Madonne e puttane

campo-d-arte-romaA Roma esistono luoghi dotati di una particolare magia, come il Piccolo Campo d’Arte a due passi da Campo de’ fiori, piazza ricordata per antiche esecuzioni capitali (Giordano Bruno), oggi una tra le sedi preferite della movida romana.

Al suo interno, il Piccolo Campo sorprende, almeno chi romano non è e non è ancora abituato alle meraviglie di questa che è senza ombra di dubbio la più bella città del mondo (nonostante la gestione pubblica e la cura dei cittadini lascino alquanto a desiderare). Le pareti in pietra non lavorate, un piccolo bar e un suggestivo palco lo rendono fantasticamente accogliente, uno di quei posti in cui fare incontri piacevoli è quasi obbligatorio e nulla sembra possa essere scontato. Insomma, un posto dove andare vale di per se stesso il prezzo del biglietto.

In una piovosa sera di febbraio assistiamo proprio al Piccolo Campo d’Arte, allo spettacolo A chi gioverebbe? – Delitto e castigo in una casa di piacere diretto da Mariaelena Masetti Zannini e tratto dal bel testo di Enza Li Gioi, già in scena con successo lo scorso anno al Teatro dell’Orologio. Un allestimento quasi site-spefic, dove fin dall’accoglienza lo spettacolo può dirsi iniziato.

Per l’occasione e con straordinario realismo, infatti, il Piccolo si trasforma in un lupanare al tempo in cui la Legge Merlin era ancora in discussione, dunque legalmente abitato da maîtresse e prostitute. Proprio il riferimento a quel momento, con l’intrecciarsi di interessi e posizioni divergenti sull’opportunità o meno di mantenere aperte le case di tolleranza, viene preso a pretesto per parlare e spiegare l’oggi.

Opportunamente, la rappresentazione delle prospettive pro e contro, che poi esprime la questione cruciale del testo (A chi gioverebbe?, mentre rimane marginale e ironico il riferimento a Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij), non avviene con nettezza. Alle esuberanti ragazze della Maison de Plaisir, presentate dalla Li Gioi come lavoratrici consapevoli dell’importanza di mantenere la propria condizione nella legalità, ma dubbiose sulla convenienza di conservare lo status quo, si contrappongono entrambi i personaggi maschili («lumaconi»). Tanto l’ottuso commissario di polizia, descritto nel cinismo tipico chi cadrà comunque in piedi («personalmente sono favorevole al loro mantenimento ma sarò costretto ad adeguarmi alla legge […] anzi, il brivido del proibito potrebbe rendere tutto più piacevole») quanto il «violento e sperimentatore» politico di turno che, uccidendo una giovane prostituta, farà sorgere il conflitto e muovere l’azione verso il climax, mostrano infatti, forse un po’ banalmente, il perché le condizioni dei due generi siano distanti anni luce nel nostro paese.

Tra queste diverse figure della pièce nasce un dibattito senza velleità di completezza, né di esaustività, ma che propone con efficacia dinamiche capaci di «rimembrare allo spettatore una certa contingenza grottesca dello stato politico attuale» e svelare l’ipocrisia di fondo tanto della difesa d’ufficio di valori come Dio, Patria, Famiglia, all’epoca assunta su fronti opposti dal liberale Montanelli e dalla Chiesa (nonostante il non trascurabile dettaglio dell’essere socialista della Merlin in un mondo diviso dalla cortina di ferro), quanto di luoghi comuni della cultura (la malafemmina interpretata dalla regista Mariaelena Masetti Zannini appella «puttana!» la mamma che l’aveva abbandonata da piccola).

