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Simon Boccanegra

Simon Boccanegra, articolo di "Fabrizio Migliorati" su Persinsala Teatro
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© Brescia e Amisano / Teatro alla Scala

Simon Boccanegra
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La Scala ripropone l’allestimento, oramai acquisito dalla “storia”, del Simon Boccanegra di Federico Tiezzi. Una regia prevalentemente statica scossa da momenti catartici di altissimo livello che convince a metà Ciò che conquista maggiormente nel Simon Boccanegra in questo momento alla Scala, sono quei brevi e altamente intensi movimenti ed interventi corali che marcano drammaticamente alcuni …

Il dramma della morte fatalistica verdiana nella notte di Genova

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La Scala ripropone l’allestimento, oramai acquisito dalla “storia”, del Simon Boccanegra di Federico Tiezzi. Una regia prevalentemente statica scossa da momenti catartici di altissimo livello che convince a metà

Ciò che conquista maggiormente nel Simon Boccanegra in questo momento alla Scala, sono quei brevi e altamente intensi movimenti ed interventi corali che marcano drammaticamente alcuni snodi essenziali dell’opera verdiana. E qui pensiamo, in particolar modo, all’intervento degli artigiani nel Prologo, la cui presenza palesa un’intelligenza scenografica di prim’ordine (complici anche gli ottimi costumi di Giovanna Buzzi), oppure al coro di marinai ed artigiani che conclude l’antefatto storico e che scuote gli spettatori sprofondati nelle loro poltrone con una potenza che pare quasi feroce. Colpiscono, anche, per la loro rarità e per il contrasto che attivano con una regia che predilige maggiormente la staticità, forma eletta da Federico Tiezzi per celebrare i moti dell’animo dei personaggi.

Le anime verdiane si muovono, poco, in scene perlopiù lineari, scurissime e assai fredde salvo poi vedere emergere interni che ambiscono allo sfarzo e, in qualche modo, lo raggiungono. La sala del Consiglio del secondo atto appare come un luogo magnificente, dove i nobili consiglieri siedono in monumentali cattedre dorate tardomedievali, mentre l’inquietante Naufragio della speranza di Caspar David Friedrich incombe come drammatico presagio sull’udienza. Questa magnificenza a fasi alterne purtroppo non convince nonostante l’allestimento di Tiezzi abbia raggiunto la sua terza ripresa al Piermarini, dopo la creazione del 2010 e le successive riproposizioni nel 2014 e nel 2016.

Se la musica di Verdi riecheggia cupa e notturna, la sua ricchezza riesce a permeare lo svolgersi dell’opera e a compattare una lunga storia fatta di cesure e novità drammaturgiche. Questa sera la direzione di Myung-Whun Chung è parsa assolutamente impeccabile, magnificando l’importante partitura con una conduzione elegante, quasi a memoria, financo leggera, a tal punto che i movimenti apparivano quasi accennati. Il tutto senza influire minimamente sul grado drammatico, insistendovi con composta fermezza. L’ovazione durante i saluti finali è stata, dunque, ben più che meritata.

Côté chanteurs, fatichiamo un poco ad unirci al coro di lodi per il veterano Leo Nucci, oramai divenuto crudelmente Simon Boccanegra. Un’interpretazione non memorabile, che è apparsa affannosa quando è stato necessario dipingere il giovane corsaro, per poi conquistare in seguito a partire dalla fine del primo atto, quando l’interpretazione lascia il passo ad una personificazione esatta del maturo doge.

Bravissima la soprano Krassimira Stoyanova nella parte di Amelia/Maria. Fin dall’entrata in scena ella dimostra di non essere intimorita e di essere a suo agio con un personaggio che conosce molto bene (ruolo già interpretato alla Scala nel 2016). La luce della serata che brilla senza abbagliare.

Affascinante anche la prova del basso russo Dmitry Beloselskij come Fiesco. Il suo trattamento sfiora una forma quasi mefistofelesca negli interventi bassi, bassissimi, che giungono ad un alto grado di raccoglimento come nel Prega, Maria, per me del Prologo. Non convince, invece, Dalibor Jenis come Paolo Albiani, troppo debole, acusticamente e drammaticamente. Un ruolo chiave che, purtroppo, si perde un poco.

Chi convince pienamente e riceve, a giusto titolo, l’ovazione del pubblico, è Fabio Sartori, legatissimo al personaggio di Gabriele Adorno e capace di brillare tra le più belle, se non la più bella, voci della serata. L’interpretazione altamente espressiva ed il canto che si spazia con grande naturalezza costruiscono un Gabriele combattuto, inquieto, innamorato  la cui risolutezza incontra la propria crisi di fronte alla bontà di Simone e all’agnizione della filiazione dell’amata. Indubbio protagonista dell’atto II, egli riluce per tutta l’opera.

Spettacolo visto giovedì 1 marzo 2018

Lo spettacolo va in scena:
Teatro alla Scala
Via Filodrammatici, 2 – Milano
orari: giovedì 8, sabato 10, martedì 13, venerdì 16, martedì 20, giovedì 22 febbraio, giovedì 1 marzo e domenica 4 marzo 2018 ore 20

Il Teatro alla Scala, in coproduzione con Staatsoper Unter den Linden di Berlino, presenta:
Simon Boccanegra
melodramma in un prologo e tre atti
libretto di Francesco Maria Piave e Arrigo Boito
musica di Giuseppe Verdi
prima rappresentazione assoluta: Venezia, Teatro La Fenice, 12 marzo 1857
nuova versione con la revisione di Arrigo Boito: Milano, Teatro alla Scala, 24 marzo 1881

direttore Myung-Whun Chung
regia Federico Tiezzi (ripresa da Lorenza Cantini)
scene Pier Paolo Bisleri
costumi Giovanna Buzzi
luci Marco Filibeck

Simon Boccanegra   Leo Nucci
Amelia (Maria)   Krassimira Stoyanova
Jacopo Fiesco   Dmitry Belosselskiy
Gabriele Adorno   Fabio Sartori
Paolo Albiani   Dalibor Jenis
Pietro   Ernesto Panariello
Capitano dei balestrieri   Luigi Albani
Ancella di Amelia   Barbara Lavarian

coro e orchestra del Teatro alla Scala
maestro del coro Bruno Casoni
con la partecipazione del corpo di ballo del Teatro alla Scala diretto da Fréderic Olivieri

durata: 2 ore e 55 minuti intervalli inclusi

www.teatroallascala.org


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