Ritratti d’autore

Incontro Adriano Marenco in una fresca serata primaverile, davanti ad uno snack e a una birra. Oggetto della nostra conversazione è l’editoria di testi per il teatro, ma anche – già che ci siamo – lo stato dell’arte della nuova drammaturgia.

Siamo a Mangiaparole, in Via Manlio Capitolino a Roma. Alcuni avventori sono seduti ai tavoli, chi per leggere, chi magari per mangiare qualche piatto con il nome di un classico letterario. Siamo circondati da libri e da quadri in esposizione, in un ambiente molto colorato e accogliente, che alla bisogna si trasforma in vernissage artistico. In pochi forse lo sanno, ma i titolari di questo spazio fuori dal tempo (Marco e Mauro Limiti, Lisa Lombardi), sono anche gli amministratori di una piccola casa editrice che dà spazio a penne emergenti. Non si tratta solo di romanzi, poesia o saggistica, ma anche di teatro. A noi di Persinsala non poteva sfuggire l’occasione di vederci un po’ meglio. Ci facciamo aiutare proprio da Marenco, scrittore e direttore artistico della collana di drammaturgia Scenamuta di Edizioni Progetto Cultura.

Che legame c’è tra Mangiaparole e Edizioni Progetto Cultura? Come nasce la collana?
Adriano Marenco: «Edizioni Progetto Cultura ha come sede la libreria Mangiaparole, un luogo dove si fa arte tra l’Appia e la Tuscolana. Edizioni Progetto Cultura ha pubblicato un mio romanzo La palude e la balera. A questo è seguita la proposta di un mio testo teatrale, Il pasto degli schiavi. Avrebbero voluto pubblicarlo ma mancavano di una collana teatrale. Così ho detto: avete una collana di poesia, perché non farne una di teatro? Hanno risposto: occupatene tu. Ho accettato a patto di pubblicare gratis per l’autore, ma senza perdere soldi per l’editore. Abbiamo trovato un formato che costa poco: 5 euro. Tanto costò il primo libro pubblicato, Il pasto degli schiavi».

Qual è la vostra linea editoriale?
AM: «Scenamuta non è una palestra, cerca di pubblicare opere già mature, autonome, alcune grandissime, altre molto buone».

È stata una scoperta verificare l’esistenza di tanti autori per il teatro?
AM: «Me l’aspettavo. Non mi aspettavo di trovare tanti buoni scrittori, questo sì. In Italia c’è una drammaturgia molto più ricca di quel che si pensa. Abbiamo pubblicato testi che hanno vinto premi, come quelli di Massimo Franceschelli (ha vinto il premio Franco Quadri), Davis Tagliaferro e Francesca Staasch. Abbiamo pubblicato lavori riconosciuti nel panorama off (e mezzo in) romano, come Dario Aggioli e Marco Belocchi. Pierpaolo Palladino lavora con attori riconosciuti che è già teatro on. Certo me ne scordo qualcuno».

E Adriano Marenco?
AM: «Che c’entra? Io prenderò il Nobel ma a settantacinque anni. L’importante è non morire nel frattempo (ride)».

La conoscenza del panorama off romano, ha favorito la ricerca di altri compagni di scrittura?
AM: «Intanto – ho pensato – posso dare a tanti bravi autori la possibilità di pubblicare. Ora stiamo allargando a autori non romani come Pasquale Faraco e Alessandro Izzi (ha vinto il Premio Teatro e Shoah tre anni fa). Emanuela Cocco è grandissima scrittrice che solo per equivoco non è pubblicata ad esempio da Einaudi.

La differenza può essere ovvia, ma cosa distingue in profondità una grande casa editrice da una piccola come Edizioni Progetto Cultura?
AM: «Trovo prezioso che vi sia una casa editrice che “impazzisce” e decide di dare la possibilità di pubblicare testi senza far pagare una lira. Questo è tutt’altro che scontato. Queste persone sono degli eroi. Addirittura ci stiamo espandendo fuori da Roma, in territori difficili da raggiungere per le nostre dimensioni. Insomma è un’operazione generosa e che soprattutto non prende in giro nessuno. Per fortuna mi è venuta in soccorso Alessandra Caputo, pubblicata nella collana con un testo bellissimo – Lady Holliday Mississippi drunk – che mi ha detto: ti do una mano io».

Essere piccoli quindi può essere anche un’opportunità?
AM: «Siamo piccoli, meno male però che ci sono case editrici di pazzi come questa che decidono di darci uno spazio. Un colpo di pazzia qua, uno là, forse riusciamo a portare la drammaturgia alla gente. È sbagliato pensare che la drammaturgia non sia letteratura. Lo è eccome. Se uno comincia a leggerla, non smette più. È un errore pensare sia una cosa di nicchia, è piuttosto un punto di eccellenza e di ricerca».

Com’è stato passare dallo scrivere a promuovere la scrittura degli altri?
AM: «La drammaturgia oggigiorno è stata messa da parte anche per problemi economici. Non ci sono soldi e gli attori preferiscono stare in scena con una sedia, scrivendosi i pezzi da soli. Un problema quindi è la mancanza di drammaturgia, malgrado conosca tanti bravi drammaturghi. Il mio compito di direttore artistico è far conoscere testi che meritano visibilità. Li seleziono e li mando alla casa editrice che decide quali pubblicare».

