Psicosi e tele-finzione

Una showgirl, energica e naïf, conduce un quiz a premi, come se ne vedono tanti. La particolarità è che lei veste anche i panni di 7 personaggi che si alternano sul palco, coinvolgendo 7 spettatori, scelti a caso nel pubblico. Ne derivano altrettanti sketch, che hanno l’intento di esplorare i turbamenti, le fisime e i tic dell’uomo contemporaneo.

Alla voce psicosi, nell’Enciplopedia della psicoanalisi troviamo: «nelle definizioni correnti, si vedono spesso figurare gli uni accanto agli altri criteri come l’incapacità di adattamento sociale, la gravità più o meno grande dei sintomi, la perturbazione della facoltà di comunicazione, la mancanza di coscienza dello stato morboso, la perdita del contatto con la realtà, il carattere non “comprensibile” dei disturbi, il determinismo organico o psico-genetico, le alterazioni più o meno profonde e irreversibili dell’Io» (J. Laplanche e J.-B. Pontalis).

Valentina Ghetti, alla sua prima esperienza di autrice e regista, sembra essersi ispirata a questa complessità dello spettro psicotico, scrivendo una sceneggiatura comica che prevede ben 7 vignette consecutive, tutte impersonate da Martina Palmitesta, e richiede l’interazione di altrettanti spettatori, individuati di volta in volta nel pubblico, grazie alla presenza – sotto alle loro poltrone – di buste debitamente numerate, come in ogni quiz che si rispetti. A fare da sfondo è, infatti, un gioco a premi televisivo, verosimilmente collocabile tra gli anni ’80 e ’90, come sembrano attestare il ricorrente motivetto da Ruota della fortuna, che segna il passaggio da uno sketch all’altro, e la presenza (soltanto evocata) del notaio, cui spetta il compito di certificare la regolarità delle vincite.

L’intero spettacolo ruota attorno a Martina Palmitesta, che recita alternativamente il ruolo della showgirl, una vivace ragazzotta campana finalmente approdata in TV, e delle 7 «svalvolate», dalla stressatissima life coatch alla salutista ascetica, dall’autista ipersensibile e paranoide alla schizofrenica che rifiuta il suo doppio, dalla depressa catatonica alla delirante traumatizzata d’amore, per una durata complessiva di un’ora e mezza. Il tempo scorre in fretta, nonostante i frequenti cambi d’abito e le conseguenti variazioni di atmosfera: la cura mostrata nei costumi e nell’allestimento scenico è decisamente apprezzabile.

Notevole l’impatto estetico delle grucce su cui sono appese le mise di volta in volta sfoggiate dalla nostra interprete, della finestra-cornice che si erge sul palco e del dipinto col cerchio rosso sulla parete di fondo. Gli oggetti prendono vita e parlano, al pari dei personaggi, svolgendo un’importante funzione metaforizzante e di raccordo narrativo tra i diversi tempi e luoghi dello spettacolo.

Si registrano, tuttavia, alcune ingenuità che finiscono per inficiare l’effetto d’insieme: la scrittura drammatica, seppure calzante e ritmata, ci pare più consona al linguaggio televisivo che a quello teatrale. Non tutti gli sketch hanno la forma compiuta del monologo comico; la profilazione dei personaggi è semplice e rapida sul piano comunicativo, ma poco stratificata sul piano psicologico; l’interazione richiesta al pubblico non lascia spazio all’immaginazione, trasformandolo in destinatario di un messaggio troppo definito, standardizzato.

L’enunciato sii te stesso, così frequente in televisione, fortunatamente un po’ meno in teatro, si carica immediatamente di due sfumature diverse, a seconda dei luoghi in cui viene proferito. Nel primo caso, per dirla con Jakobson, adempie a una funzione fàtica, focalizzandosi sul canale comunicativo e sulle reazioni di chi vuole sentirsela dire; nel secondo, invece, a una funzione poetica, centrata sull’autenticità espressiva e sulle potenzialità estetiche del messaggio. L’operazione tentata da Valentina Ghetti, forse al di là delle sue stesse intenzioni, era assai ambiziosa, vista la scelta di costruire un testo drammaturgico a partire dalla televisione. Nello spettacolo a cui abbiamo assistito, però, il pretesto occasionale dell’indagine (il medium) diviene lo snodo principale dell’azione scenica (il messaggio), di modo che la funzione fàtica non si sublima in quella poetica.

La strada del tele-teatro è impervia; più percorribile quella della televisione che riflette su se stessa (meta-tele-visione). La prova attoriale di Martina Palmitesta è meritoria, ma intermittente, non sempre all’altezza delle psicosi da rappresentare. L’obiettivo mancato è quello di una finzione non palese, priva di ridondanze. Ars celare artem est: l’effetto teatrale viene meno, se l’atto della recitazione è troppo marcato nella sua artificialità.

Probabilmente, la psicotica più riuscita è proprio quella che – stando al copione – non doveva esserlo: solo un folle riuscirebbe a reagire con tale candore e bonomia a non farsi travolgere dalle macchinazioni di un mondo così cinico, come quello televisivo (e non solo).

Lo spettacolo è andato in scena
Teatrosophia
Via della Vetrina 7, Roma
dal 6 all’8 dicembre 2019
ore 21.00

White Lunar presenta
7Psicosi¿
scritto e diretto da Valentina Ghetti
con Martina Palmitesta
scenografia Barbara Segulin
costumi Valentina Carcupino
musiche Gabriele Policardo
produzione Ishtar

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