. Un po’ come in una seduta spiritica, ognuno di loro pareva intento a evocare l’anima di un trapassato. Tutti parlavano del teatro che portano avanti, con grande intransigenza e sacrificio nella loro vita quotidiana, ma lo spirito del Teatro – proprio quello che tutti volevano si palesasse per indicarlo agli altri – tendeva a sottrarsi. Le sedie collocate in cerchio una a fianco all’altra facevano risaltare ancora di più il vuoto centrale, che alla fine era diventato una presenza tangibile, a tratti perturbante. Anche se un tavolo non c’era, il fantasma del Teatro non si è palesato e non ha battuto il tanto atteso colpo.

Si faceva strada in me l’impressione che i partecipanti, pur essendo a vario titolo soggetti del discorso teatrale, cercassero di afferrare un’essenza che invece sfuggiva a una percezione chiara e distinta. Mi sono chiesto perché. Parlare delle proprie esperienze è senz’altro prezioso e interessante, ma gli interventi non facevano altro che rilevare le difficoltà in cui il teatro contemporaneo versa, almeno in Italia.
Anzitutto il problema del destinatario: il messaggio teatrale non arriva al grande pubblico, ma a un numero ristretto di persone. Si tratta cioè di una forma d’arte riservata a un’élite. In più, il pubblico che frequenta il teatro appare assai frammentato. C’è quello che non esce dai circuiti culturali ufficiali, quello più sensibile alla sperimentazione, quello costituito da giovani che frequentano laboratori teatrali. Mai come negli ultimi anni, il Ministero dell’Istruzione ha riconosciuto al teatro tanta potenzialità formativa, non solo in relazione all’apprendimento curricolare ma anche – per esempio – alla gestione della socialità e dell’emotività. Mai come in questo periodo, anche da parte dell’Europa, sono fioriti progetti e finanziamenti finalizzati a fare del teatro uno strumento per accrescere l’integrazione multiculturale. Allora, mi sono detto: perché – a sentire loro – il teatro gode di una pessima salute?
Ecco il secondo problema, quello del messaggio: su quali temi o soggetti puntare? Sembra che – eccetto il teatro pedagogico e quello tradizionale – non vi sia spazio per molto altro. Si preferisce andare sul sicuro, cioè avere un successo di pubblico sufficiente a garantire il mantenimento della compagnia, spesso formata da uno o due attori soltanto. Pertanto, si rappresentano delle pièce che godono già di una certa notorietà, oppure si cerca di educare i giovani al teatro, sperando che un giorno diventino loro stessi un pubblico più esigente, dal gusto più sofisticato. Si arriva così al terzo problema: l’autoreferenzialità. Altro che spinta rivoluzionaria! Ogni progetto teatrale seleziona il proprio pubblico, per poi soddisfare le attese estetiche che esso ha, dandogli più o meno esattamente ciò che è in grado di comprendere. Senza contraddizione dialettica, però, non può esserci crescita cognitiva: se c’è piena coincidenza tra quello che si dà e quello che si riceve, non c’è alcuna rivoluzione. Sorprendere, deludere, contrariare, produrre uno choc nel pubblico, anziché lasciarlo immerso nel suo sonno an-estetico dovuto all’utilizzo dell’odierna tecnologia mass-mediale e che lo induce a gestire – come ha sottolineato qualcuno – infinite quantità di input e output frammentari. Forse a questo aspira la Grande Arte di oggi; forse questa è la speranza utopica di un attore o di un regista. Ma essa è ancora possibile o giustificata? Se l’aura, per dirla con Benjamin, dell’evento artistico non è unica e irripetibile, ma sapientemente preconfezionata per il pubblico che si reca a teatro, che ne è della sua forza rivoluzionaria?

Volenti o nolenti, si passa dal teatro sovversivo al teatro di regime, sottoposto alle regole del mercato, alla logica della massimizzazione degli utili, al compiacimento borghese del pubblico. Forse, è sempre stato così! Se si fa teatro è sempre per qualcuno. Anche il grande teatro tragico di Sofocle, Eschilo ed Euripide doveva servire a rafforzare l’identità culturale dei Greci, a favorire il riconoscimento reciproco di valori e la catarsi collettiva delle emozioni più basiche, come la pietà e il terrore. Forse il loro non era un teatro rivoluzionario, ma era sicuramente un teatro politico, perché investiva l’intera polis.

Penultima questione: il teatro non è più un’esperienza comunitaria, ma – come qualcun altro ha sottolineato – si è trasformato in un’esperienza intima, e a tratti solitaria, in quanto consente di esplorare aspetti nascosti di sé, pulsioni inconsce, difficoltà di relazione con sé e con gli altri. Dal teatro rivoluzionario, dunque, che intendeva inaugurare inediti scenari collettivi, delineare una società a venire più auspicabile per tutti, alla psicoterapia teatrale che si rivolge ai singoli individui, favorisce il ripiegamento interiore, il lavoro su se stessi, rinunciando una volta per tutte alle grandi meta-narrazioni portatrici di progresso.

L’individualismo neo-liberista ha trionfato sull’amore per il collettivo: e questo vale sia per il pubblico – sempre più frammentato e disorientato – sia per gli operatori teatrali, ridotti a monadi senza porte né finestre, di fatto incapaci di comunicare la portata universale del loro lavoro e poco inclini a sviluppare una riflessione teorica generale, che abbia a cuore non le singole singole porzioni di pubblico, più o meno fidelizzate, ma il loro ruolo nella Società, la loro progettualità a questo punto della Storia del mondo.
Come diceva qualcuno, il vero è l’intero, ma gli eccessi relativistici del post-moderno – uniti alla proliferazione narcisistica dei punti di vista individuali – hanno portato alla perdita della visione d’insieme e, con essa, della trama di relazioni tra le parti che costituiscono il tutto. La dialettica negativa che il teatro potrebbe ancora esercitare nei confronti della società e della politica sembra avere ceduto il passo a una retorica stanca e ripetitiva, a un ordine del discorso tecno-capitalista che ha assimilato al suo interno ogni tentativo di sovversione, ogni pratica rivoluzionaria.

Probabilmente, un’opposizione frontale al sistema non sarebbe più efficace oggi, ma la strada del ripiegamento e della resistenza individuale è la sola possibile? Non vale forse la pena tentare di cambiare il sistema dall’interno, sfruttando le sue stesse modalità tecnologiche e comunicative per decostruirle, evitando di sognare un impossibile ritorno all’origine? Forse è giunto il momento di smettere di comunicare l’incomunicabilità, di crogiolarsi nell’assurdo, di fare solo esercizio di scetticismo, aspettando Godot, e di tornare a pensare a cosa si vuole proporre o comunicare.
Dov’è il teatro oggi? Ecco la domanda da cui siamo partiti e alla quale occorre urgentemente ritornare. Parafrasando Marx, chiediamoci tutti assieme se può avere un senso dire: Uno spettro si aggira per il mondo… Teatranti di tutto il mondo, unitevi?

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