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2+2=5, articolo di "Francesca Ruina" su Persinsala Teatro
mercoledì , 20 giugno 2018

2+2=5
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2+2=5 è una danza tra il soggetto e l’alterità, una domanda esistenziale aperta e interstiziale. Uno spettacolo “dedicato a chi non ha mai puntato sul risultato”. “La forma è una cosa silenziosa”, un mutuare di linee frammentate che scivolano alla volta di un’unità impossibile. La forma è un impossibile, un non-dato, un cercato e un …

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teatro-contraddizione2+2=5 è una danza tra il soggetto e l’alterità, una domanda esistenziale aperta e interstiziale. Uno spettacolo “dedicato a chi non ha mai puntato sul risultato”.

La forma è una cosa silenziosa”, un mutuare di linee frammentate che scivolano alla volta di un’unità impossibile. La forma è un impossibile, un non-dato, un cercato e un non-trovabile. Un intreccio di corpi potenziali, un divenire intransitivo.
La compagnia Sanpapié presenta, al Teatro della Contraddizione, cinque coreografie firmate da Lara Guidetti, che omaggiano il lavoro – ma soprattutto la vita e la passione – di cinque maestre della danza. Cinque grandi donne che hanno fatto una rivoluzione con il corpo e, al tempo stesso, che hanno fatto del corpo una rivoluzione: Martha Graham, Isadora Duncan, Pina Bausch, Mary Wigman e Luciana Melis. Cinque pezzi di soggettività e di alterità che si abbracciano ed evaporano, che si sfiorano e si abbandonano, che si amano e si lasciano cadere.
Tutto ha inizio con le Tracce, omaggio a Martha Graham. All’inizio non possono che esserci delle tracce. Tracce di un passato che non è mai stato presente, di una forma che è sempre stata solo in costante costruzione. Tracce di qualcosa che c’era, che doveva esserci, che abbiamo bisogno di credere che ci fosse, di cui ora si avverte solo il vuoto e il resto. Una coppia vestita di nero che sembra emergere da una classicità decomposta, da una presunta originarietà di cui rimane soltanto l’affannoso respiro di lei. Come un sussulto piantato tra lo sterno e l’abbandono, come uno squarcio di tendini protesi verso la caduta. Una rincorsa a ritroso verso un tempo che non c’è, o che può esserci soltanto come tempo della perdita, dove ci si avvicina, ci si afferra, ci si tocca solo per poi, irrimediabilmente, lasciarsi andare, cadere nelle/dalle mani dell’altro.
Dopo le Tracce, l’invisibilità del Soffio, omaggio a Isadora Duncan. È la danza di una purezza solipsistica, il candore di un vestitino bianco che svolazza su note leggere, armoniche. È la (falsa) leggiadria del godimento Uno, del volteggiare senza l’altro, mentre il riverbero dell’onda in sottofondo sottolinea l’eterno ritorno dell’identità della solitudine. La ragazza in scena danza con la sua ombra, che è la sua unica forma di alterità. Protende le braccia verso una luce così forte, da rendere sempre più nero il suo immaginario compagno di ballo. Talmente nero da sparire, da dissolversi, da non esistere. È la danza dell’alterità invisibile, del nulla che volteggia intorno alla presunta pienezza dell’Uno.
Dopo la caduta e la dissoluzione dell’altro, c’è l’evocazione di Pina Bausch, presentata A occhi chiusi. Un lui, una lei e un pallone. Un’incomunicabilità di fondo simbolizzata da quell’oggetto-feticcio – il pallone – che li separa, che spezza la possibilità di fare Uno del gomitolo amoroso. Il godimento autistico dell’uomo con il suo pallone e della donna con il suo erotismo senza sguardo, allontana i loro corpi, che si incrociano solo per respingersi. Almeno fino a quando il pallone non diventa parte della loro vorticosa danza, fondendo i loro movimenti fino a incurvare e ammorbidire i tratti spezzati delle loro movenze. E allora il pallone non serve più, può rotolare via. Anche se tra di loro resta sempre – per sempre – intrinsecamente una terza sedia vuota.
Che ne è del soggetto, quando l’alterità si cerca, non si trova e cade? Il Tumulto. È l’omaggio a Mary Wigman, scandito da suoni ritmati che rimbombano sotto la maschera che copre – tenta di coprire – il volto dell’uomo sulla scena, imprigionandogli sul viso un sorriso distorto. Adesso l’alterità è tutta interna, è battito. È un rullante che pulsa nelle vene, in un rimbalzo spazio-temporale che libera e imprigiona al tempo stesso.
Tra l’impossibilità del rapporto con l’altro e l’autismo solipsistico c’è qualcosa, c’è un Oppure. Un oppure – omaggio speciale e commosso, presentato dopo un intervallo, a Luciana Melis, di cui Lara Guidetti è stata allieva – che non si pone come una risposta, ma come una ricerca che, in quanto autentica, è sempre appena iniziata, sempre aperta a nuove e ulteriori domande. Mentre i ballerini – due uomini e due donne – si calamitano e si respingono volteggiando su un pavimento cosparso di cipolle – finte, come la finzione (che è ben diversa dalla falsità) intrinseca a ogni relazione umana – la musica entra in scena. È la polifonia dei linguaggi a generare la possibilità di essere e non essere Uno, di essere Uno insieme all’Altro, di creare un contatto, per quanto (per fortuna) sempre parziale. È la musica che danza insieme ai corpi, agli sguardi e anche alle parole. È la pelle che è fatta di note, di vibrazioni, di sapori.
L’Oppure è che 2+2 può fare 5, perché quello che conta davvero non è il risultato, ma il viaggio che ci sta in mezzo. È “tra” le cose che c’è la verità, che c’è la vita. Tra i corpi, tra gli sguardi, tra le parole, tra le note. Non alla fine, non prima e non dopo, ma in mezzo, nella vertigine impossibile dell’esistenza.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro della Contraddizione
via Privata della Braida 6, Milano
dal 5 all’8 marzo 2015, ore 20.45

2+2=5
di Lara Guidetti
con Lara Guidetti, Paola Bedoni, Marco De Meo, Francesco Pacelli e Marcello Gori
coreografie Lara Guidetti
musiche Marcello Gori
costumi Giulia Bonaldi
disegno luci Sarah Chiarcos
e con il prezioso aiuto di Costantino Pirolo
una produzione Sanpapié
in collaborazione con Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi e Artes y Producciones Artisticas

9,00

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