Siamotuttigay

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Siamotuttigay, articolo di "Luisa Gasbarri" su Persinsala Teatro
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Il coming out alla rovescia colpisce nel segno: Siamotuttigay gioca la carta del paradosso ma diverte e fa riflettere. E il pubblico del Teatro Lo Spazio diventa attivo protagonista della vivace messa in scena. Ecco: la diversità non è mai stata tanto di moda, l’ho detto. Per fortuna, naturalmente, perché che sia una risorsa nessuno …

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Broadway in scatola

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Il coming out alla rovescia colpisce nel segno: Siamotuttigay gioca la carta del paradosso ma diverte e fa riflettere. E il pubblico del Teatro Lo Spazio diventa attivo protagonista della vivace messa in scena.

Ecco: la diversità non è mai stata tanto di moda, l’ho detto.
Per fortuna, naturalmente, perché che sia una risorsa nessuno lo mette in dubbio.
Tuttavia l’arte, quando subodora una potenzialità, s’appropria del format vincente e lo dissemina intorno in tutte le sue infinite varianti. Se tu fossi un vampiro in un mondo di ordinari borghesi? Se fossi un umano in un mondo di vampiri? Se fossi un licantropo o un eccentrico alieno in un mondo di uomini? Insomma, essere divergent oggi è abbastanza glamour da poter arrivare a giocarci. Sceglie di farlo, con deliziosa grazia, l’autrice e regista Lucilla Lupaioli che in Siamotuttigay suggerisce l’ennesima sfida: se ti ritrovassi isolato eterosessuale in un mondo di soli omosessuali, per di più rigidamente convinto di sé e delle sue scelte, della sua superiorità, del suo immaginario…?
Presentato al Todi Festival nel 2013, riproposto più di recente al teatro Ambra Garbatella e ora in programma al teatro Lo Spazio di Roma, lo spettacolo ci regala una sana parentesi di divertimento intelligente, dimostrando come la distopia possa piegarsi alle ragioni della commedia e della leggiadria per una volta, con buona pace delle tragiche ambientazioni alla Orwell.

Grazie all’intima, irradiante scenografia di Nicola Civinini, la storia si condensa in un cubico camerino, scatola magica, tana alchemica destinata al rimescoìio delle identità fluttuanti, nido ideale giustamente evocato in un teatro che proprio dello spazio ha fatto il suo nome. In mezzo alle vicissitudini e ai fraintendimenti dei protagonisti, sospesi nella rischiosa osmosi tra centro del palco e quinte ben esibite, non ci stupiremmo di veder apparire Alice sbucata dal Paese delle Meraviglie. Qui infatti la recita travalica i confini consueti: Alice non appare ma Maggie sì (Alessandro Di Marco) e Maggie è un’attrice sul serio, che persino soffiando baci dialoga con il suo pubblico.
Un pubblico che fa parte della messa in scena e che interverrà ancora in alcune delle prossime date – se si ha la fortuna di scegliere quelle giuste – interagendo con gli attori, punteggiando con risate, battute, gesti di simpatico e complice sottotesto sonoro tutti i loro dialoghi.
L’idea dello spettacolo è semplice quanto irresistibile, dicevamo: se in un omologato mondo omosessuale si dovesse nascondere con vergogna la propria eterosessualità?
E se per paura di presentare a due madri ingombranti i propri reali amori, un fratello e una sorella preferissero a loro volta fingersi gay, con tutti gli equivoci a seguire? Alla fine delle due madri in questione la più legnosa è Tessy (Michela Fabrizi): Alessandro Di Marco, autentico mattatore – en travestì – dello spettacolo, rende umana e a tratti persino commovente la sua Maggie, attrice narcisista e sopra le righe piena di sé all’inverosimile, eppure capace di riportare la pace in famiglia ricordando alla compagna ciò che un tempo si erano ripromesse: «Se mai avremo dei figli, saranno liberi».

E vivere liberi assume qui una connotazione molto queer se proprio gli scambi di coppia attivati nel tentativo di nascondere l’eterosessualità censurata finiscono per virare allegramente verso l’omosessualità comunque latente: Willy (Antonio De Stefano) finisce tra le braccia del fidanzato (Claudio Renzetti) di sua sorella Sheila (la più intransigente Giulia Paoletti), la quale si ritrova sua volta tra quelle di Lucy (una fiammante Martina Montini), fidanzata di Willy. Basterebbe questo susseguirsi di scene leggere e argute, in cui la regia di Lupaioli riesce a rappresentare con icastica, lampante espressività la differenza tra il corteggiamento maschile e quello femminile, per dare l’idea della posta emotiva in gioco, affiorante sotto l’apparenza dell’intrattenimento.
Certo, la sceneggiatura a tratti accelera comprimendo il plot, semplificando forse con linearità eccessiva certi passaggi logici, ma qui il realismo è abolito, né scende in campo la psicologia: la cifra interpretativa sta tutta nella levità metateatrale di quel camerino luminoso che, racchiuso da una calda cornice industriale, ha il potere di evocare la magia colorata di una Broadway in miniatura quasi, l’unica che potrebbe sbucare da un cappello a cilindro naturalmente.
Il teatro è fatto di tali magie in fondo. E se è divertente il modo in cui gli stereotipi sul mondo gay vengono reinterpretati attraverso il rovesciamento narrativo, un brivido farà tuttavia sussultare gli spettatori etero nel ritrovarsi per una volta vittima di quell’occultamento sessuale che da secoli gli omosessuali subiscono, e non per sola finzione scenica.

Lo spettacolo è in scena
Teatro Lo Spazio

Via Locri, 42 – 44, Roma
fino al 17 aprile
dal martedì al sabato ore 20.45 – domenica ore 17.00

Siamotuttigay
da un’idea di Marco Marciani
di Lucilla Lupaioli
regia Lucilla Lupaioli
assistente di regia Armando Quaranta
con Alessandro Di Marco, Michela Fabrizi, Claudio Renzetti, Antonio De Stefano, Martina Montini, Giulia Paoletti
scene e costumi Nicola Civinini
coreografia Anna Galeotti
fonica Sirio Lupaioli
luci Giovanna Venzi
produzione Bluestocking

4,00

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