Medici non si nasce, si diventa

Essere figli naturali dei signori di Firenze non bastava, bisognava esserne degni eredi: sani, forti e coraggiosi. Pena: l’eterno oblio. Alcuni piccoli Medici, a saperlo prima, sarebbero nati altrove.

Avrete sicuramente sentito parlare di Lorenzo il Magnifico o di Caterina de’ Medici o di tutti i discendenti illustri di quella grandiosa stirpe che rese grande Firenze. Ma Cristiana de’ Medici, l’avete mai sentita nominare? Molto probabilmente no. La primogenita di Cosimo II, nata storpia e ritardata, non era degna di entrare nella memoria storica. Noblesse oblige, si dice, la nobiltà obbliga alla perfezione e all’eccezionalità: forse per questo motivo, non saprete neanche che Cosimo III era depresso dall’infanzia o che Giangastone, l’ultimo esponente della fulgida dinastia, è morto soffocato dal suo stesso vomito, sopraffatto da una vita dissoluta.

Anche questa era la drammatica quotidianità dei nobili e gloriosi Medici: bambini obliati e tentativi di omettere “piccoli” particolari di cruda umanità.

Silvia Frasson porta alla luce secoli di oscurantismo e tentativi non ben riusciti di damnatio memoriae perpetrati dalla famiglia Medici: ricorda a tutti, senza pietà, di Cristiana e della sua morte civile, condannata dalla madre a vivere in cunicoli segreti costruiti per lei, per nasconderla alla vista della società, abbandonata ai servi e infine alle suore. Le stesse suore che le ricordavano di come fosse la primogenita reietta, strappata ai broccati e vestita di cenci, di come sua sorella fosse data in moglie al consorte che spettava a lei. Senza pietà, ma con enorme rispetto, Silvia Frasson imita le movenze affaticate e contorte della piccola deforme, i passi mossi con dolore con i quali Cristiana si è trascinata fino alla morte avvenuta a diciassette anni. Nessuno pensa che sia stata prematura. La sofferenza che trapassa dall’interpretazione è già sufficiente ad accogliere quella morte come un sollievo. La bocca distorta, le parole strappate dal diaframma, il corpicino ritorto su se stesso fissano Cristiana in modo indelebile nella mente e nelle piaghe più profonde della sensibilità.

Gli altri Medici, invece, perdono il loro carattere di nobiltà icastica per abbassarsi a una connotazione umana. Accade così con tutti i personaggi portati in scena da Frasson: siano essi principi o popolani, diventano tutti familiari. Si osserva una Medici ed è così vivida, così carnosa, così vera che ci si aspetta di incontrarla per strada. Ormai la si sente propria, la si conosce nelle sue passioni e nei suoi sentimenti: si è sentita ridere e piangere, vista speranzosa e disillusa, mentre si abbigliava di tessuti pregiati o restava seduta per ore nei cortili delle sue ville. E ci si domanda perché non sia accanto a noi nella platea del teatro. Perché, passeggiando sotto palazzo Pitti, non si scorgano il padre e la sorella di Giangastone nascosti dietro le impannate delle finestre ad assistere inermi al crollo della loro famiglia, mentre per le strade i concittadini acclamano i Lorena – nuovi arrivati.

Perché, ci si domanda, dato che un attimo fa erano proprio qui, poi d’un tratto: puff… svaniti. Così tutto finisce, anche la dinastia dei Medici, ma “we’ll meet again, don’t know where, don’t know when. But I know we’ll meet again, some sunny day”, come canta Naomi Berril che accompagna Silvia Frasson alla viola: la sintonia perfetta tra le due artiste amplifica l’interpretazione e, nella cassa armonica della viola, risuonano le parole di Silvia, così come le note di Naomi danzano nei fraseggi del monologo.

Tutto finisce. Il breve sogno nel quale ci conduce Silvia si dissolve , ma è sempre un piacere lasciarsi trascinare e si sopporta volentieri il sapore amaro del disincanto.

Lo spettacolo è andato in scena:
Villa Peyron
Via di Vincigliata, 2 – Fiesole
domenica 1° luglio, ore 21.00

Silvia Frasson racconta:
A saperlo prima… (nascevo altrove)
Storie di Piccoli Principi e de’ loro Grandi Destini

scritto e interpretato da Silvia Frasson
musiche Naomi Berril
(durata un’ora e trenta minuti circa)

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