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Africabar, articolo di "Vincenzo Carboni" su Persinsala Teatro
mercoledì , 20 giugno 2018

Africabar
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Per la Giornata mondiale del rifugiato, al Teatro Argentina di Roma va in scena Africabar di Riccardo Vannuccini. Spettacolo o happening? Sulla vasta scena senza fondali, una folla di interpreti dai colori e dagli idiomi più diversi sta seduta, canta, balla come nelle chiese battiste afroamericane. Africabar dà subito l’idea di una complessa e felice …

Teatro che non vuole comunicare

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Per la Giornata mondiale del rifugiato, al Teatro Argentina di Roma va in scena Africabar di Riccardo Vannuccini.

Spettacolo o happening? Sulla vasta scena senza fondali, una folla di interpreti dai colori e dagli idiomi più diversi sta seduta, canta, balla come nelle chiese battiste afroamericane. Africabar dà subito l’idea di una complessa e felice liturgia, per dare carne sacra (quindi teatrale) agli eventi di migrazioni forzate che l’immaginario sociale riduce alla cronaca apodittica, alla paura di un invasore, al contagio, alla perdita di un nostalgico etnocentrismo.

Questo teatro evita con particolare cura qualunque parola che possa risuonare “sociale”. Nell’incipit dello spettacolo, varie voci in varie lingue raccomandano addirittura lo spettatore di non inseguire il significato, ma il suono delle parole. Il teatro può solo precipitare da un interno estetico a un altro interno, a patto per lo spettatore di farsi cavità risuonante del senso. Quest’ultimo diviene simile a una farfalla che non si desidera affatto afferrare, se catturarla vuol dire ucciderla. «Non abbiamo nessuna idea da comunicare» è scritto nelle note di regia.

La fine del mondo o l’inizio di un nuovo amore possono essere trattati con la stessa intensità, giacché morte e vita sono talmente allacciate da potervisi solo abbandonare. Ma qui, da questa parte del mondo, ci illudiamo di aver separato la morte dalla vita, l’ignoto dal già conosciuto, rischiando così di perpetuare la stessa scissione che ci fa “civiltà”, con l’illusione di aver gettato le tenebre lontano da noi.

Seduti in una lunghissima fila, con le sedie da orientare ogni volta verso una nuova direzione come fossero vele, si tratta di aspettare la “carta” che riconoscerà un diritto, oppure lo negherà. Neghiamo ai corpi desideranti il movimento, lo concediamo alle carte, che di mano in mano passano veloci, sono gettate in aria, se non fosse che il titolo di esistere lo concede uno stato nazionale e non il fatto semplicemente di vivere, di amare, di perseguire la propria impossibile felicità.

Chi siamo noi? «Perle di cose che non stanno in fila». Utilità e funzionalità? Meglio la fluttuazione, questo scivolare di cosa in cosa, questo non lasciarsi mai inchiodare dalle parole d’ordine. «Il teatro è inteso come metonimia della vita» scrive Vannuccini, in cui il senso non è mai dato una volta per tutte. Lì dove c’è un corpo che desidera, il senso è libero di scivolare, di non farsi catturare, trovando proprio in questa perdita di padronanza, ragione per continuare a fare ancora teatro.

Un uomo colpisce l’aria con i pugni. All’altro capo della scena, una donna parla in francese tra un mucchio di sedie rovesciate: prima sommessamente, poi legandosi ai movimenti dell’uomo, che sembra ora combattere le ombre al suono di quelle parole. Al parossismo della lotta immaginaria, la donna si pone indifesa davanti all’uomo e finalmente quei colpi divengono un abbraccio. «È un teatro femmina» ammette il regista. Nessuna paura dell’inconcludenza, né di uno spettacolo che – cadendo – porta via tutto rovinosamente con sé. È questa caduta che si fa opera in Vannuccini.

Giocosamente, ci si rialza e – a dispetto di ogni deliberata comunicazione – ci si arrende al pubblico nel ricevere gli applausi. «Non sono i dati che ci fanno comprendere la realtà, ma la fantasia con la quale riusciamo a combinare questi dati» scrive il regista. Il teatro può essere uno strumento di conoscenza dell’ignoto che ci abita, più e meglio di una cronaca da prima pagina.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Argentina

Largo di Torre Argentina 52, 00186 – Roma
dal 22 al 24 giugno 2017, ore 21

Africabar
di Riccardo Vannuccini
testi da Thomas Eliot, Vidiadhar Naipaul, Danilo Kis, William Shakespeare, Ingeborg Bachmann, Zbigniew Herbert, Clarice Lispector
con Lamin Njie, Yaya Jallow, Yeli Camara, Lucky Emmanuel, Joseph Eyube, Cedric Musau Kasongo, Alahassane Abdoul Aziz, Christian Ela, Mohamed Harmouche, Seny Sysauane, Kouadio Alfred Koffi, Benoit Kevin Siewe, Bangali Dunbia, Ali Diallo, Ella Sunday, Adnan Ali, Faith Okumbor, Joy Maso, Edith Fostes, Kanae Banou, Bonyagni Elhanji Manoumou, Happy Enohense, Emilie Flore Meniaga, Xubi Jusuf, Sahara Cali, Massa Dabo, Yaya Soumhoro, Idrissa Yaro, Kolimbassa Ousmane, Laura Antonini e con Eva Grieco, Lars Rohm, Alba Bartoli, Maria Sandrelli, Anna Carlier, Riccardo Vannuccini, Caterina Galloni
scene e costumi Maram Al Jaburi e Yoko Hakiko
luci Paolo Meglio
colonna sonora Rocco Cucovaz
musiche di Underground Youth, Pogues, Simeon Holt
direzione tecnica Daniele Cappelli
direttore di produzione Flavia Meuti
assistente alla regia Valentina Lamorgese
ufficio Stampa e comunicazione Miriam Semplice Marano
coordinamento Teatro in Fuga per Programma integra Laura Antonini
coordinamento Teatro in Fuga per Armadilla s.c.s. Onlus Monica Di Vico

5,00

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