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Un capitano. Duecento mila chili sulle spalle

Un capitano. Duecento mila chili sulle spalle, articolo di "Daniele Rizzo" su Persinsala Teatro
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Un Capitano Ph Manuela Giusto
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Un capitano. Duecento mila chili sulle spalle
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La storia vera dello scampato naufragio di Amr Abuorezk, Un capitano. Duecento mila chili sulle spalle, al Teatro Studio Uno di Roma.  La scena si apre sulle parole di Andrea, canzone di Fabrizio de Andrè, intonata dal personaggio interpretato da Ivano Russo, Amr Abuorezk. Come l’Adam di Auguste Rodin, il protagonista del monologo sembra – contemporaneamente – accartocciarsi e sorgere …

Naufragio d’intenti

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La storia vera dello scampato naufragio di Amr Abuorezk, Un capitano. Duecento mila chili sulle spalle, al Teatro Studio Uno di Roma

La scena si apre sulle parole di Andrea, canzone di Fabrizio de Andrè, intonata dal personaggio interpretato da Ivano Russo, Amr Abuorezk. Come l’Adam di Auguste Rodin, il protagonista del monologo sembra – contemporaneamente – accartocciarsi e sorgere dalla propria plastica posizione iniziale, così suggerendo visivamente la metafora che attraverserà tutto lo spettacolo, la rappresentazione dell’instabile e felice equilibrio cui il libero arbitrio condanna l’essere umano, un sentimento che gli mozza il fiato e lo rende consapevole di essere lì e di dover responsabilmente progettare ciò che vorrà essere.

Sullo sfondo appaiono onde di cellophane con qualcosa in più, «busti e frammenti di manichini come sommersi e coperti da terra proveniente del fondo del mare», resti di chi, provando a passare oltre i confini che l’acqua pone alla terra, probabilmente non è riuscito a farlo. Due sedie, l’una di fronte all’altra, un microfono e altri oggetti «tutto intorno ad una scala, che durante la narrazione si trasforma talvolta in nave, in rotaie di un treno, e in albero maestro», completano una scenografia in bilico tra una forzata ricerca del simbolismo e una didascalica tensione all’eccesso. Assoluto protagonista della pièce sarà, però, il racconto autobiografico di Amr Abuorezk, «la storia di un giovane pescatore egiziano che, nel 2006 durante il proprio viaggio verso un nuovo futuro, si ritrova inaspettatamente alla guida di un barcone, con la vita di altri 144 compagni, fino ad allora sconosciuti, sulle spalle» e di come, attraverso «il progredire dei fatti che lo portarono a essere un capitano di terra e di mare», divenne «eroe inconsapevole, responsabile del destino altrui, ancor prima che del proprio».

Giulia Lombezzi e Amr Abuorezk costruiscono il testo recuperando, almeno idealmente, il suggestivo parallelismo suggerito da L’homme et la mer di Charles Baudelaire, quasi parafrasando drammaturgicamente la celeberrima prima quartina «Sempre il mare, uomo libero, amerai! / perché il mare è il tuo specchio; tu contempli / nell’infinito svolgersi dell’onda / l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito / non meno amaro».

La vicenda di Amr Abuorezk diventa, allora, non tanto o non solo funzione di un’esperienza raccontata in prima persona a oltre dieci anni di distanza, quanto e soprattutto allegoria dell’odisseico racconto che caratterizza il genere umano nel proprio peregrinare alla ricerca e di se stesso e di un mondo migliore. Peccato, allora, riscontrare in questo allestimento – potenzialmente struggente e poetico – la macchia di una vistosa mancata corrispondenza tra l’ambizione delle intenzioni e la costruzione del character, i cui occhi forzatamente sbarrati, il cui tono costantemente lirico, la cui prossemica continuamente epica giungono a connotare negativamente la credibilità dell’interpretazione purtroppo monocorde, se non proprio frustrante, di Ivano Russo.

La strenua volontà di non arrendersi al compiersi della tragedia (che, non di rado, vede protagonista il Mare Nostrum con la complicità e l’inazione delle istituzioni) e di determinare positivamente il proprio altrimenti triste destino, dunque la straordinaria capacità di resilienza di un uomo in grado di trovare dentro di sé l’energia per continuare il proprio percorso e, condurre con sé, anche quello dei propri compagni di (s)ventura, ossia di compiere con generosità e altruismo una scelta etica, trova all’interno della Sala Specchi dello Studio Uno un precario formalismo scenico, lasciando disperdere il patrimonio dell’esperienza originaria in una purtroppo pallida similitudine drammaturgica e, di conseguenza, solo intravedere la drammaticità dell’eroismo e della voglia di vivere che dovrebbero caratterizzare Un capitano. Duecento mila chili sulle spalle

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Studio Uno

Via Carlo della Rocca, 6 (Torpignattara)
15-18 Marzo
ore 21.00, domenica 18.00

Un capitano. Duecento mila chili sulle spalle
con Ivano Russo
scritto da Giulia Lombezzi e Amr Abuorezk
regia Eleonora Gusmano
musiche originali Alessandro Romano
disegno luci Paco Summonte
grafic designer Ania Rizzi Bogdan
photo di scena Aksinja Pollock Bellone
tecnico video Tommaso Romano

3,00

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