Non un passo oltre

Teatro politico firmato Stefano Massini per la regia di Alessandro Gassmann e con un’ottima prova attorale di Ottavia Piccolo. Questo, in breve, 7 minuti.

11 operaie devono decidere se lottare o accettare la proposta dell’azienda: rinunciare a 7 minuti di pausa. Presa di posizione velleitaria? Non sembrerebbe e nemmeno circoscritta alla Francia, dato che Stefano Massini avrebbe potuto ispirarsi a una qualunque delle brillanti idee di Marchionne (da Cento a Melfi) e di quel capitalismo rampante italiano che da anni specula (e usiamo questo termine con cura) sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici (tagliando salari e posti a favore di velleitari giochi di borsa), invece di investire in ricerca e sviluppo.
Cosa sono 7 minuti? Certo, moltiplicati per il numero dei giorni e dei posti di lavoro, possono diventare centinaia di ore, un surplus produttivo a costo zero che può anche comportare una riduzione del personale e, sicuramente, in un momento di crisi economica – in cui il problema è proprio che quel surplus non si vende e, quindi, non servirebbe produrre – una dimostrazione di forza per svilire ancora di più il lavoratore e togliergli i pochi diritti faticosamente conquistati in anni di lotte. Inutile girarci intorno: è in atto una guerra all’ultimo sangue. Cancellare o privatizzare il welfare (creando un mondo di pensionati al minimo e lavoratori precari che, nel giro di trent’anni, vivranno nelle nuove baraccopoli di Milano, Napoli e Torino); cinesizzare il mondo del lavoro nel momento in cui in Cina si cominciano a chiedere diritti sindacali e stipendi all’altezza dei nuovi modelli di vita; creare nel bacino del Mediterraneo una sacca di povertà da manovrare a piacimento con il ricatto della paura. Trasformare sempre più il mondo capitalistico della produzione in un universo fittizio di prodotti intangibili, azioni e derivati, che gonfiano i portafogli di speculatori e nuovi capitalisti e svuotano le fabbriche e le tasche di lavoratori e pensionati. Questo è quello che ci aspetta se continueremo a cedere, anche su 7 minuti.
Massini (che si è già confrontato con questa divorante crisi economica in Lehman Trilogy), scrive un’altra pagina del suo teatro civile costruendo un testo drammaturgico in stile 12 angry men (La parola ai giurati, debutto cinematografico di Sidney Lumet), con una sola donna (una pacata e credibile Ottavia Piccolo nel ruolo della portavoce Bianca) che difende il proprio diritto di dire no al padrone – e usiamo il termine padrone con convinzione – e lo fa usando metafore, a volte, di estrema lucidità e bellezza, come quando paragona quei 7 minuti a un soprammobile di poco valore ma che è nostro e si è acquistato a fatica – ma che qualcuno vorrebbe portarci via. Perché non siamo mai noi lavoratori, domanda Bianca, a portare via qualcosa nella casa dei padroni? Perché, aggiungiamo noi, se un lavoratore si dimentica in tasca la biro può essere licenziato, mentre il manager che fa fallire una società se ne va con bonus e liquidazione?

Usando artifici propri dello stile cinematografico, il perché del rifiuto di Bianca emerge lentamente – con una serie di pause a effetto che condurranno all’inevitabile climax, anticlimax e finale aperto. Massini utilizza i personaggi che ruotano intorno alla protagonista (le operaie e impiegate delegate dalle lavoratrici) soprattutto come mezzi perché la stessa Bianca, che sembra esprimere il pensiero dell’autore, possa porgere domande, suscitare dubbi, rivendicare diritti nei confronti del pubblico presente. Un pubblico, quindi, di persone che dovrebbero sentirsi direttamente coinvolte e uscire da teatro con la voglia di discutere e confrontarsi.
L’artificio riesce appieno grazie anche alla bravura e alla maestria della Piccolo ma solo alcuni (pochi) personaggi emergono con una loro storia e una dimensione personale, mentre la maggior parte resta al livello di figura retorica o espediente drammaturgico. Non convincono soprattutto i tre personaggi di immigrate, che prendono tutte posizione a favore di una passiva accettazione del compromesso – quasi a dare ragione a quelle frange xenofobe e razziste del nostro Paese che accusano gli immigrati di svendere i diritti e costringere anche gli italiani a piegarsi a qualsiasi richiesta di fronte alla concorrenza dei migranti che accettano tutto. Il discorso della donna africana, in particolare, lascia basiti. Sembra quasi rivendicare il diritto di avere paura e si compiace che noi italiani – che siamo stati troppo viziati – finalmente proveremo quel terrore che l’attanagliava quando era in Africa e dal quale era fuggita venendo nel nostro Paese. Verrebbe da risponderle: “E allora perché non te ne torni in Africa? Noi, qui, per i nostri diritti abbiamo lottato quasi un secolo”. Posizione ingiusta e deviante, dimentica della realtà dei fatti – dai sans-papier francesi alla rivolta di Rosarno del 2010, solo per citare due esempi a caso.
Non convince del tutto nemmeno l’uso delle videografie, che a volte appaiono ridondanti rispetto al testo orale (il conteggio delle ore regalate al padrone, ad esempio, o il treno sul quale sale ogni giorno l’impiegata polacca), e altre sminuisce il portato di ciò che si racconta (pensiamo al bellissimo tramonto africano che fa da sfondo a un’esistenza vissuta nel terrore).

Nel complesso, però, il testo e i ritmi risultano efficaci, la prova attorale anche, e il ritratto di una classe lavoratrice – che deve ritrovare la forza per lottare ma, soprattutto, il coraggio di riconsiderarsi classe subalterna in un mondo costituito da classi contrapposte e di riappropriarsi dei valori del lavoro – ha forza e bellezza. Uno spettacolo che dovrebbe essere portato, più che negli Stabili, nelle piazze, nelle fabbriche e soprattutto nelle scuole e nelle università: perché gli anni Settanta sono qui e ora. E questa volta, non ci è consentito perdere.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Manzoni

corso Gramsci, 127 – Pistoia
venerdì 5 e sabato 6 dicembre, ore 21.00, domenica 7 dicembre, ore 16.00

7 minuti
di Stefano Massini
regia Alessandro Gassmann
con Ottavia Piccolo e, in ordine di apparizione, Eleonora Bolla, Paola Di Meglio, Silvia Piovan, Balkissa Maiga, Cecilia Di Giuli, Olga Rossi, Stefania Ugomari Di Blas, Arianna Ancarani, Stella Piccioni e Vittoria Corallo
scenografia Gianluca Amodio
costumi Lauretta Salvagnin
light design Marco Palmieri
musiche originali Pivio e Aldo De Scalzi
videografie Marco Schiavoni

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