Scrivere per il teatro è più difficile che scrivere romanzi?
AM: «Premesso che bisogna avere talento e che non lo si può guadagnare con un corso di scrittura, dico che scrivere per il teatro forse merita un’urgenza più immediata. Scrivere per il teatro non vuol dire stare da solo a casa davanti al computer; devi avere in testa come gli attori dovranno farlo, come il pubblico lo recepirà. Quando scrivi per il teatro le figurine si alzano dalla pagina e si muovono. Direi che scrivere un romanzo invece è più totalizzante».

Scrivere un romanzo rimane sempre un discorso artistico tra l’autore e il testo; scrivere per il teatro vuol dire allargarlo alla scena. Vuol dire questo?
AM: «Quando scrivo per il teatro sono cosciente che i miei pezzi saranno tagliati e rimontati, perché non andranno mai bene per la scena così come sono. Cosa funziona e cosa no, lo potrà sapere solo chi va in scena. Scrivere per il teatro quindi predispone a subire “ingiustizie”. Un monologo di venticinque minuti che a leggerlo è bellissimo, messo in scena può essere tutt’altro. Io quindi non ne faccio un problema di vita o di morte; altri soffrono terribilmente, ma è una questione personale».

Il Teatro serve a qualcosa? Oggigiorno la politica è molto screditata. Pensa davvero che scrivendo per il teatro sia possibile incalzarla?
AM: «Il teatro dovrebbe essere il punto massimo di ricerca culturale e politica di un paese. Forse adesso è più difficile, ma ci sono state rivoluzioni che sono nate con il teatro. Nel Risorgimento, Verdi ne è stato un esempio, per non parlare del teatro russo».

… e di Kantor, su cui ha scritto un bellissimo testo teatrale (La classe morta, NdR).
AM: «L’arte senza politica è solo decorazione. Pubblicare una collana teatrale come questa è un gesto politico, certo. È un fatto anarchico pubblicare autori teatrali semisconosciuti, perché non c’è ritorno economico. La mia ispirazione come scrittore e come direttore è il Woyzeck di Büchner. In Germania, il premio più importante è il Premio Büchner, non il premio Goethe. Georg Büchner era un rivoluzionario. Scappava ora qui, ora lì e mentre scappava, scriveva».

Perché si scrive?
AM: «Io non ero abbastanza bravo a giocare a pallone… (ride) A parte l’ironia, anzitutto per me non si sceglie di scrivere, c’è una necessità. Perché invece di andare a farti tre spritz torni a casa a scrivere? Perché fai un lavoro e non ti pagano? C’è anche autoaffermazione, vanità, certo, insieme anche al desiderio di migliorare il mondo magari, ma la sostanza è che lo devi fare».

Quanto è importante lo studio o la vorace applicazione alla lettura, per poter scrivere buona drammaturgia?
AM: «È fondamentale. Per me non serve fare una scuola di scrittura creativa. La palestra di chi scrive è leggere. Bisogna leggere tanto perché ti dà gli strumenti, non per imitare ma per rafforzare la consapevolezza, aprire la mente, scoprire modi di scrivere impensati».

Scrivere per il teatro vuol dire aver calcato il legno del palcoscenico oppure si può scrivere da una posizione eminentemente letteraria?
AM: «Per me non c’è necessità di aver fatto teatro. Certo può aiutare, ma è importante anche averlo frequentato da spettatore. A volte se pensi troppo a come andrà in scena, non riesci a liberare la potenza creativa della scrittura. In ogni caso se la pubblichi, deve avere forma letteraria matura».

Si scrive per il pubblico? Qual è l’equilibrio tra il nucleo segreto dell’opera e l’esigenza della sua comprensione?
AM: «Non scrivo mai per il pubblico perché mi limiterebbe. Scrivo per la bellezza della scrittura. Credo di avere così rispetto del pubblico che non mi curo di lui. Ho fiducia nel potere della parola, un potere così grande che può superare la comprensione, abbastanza da relativizzarla. In una collana di drammaturgia voglio testi che abbiano il “potere della parola”, testi che siano letteratura. La letteratura è qualcosa tra arte e artigianato che ha una sua autonomia tutta da preservare. Non è così necessario neanche che divenga teatro. Noi esseri umani abbiamo bisogno di storie, così come abbiamo bisogno di mangiare e di bere».

Che consiglio a chi vuole scrivere per il teatro?
AM: «La mia idea è che se uno deve fallire è bene che lo faccia con la sue forze. Quindi direi: fallite meglio che potete, senza scorciatoie».

Salutiamo Adriano Marenco con un brindisi di augurio e fortuna per la Collana Scenamuta. Se sventurata è la terra che ha bisogno di eroi, forse ci può essere di consolazione sapere che gli eroi di cui parla Marenco, non portano armi distruttive, non si pongono un nemico, non chiedono rendite di posizione al sovrano statuale. Lavorano in segreto, senza riconoscimento alcuno che l’amore per il teatro.

Rischiamo di fare retorica? Al lettore – se lo vorrà – il facile compito di mettere in berlina il nostro candido afflato. Se invece preferirà metterlo alla prova, niente di meglio che accostarsi agli agili volumetti di Scenamuta. Faremo noi da apripista. Comincerà qui sulle nostre pagine, un commento ragionato di alcuni testi della collana, come a far cadere per distrazione alcune perle su un selciato fangoso. Al curioso pubblico della nostra rivista lasceremo il piacere di raccoglierle, per adornare la bellezza immaginaria della propria passione. Per il Teatro, naturalmente.

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