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Servo di scena

Servo di scena
Voto dei lettori: 8,00 su 10
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The show must go on

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teatro-del-giglio-luccaFranco Branciaroli al Teatro del Giglio di Lucca. Con un aplomb tutto inglese, ancora una volta è l’arte a trionfare.

È il 1940. Guerra e bombardamenti devastano Londra, una Londra più grigia che mai, in cui  “non son rimasti che vecchi, invalidi e omosessuali”. Ma Shakespeare è Shakespeare. E come si suol dire: the show must go on.

Lucca, Teatro del Giglio. Con la regia di Franco Branciaroli e la traduzione di Masolino D’Amico arriva in città – questa, per fortuna, non bombardata - Servo di scena, di Ronald Harwood.

Abbiamo un palcoscenico e, su questo, c’è un retroscena. In un certo senso, è come se un altro teatro si fosse incastonato nel nostro per il verso sbagliato. Chiamiamola metascena se vogliamo – ma la realizzazione si presenta in maniera più sottile. L’assoluta mancanza di sipario, infatti, e l’uso di far entrare il pubblico in sala con le cortine già aperte denuncia che ciò a cui assisteremo si svolgerà in un retroscena. Protagonisti dell’opera tragicomica sono un popolare, seppure in declino, capocomico, il Sir - unico nome con il quale è designato. E Norman, il Servo di scena – che dà il titolo alla rappresentazione.

Stasera debutta Re Lear. C’è il tutto esaurito. Ma c’è anche un problema: il Sir ha un malore e sta lentamente ma inesorabilmente perdendo il lume della ragione. La compagnia, senza dubbio, preferisce annullare lo spettacolo piuttosto che prendersi i fischi del pubblico. E si potrebbe anche fare così se Norman non si impuntasse per far andare avanti la rappresentazione. E avrebbe anche tutto il tempo di pentirsene: il Sir dimentica a ripetizione il soggetto dello spettacolo (esilarante la scena in cui si tinge la faccia di nero pensando di dover interpretare Otello); addirittura non riesce più a ricordare le battute iniziali (e dire che ha interpretato Re Lear per 227 volte!). Insomma, è lampante che il vecchio capocomico non ha più la testa per recitare. Ma Shakespeare è Shakespeare e the show must go on.

A fianco del Sir abbiamo l’eccezionale interpretazione di Norman – più pupillo che servo – creatura frivola all’apparenza, quasi una sorta di buffone elisabettiano. Personaggio estremo, Norman vive le situazioni a pelle. Vediamo sulla sua faccia sventolare una gamma di reazioni smisurate, travolgenti, e il suo ruolo calzato a pennello da un bravissimo Tommaso Cardarelli.

In uno spazio angusto e trasandato – il retroscena – scontri e incontri si accavallano con un ritmo forsennato, quasi cinematografico. Al dramma e all’introspezione si sostituiscono momenti e personaggi dai toni divertenti o stravaganti: un attore affetto da sigmatismo (la famosa “S a lisca”), un omosessuale bolscevico per il quale il Sir prova una affatto celata antipatia (indimenticabili le gag in cui si rivolge a Norman chiamandolo “culetto di fata”). Pare di scorgere, attraverso le risate, l’ombra malevola della vecchiaia, la mano della guerra, l’ansia crescente del fallimento. Servo di scena è un’opera affascinante nel suo mare di decadenza.

E poi lo spettacolo nello spettacolo, il Re Lear, anche questo voltato al contrario. Che ci sia veramente un altro pubblico oltre gli spalti? E così – situazione rarissima, del tutto contraria alle regole della recitazione – gli attori ci danno le spalle. Altri spettatori, forse più numerosi, si godono il dramma shakespeariano. A noi spetta la tensione del dietro le quinte, spetta lo sguardo del Sir - seduto a fissare il vuoto, mentre si rifiuta di salire sul palco con gli altri. Alla fine ci riuscirà. Fuori dal teatro comincia un altro bombardamento. Il boato assorda, copre frasi e poesie. È la guerra che minaccia l’uomo nel suo aspetto più intimo e vero: la memoria.

Tra piccoli drammi e divertenti imprevisti (Cordelia pesa troppo!), la performance termina tra gli applausi. Il Sir torna dietro le quinte. Adesso è stanco, veramente. Ma ha annunciato altri spettacoli e non può tirarsi indietro. Il teatro è per lui, come per molti, la missione della vita. Spossato si stende sul divano. Gli attori se ne vanno, uno a uno. Il Sir chiede a Norman di prendere l’autobiografia che ha scritto (un vecchio quadernetto di due pagine). E adesso, che legga per lui la pagina dei ringraziamenti. Norman obbedisce. Tutti sono ringraziati – anche i tecnici e i falegnami. Nessuno è rimasto senza ricordo. Tranne lui. E Madge, la direttrice del cast. Norman si volta per protestare. Troppo tardi. Eccoli entrambi, Norman e Madge, i due dimenticati. Anche questa volta sono loro – e nessun altro. Tutti se ne sono andati, compresa la Milady, la moglie del Sir: tutto sommato, anche lui è stato ed è un dimenticato.

Servo di scena, omaggio al teatro. E chi può dire che Norman e Madge non lo stiano incarnando – il teatro: la forza, l’amore della vita, l’oblio delle guerre? Chi può affermare che Norman, mentre piange ubriaco ingiuriando il Sir, non sia la personificazione dell’arte che il capocomico ha servito per tutta la vita? Un’arte completa e dignitosa, forse estrema, un’arte che non si può ringraziare perché troppo grande. Un’arte che piange perché non ha più il suo migliore interprete. Chi è il Servo di scena, dunque? Chi il padrone?

Grandi applausi, critica positiva. E pensare che il Sir ce l’aveva coi critici…

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro del Giglio - Lucca
venerdì 8 e sabato 9 marzo, ore 21.00 – domenica 10 marzo, ore 16.30
 
Servo di scena
di Ronald Harwood
traduzione Masolino D’Amico
regia Franco Branciaroli
con Franco Branciaroli, Tommaso Cardarelli, Lisa Galantini, Melania Giglio e Daniele Griggio

Hai letto: Servo di scenascritto il 14/03/2013 da

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