Il magico Egitto Zeffirelli-style

Il Teatro alla Scala ripropone una produzione del 1963, ormai entrata nel mito: un’Aida che ha nello sfarzo della regia il suo punto di forza.

Sono passati cinquantuno anni dalla nascita di questa regia di Aida: testimonianza di un modo serio e raffinato di fare teatro e baluardo di un’epoca. Ma la domanda che sorge spontanea fin dall’inizio è se esista oggi la reale necessità di proporre nuovamente una produzione del 1963.

Se si pensa a un atto di memoria storica per far conoscere alle nuove generazioni – o anche a chi semplicemente non era riuscito ad assistervi – una regia che ha fatto la storia dell’opera, la risposta è un categorico sì. Questa è l’immagine di Aida per eccellenza che rispecchia e soddisfa al 100% le aspettative del pubblico dei melomani con apparati tanto grandiosi quanto preziosi: scene praticabili monumentali, cavalli veri che aprono il celeberrimo corteo trionfale, assonanze di colori studiate nel minimo dettaglio. L’analisi è profonda e il rispetto per l’opera e per il compositore è totale, quasi reverenziale.

Però – per quanto esteticamente bella, ricca e sfarzosa – una regia non fa l’opera, nel senso che tutte le forze e le componenti di un melodramma non possono avere come fulcro il genio del regista. Quindi – per tornare alla domanda iniziale – se oltre allo scopo “divulgativo” ce n’è anche uno prettamente artistico, allora la scelta diventa discutibile. Zeffirelli, nel lontano 1963, realizza questo capolavoro al passo con i suoi tempi: l’ideazione e la collaborazione erano nate e cresciute con un altro direttore d’orchestra – Gianandrea Gavezzani, profondamente diverso dall’attuale Omer Meir Wellber – e il lavoro plasmato su altri cantanti, su una generazione molto distante da quella odierna, con obiettivi e motivazioni molto lontani – il che incide a livello interpretativo.

Quando si parla di cantanti la dimensione divistica c’è sempre, anzi: è una delle componenti che negli anni – nei secoli – ha avuto il suo peso nell’ambito musicale. Però è anche vero che, fino a qualche decennio fa, c’era un’attenzione particolare, quasi maniacale per il “belcanto”. Oltre a sfoderare maestrie tecniche e numeri strappa-applausi, centrale era l’idea della qualità vocale e timbrica e tutto doveva essere in perfetta armonia.

Oggi invece – e in questa Aida se ne ha la conferma – sembra che si voglia puntare sull’esasperazione vocale, in una sorta di gara a “chi ha la voce più potente” o a “chi sovrasta meglio l’orchestra”, tralasciando completamente – o quasi – le bellezze espressive più intimiste o la voglia di dimostrare particolari doti di sensibilità. Raramente si ha l’impressione che si capisca il significato di ciò che si canta e si percepisce la mancanza di un lavoro profondo a stretto contatto con la figura del regista. Molte, troppe sono le pose convenzionali e a volte l’impressione è che gli interpreti siano davvero più preoccupati dall’acuto piuttosto che di riuscire a trasmettere alla sala l’amore, il patrio orgoglio o il sacrificio. Ma se non ci sofferma in modo pignolo sui particolari – qualche intonazione non proprio impeccabile, qualche urlaccio sguaiato e le note gravi di Oksana Dyka scarsamente udibili – per considerare la totalità dello spettacolo, emerge che il cast ha fatto semplicemente ciò che ha potuto e che – oltre al regista – è mancata la figura del direttore.

Il giovane Omar Meir Wellber non ha purtroppo lasciato la sua impronta. Il problema non è l’orchestra – come invece qualcuno ha polemizzato nel foyer durante uno degli intervalli – che, al contrario – e va sottolineato – è un’orchestra di prim’ordine, composta da musicisti preparati e che in più occasioni hanno dimostrato di meritarsi a pieno titolo il nome che portano. Se il direttore è carente di una cifra stilistica personale, la coesione è automaticamente compromessa. Difficile – anche per lo spettatore più esperto – immaginare in quale direzione si sia svolta la concertazione in fase di prova. Ovvio, quindi, che ognuno tenti di mettere del proprio per ottenere comunque un buon risultato.

Questa Aida si conferma, per gli amanti della tradizione, come una delizia per gli occhi e anche i neofiti possono trovare appagamento in quadri d’ambiente meravigliosi, che fanno dimenticare perfino i lunghi e difficoltosi cambi di scena nel corso degli atti.

Lo spettacolo continua:
Teatro alla Scala

via Filodrammatici, 2 – Milano
domenica 4, mercoledì 7 e sabato 10 marzo, ore 19.30

Aida
libretto di Antonio Ghislanzoni
musica di Giuseppe Verdi
con Roberto Tagliavini, Marianne Cornetti, Oksana Dyka, Stuart Neill, Giacomo Prestia, Ambrogio Maestri, Enzo Peroni, Pretty Yende
direttore Omer Meir Wellber
maestro del coro Bruno Casoni
regia Franco Zeffirelli, ripresa da Marco Gandini
scene e costumi Lila De Nobili
coreografia Vladimir Vasiliev
luci Marco Filibeck

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