La Speranza e l’Utopia

lenz-parmaPrima nazionale del nuovo allestimento – firmato Lenz Rifrazioni – tratto dalla produzione del padre putativo della lingua italiana: l’Adelchi di Manzoni nella rilettura di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri va in scena all’interno del festival Natura Dèi Teatri.

Dopo l’imponente I Promessi Sposi, l’interesse di Lenz sul linguaggio come strumento di cultura e potere torna a confrontarsi con Alessandro Manzoni. A essere presa in prestito, nel caso specifico, è la celebre tragedia dell’Adelchi: l’ultimo principe dei Longobardi, morto chiedendo clemenza per il padre a quel Carlo Magno cui lo stesso Desiderio aveva mosso guerra per vendicare l’onore offeso della figlia Ermengarda.

Una creatura letteraria e morale incompiuta se vista nell’ottica dell’ipotetica perfezione raggiunta dall’Autore nel suo testo maggiore (I Promessi Sposi), perché – privata della presenza chiave (anche dal punto di vista narrativo) della divina provvidenza – nell’Adelchi prevale un invasivo pessimismo giansenista che allontana ogni concreta possibilità di conciliazione spirituale e di sintesi tra sofferenza e giustizia. Una posizione teologica caratterizzata dalla sostanziale negazione del libero arbitrio e dall’idea della salvezza solo per grazia di Dio, a tal punto ingombrante da costringere il nostro Autore a dar forma a un essere umano tanto inevitabilmente volto alla sconfitta («ad innocente opra non v’è: non resta che far torto, o patirlo»), quanto quello dei Promessi Sposi lo sarà al successo (secondo la riformulazione religiosa manzoniana dei relativi concetti).

Dunque un’opera profondamente legata all’ineluttabilità della sofferenza e all’idea che il termine dell’esistenza non possa mai essere lieto. La violenza del dominio e il dolore arrecato anche agli innocenti (come Ermengarda, sposata e ripudiata per finalità politiche dall’amato Carlo); la possibilità di un senso della vita cui si giunge solamente – e paradossalmente – con e nella morte; il corpo e l’anima delle donne mortificato e piegato alle esigenze del potere (maschile); l’individualità della coscienza che soccombe di fronte allo Spirito Assoluto della Ragion di Stato; la parcellizzazione delle esistenze e la frammentazione della comunicazione sono elementi dirompenti per l’opaca evidenza e la trasparente emotività con cui sono presentati al pubblico da Francesco Pititto e Maria Federica Maestri.

Nella restituzione drammaturgica vedremo, infatti, giochi impossibili tra fratello e sorella, voci spezzate tra madre e figlia, relazioni metaforiche tra padre e figlia, proiezioni trasfiguranti poste tra palco e platea. Tecnicismi semplici solo in apparenza, ma estremamente complessi da incastrare nella gestione dei tempi e delle dinamiche sceniche, soprattutto pensando alle sensibilità degli attori in scena, capaci di abitare una scenografia – di tre spazi lineari e paralleli, divisi da un velo trasparente – tanto essenziale quanto simbolicamente densa nell’imprimere una complessiva percezione visiva di separazione e lacerazione.

Un’analisi estetica accurata dal punto di vista concettuale e glaciale da quello emotivo, che non può prescindere da quello che è uno dei tanti dettagli, l’ennesimo, che rende unico il progetto artistico ed esistenziale di Lenz Rifrazioni: la capacità di far convergere intuzioni e soluzioni drammaturgiche di assoluto valore, come i potenti echi shakesperiani nella costruzione della figura di Ermengarda e l’omogenea coerenza dell’ensemble, con l’apertura delle stesse oltre ogni delimitante definizione in angusti confini artistici o terapeutici.

Non è teatro, neanche riabilitazione il senso di questa rappresentazione; non è interpretazione, tanto meno espressione quella degli attori; non è finzione o realtà ciò cui il pubblico assiste. Ciò che si ammira – attraverso la clamorosa qualità di Carlotta Spaggiari, Carlo Destro e Franck Berzieri – è la straordinaria sinergia nell’interminabile orizzonte della vita di una umanità che cerca se stessa e che, dopo aver esplorato le strade messe a disposizione dalla norma (che li vorrebbe in un altrove in fondo agli occhi), ha potuto scegliere l’arte per prendere e mutare forma.

Una manifestazione che, senza scimmiottare ipotetiche normalità o enfatizzare una condizione aliena, semplicemente offre se stessa, demolendo ancora una volta «l’idea che un diversamente abile possa/debba approcciarsi al teatro solamente rendendo invisibile l’autenticità della propria condizione (ovvero trovando per la propria alterità una collocazione credibile rispetto alla decisione insindacabile di chi si fa metro di normalità)», come già ricordato a proposito del fantastico lavoro di Satyamo Hernandez (Le voci della metamorfosi).

È teatro ed è riabilitazione; è interpretazione ed è espressione; è consapevole finzione ed è realtà immediata. È esposizione esponenziale al rischio, potente manifestazione delle mancanze umane e del corrispondente anelito che le determina in positivo e non come errore. È l’esempio più sublime di quello che la cultura potrebbe essere ma non è in un modo regolamentato da codici (scritti e orali) improntati sui canoni di un aggressivo individualismo (mors tua, vita mea). Dunque, è costruzione di un linguaggio (che ha in Manzoni il più importante esponente nella letteratura italiana) quale modello di potere non disciplinante e coercitivo, ma anarchico e creativo, il cui tentativo rappresenta l’intima essenza di Lenz Rifrazioni (che da oltre un decennio collabora con con Ausl di Parma – Dipartimento Assistenziale integrato di Salute Mentale, organizzando laboratori permanenti rivolti a persone con sensibilità speciali e portandone in scena esiti di assoluto valore artistico).

Un’utopia, probabilmente, capace di ricordarci che «l’importante è imparare a sperare» (Ernst Bloch), che l’arte riesca finalmente a «introdurre caos nell’ordine», liberandoci dalla (sua) «menzogna di essere verità» (Theodor Adorno).

Un’utopia non ideologica e totalizzante, perché non legata al pensiero dominante, ma esperienza pratica e rivoluzionaria di reale superamento dell’alienazione/solitudine dell’essere umano attraverso un autentico esercizio di amore per la vita nella sua vastità.

Chapeau.

Lo spettacolo è andato in scena:
Lenz Rifrazioni

Via Pasubio 3, Parma

Adelchi
da Alessandro Manzoni
drammaturgia, imagoturgia, scene filmiche Francesco Pititto
installazione, elementi plastici, regia Maria Federica Maestri
musica Andrea Azzali
interpreti Carlotta Spaggiari, Carlo Destro, Franck Berzieri
cura Elena Sorbi
responsabile progetto riabilitativo Paolo Pediri
organizzazione Ilaria Stocchi
comunicazione Violetta Fulchiati
luci e tecnica Alice Scartapacchio
produzione Lenz Rifrazioni

Festival Natura Dèi Teatri 2014
Performing Arts Festival 19 edizione
direzione artistica Maria Federica Maestri, Francesco Pititto

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