Nuovi talenti

Livia Ferracchiati e Danilo Nigrelli traducono e adattano il testo di Georges Feydeau del 1888 Chat en poche, ritratto di una società ottocentesca ipocrita, bramosa, tracotante, astuta e, allo stesso tempo, incapace di ascoltare il prossimo, nella nuova produzione del Teatro Stabile dell’Umbria, volta a portare in scena una compagnia di talenti locali, A scatola chiusa.

La commedia portata in scena presso il ridotto del teatro Morlacchi di Perugia è una delle prime di Georges Feydeau. Perno attorno a cui ruota la vicenda è Pacarel, un ricco industriale che commercializza zucchero per diabetici che vuole lasciare traccia di sé nella storia facendo rappresentare un’opera lirica musicata dalla figlia Giulia. L’opera in questione è il Don Giovanni (nel testo originale di Feydeau si trattava del Faust) che, come afferma Pacarel, «Giulia ha musicato dopo Mozart in quanto nata dopo». Nell’epoca in cui visse Feydeau non esisteva ancora il termine, ma lo stesso drammaturgo francese fu contemporaneo di Alfred Jarry autore di Ubu Roi, opera considerata un’anticipazione del movimento surrealista. Feydeau, nel suo personale stile, mantiene un forte legame con il contesto in cui i personaggi agiscono e Nigrelli sembra voler contribuire con alcune sue invenzioni a enfatizzare la percezione di insensatezza in questa rappresentazione.

Per riuscire nell’intento di rendere gloria alla figlia Giulia, Pacarel pensa di scritturare per primo un giovane e promettente tenore di Bordeaux, un certo Dufausset (Edoardo Chiabolotti, un’autentica rivelazione in scena) per poi cedere le sue prestazioni all’Opéra in cambio della rappresentazione scritta dalla figlia. La scatola dentro cui tutto si muove è una stanza nella casa di Pacarel ed essendo l’universo scenico tutto rappresentato al suo interno, un giovane che suona alla porta è senza ombra di dubbio per Pacarel, il tenore venuto direttamente a far visita all’imprenditore. Un’aria di esagerata festa accoglie il giovane che prende gli abitanti della casa per pazzi, ma non vuole contraddirli perché questa è una delle raccomandazioni di suo padre. Certamente, il giovane non può (e non vuole) offendere Pacarel che gli offre 3500 franchi per cantare, proprio a lui che è stonato come una campana.

Francesco Bolo Rossini interpreta Pacarel con una comicità inconsueta e convincente rispetto a precedenti ruoli da lui ricoperti, mentre la moglie Marta è tradotta da Caterina Fiocchetti con una interpretazione brillante e sicura. Funzionale alla rappresentazione è la scelta di lasciare gli attori non impegnati nella scena a margine di questa immaginaria scatola, immobili. Come si trattasse di marionette che reagiscono a comando, essi entrano nella scena e prendono vita solo quando necessario. Singolare è il fatto che a muovere i fili siano due domestici della casa (altra differenza rispetto al testo originale in cui il ruolo dei due è secondario), i quali ironizzano spesso sui modi degli altri personaggi. Ogni cosa deve essere al suo posto e il cameriere Tiburzio, in particolare, nel sistemare il tutto usa dei termini tipici del teatro (il proscenio, il boccascena, le assi, il fondale, il golfo mistico, gli attori, il gobbo, …), anche se questi non sono visibili agli spettatori che vedono sistemare dai due domestici dei semplici suppellettili. Il tutto appare come mosso da macchine che rispondono a comando quando si pronuncia a voce alta la parola «infernali».

A comando, successivamente, gli attori entrano in scena pronunciando frasi sconnesse. O, meglio, ciascuno pronuncia frasi legate al proprio io personale che diventano estranee fra loro e generano soltanto caos con le scene che, spesso, vengono divise da intermezzi di Duke Ellington tratti dall’album Such Sweet Thunder, mentre i domestici, a volte, si fermano a riflettere se valga la pena cambiare qualche azione che porti a un finale diverso da quello classico.

Curioso il fatto che due scene – che ricordano film horror-comici diventati di culto per gli amanti del genere – siano rintracciabili in questa rappresentazione. In una di esse, i due domestici fanno ballare tutti gli attori come se questi non potessero opporsi alla musica come nel Beetlejuice di Tim Burton in cui gli occupanti la casa ballano Banana Boat Song. Altra scena, questa volta non soggettiva nell’interpretazione e nel rimando, è quella in cui Tiburzio riprende un gesto di Dufausset. Per paura che il suo tenore perda la voce Pacarel gli impone di coprirsi il collo con uno scialle nonostante il clima sia mite. Dufausset di fronte a una delle donne che corteggia prova un certo imbarazzo e l’attore Chiabolotti nasconde questo scialle sotto la giacca, creando una sorta di gobba. Ancora, in maniera estemporanea al contesto, Tiburzio entra in scena e cammina aiutandosi con un bastone. Qui il rimando a Frankenstein Junior di Mel Brooks è inevitabile con Tiburzio pronuncia la frase «gobba, quale gobba?». La rappresentazione è condita da una serie di divertenti giochi di equivoci scanditi con un ritmo frenetico che gli attori reggono con una tempistica di battute impeccabile dove il colpo di scena e il malinteso si susseguono senza sosta in questa rilettura di Chat en poche.

Rilettura decisamente interessante e non scontata.

Lo spettacolo continua
Teatro Morlacchi
Piazza Morlacchi 13, Perugia
fino al 17 maggio

A scatola chiusa
di Georges Feydeau
traduzione e adattamento Livia Ferracchiati, Danilo Nigrelli
con Francesco Bolo Rossini e Giordano Agrusta, Caroline Baglioni, Edoardo Chiabolotti, Caterina Fiocchetti, Elisa Gabrielli, Elisabetta Misasi, Ludovico Röhl, Samuel Salamone
regia Danilo Nigrelli
assistente alla regia Livia Ferracchiati
luci Simone de Angelis
scene Danilo Nigrelli

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