Particolarmente interessanti alcune soluzioni, come il curioso personaggio di Sylvia Di Ianni, «muta e anche un po’ stupida», protagonista del momento più poetico della serata, e i brevi interventi della giovane Giuditta Vasile in grado di restituire ironia e tensione alla scena, ma alcune ingenuità restano evidenti. Tuttavia, nonostante un testo restituito eccessivamente verboso e urlato, se non proprio nervoso, immemore del fatto che seduzione e complicità possano essere il risultato di silenti giochi di sguardi e gestualità, malgrado una percepibile mancanza di ritmo narrativo, una regia non esente da sbavature e ingessature (sarebbe propizia una maggiore interazione con il pubblico “durante”), interpretazioni tra loro disomogenee, l’impressione complessiva rimane buona, forte di una essenziale intenzione teatrale (un «vaudeville delirante» sull’attuale ipocrisia della società italiana) capace di non disperdersi e che può, di conseguenza, dirsi ben rappresentata.

Un materiale scenico e drammaturgico potenzialmente cristallino, pur ancora da affinare.

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foto di Luca Caravaggio

Lo spettacolo continua:
Piccolo Teatro Campo d’Arte
via dei Cappellari, 93 – Roma
fino a domenica 9 febbraio
orari: da martedì a sabato ore 21.00, domenica ore 18.00

A chi gioverebbe? – Delitto e castigo in una casa di piacere
di Enza Li Gioi
regia Mariaelena Masetti Zannini
con Enza Li Gioi, Daniele Sirotti, Erika Kamese, Sylvia Di Ianni, Giuditta Vasile, Emanuela Bolco, Giulia Morgani, Miss Lili Marlene Enrica, Franco Dragotta, Giuseppe Cataldi, Francesco Paniccia e Mariaelena Masetti Zannini
musiche Francesco Paniccia
fotografie ufficiali Luca Caravaggio
dipinti di scena Massimo Colasanti
assistente alla regia e luci Carlo Sabelli

2 Commenti

  1. Premetto di aver visto lo spettacolo e, leggendo questa contraddittoria recensione, mi sovvengono alcune perplessità. Da un lato si parla del testo della Li Gioi come di un bel testo, dall’altro lo si definisce soverchiamente nervoso, urlato, verboso e privo di ritmo narrativo. Si dice che la cosa può dirsi ben rappresentata, e ciò non può che riferirsi alla regia, d’altro canto però si definisce quest’ultima come non esente da pecche, ingessature, con interpretazioni disomogenee. Si citano solamente due attrici, pur brave, ma presenti in ruoli minori e prive dello spessore attoriale di alcuni interpreti dall’acclarata esperienza e talento presenti in compagnia. Nella recensione non si fa alcun riferimento alla presenza di musica dal vivo, sugellata da un pianista, anch’esso personaggio, in scena e dell’importanza dell’elemento musicale all’interno della commedia, con l’esecuzione di due brani vocali magistralmente interpretati da una delle attrici. L’inizio dell’articolo è un inno allo spazio teatrale che ha ospitato la “piece”, descritto come l’equivalente de La Scala di Milano, senza che si faccia però alcuna menzione all’alto tasso di umidità presente e alla scomodità delle sedute. Un articolo insomma assai ben scritto sul piano lessicale, ma che mostra una scarsa aderenza con la rappresentazione ed evidenti contraddizioni in termini. Antonio Sabatella

  2. Gentile Antonio,
    della mia recensione temo le sfugga la differenza tra testo e la sua resa drammaturgica. Si gioca tutto su questa non sottile differenza.
    In generale, penso che lo spettacolo ci “sia” e che per il cast si sia trattato di una replica sottotono, che può sempre capitare. Ma quest’ultima, è una valutazione talmente soggettiva che ho ritenuto non doverne fare menzione.
    Saprà benissimo che non è compito di chi scrive una recensione lasciarsi andare a puerili entusiasmi o facili stroncature. L’atteggiamento manicheo poco si presta a chi deve elaborare valutazioni articolate e cercare punti forti e deboli di un allestimento. O almeno provare a farlo.
    Pertanto, se lo ritiene opportuno scriva la sua recensione ed esprima le sue considerazioni come io ho fatto con le mie.
    Magari definisca magistrale l’interpretazione vocale e una umida caverna il piccolo teatro: più punti di vista, adeguatamente motivati, saranno sicuramente utili per chi vorrà farsi un’idea e andare a vedere lo spettacolo.

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