Un’Aida a metà

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Una nuova produzione dell’Aida di Giuseppe Verdi al Teatro alla Scala di Milano, firmata da Zubin Mehta e Peter Stein.

Fischiata dai loggionisti e bocciata anche da molti critici, l’Aida alla Scala di Milano ci invita a porre la seguente domanda: cosa non ha funzionato in questa nuova produzione che vanta il nome di Zubin Mehta e quello di Peter Stein? Vale a dire, uno dei più grandi interpreti musicali di quest’opera che ha guidato e inciso edizioni di riferimento (una per tutte, quella storica con Corelli, Nilsson, Bumbry), e il massimo regista tedesco che, nel 2010, sempre sul palcoscenico del Piermarini, ha firmato una memorabile Lulu di Alban Berg. È facile dire che la pecca maggiore risiede nella scelta dei cantanti, ma in realtà la risposta è più complessa e articolata.
Si sa, Aida è opera difficile da mettere in scena, soprattutto perché pone al direttore e al regista un (falso) dilemma. La vulgata popolare vuole che sia un melodramma plateale: marce trionfali con tanto di cavalli, sfingi e obelischi di cartapesta (le edizioni areniane rispondono quasi sempre a questa lettura). I musicologi invitano invece a cercare la sua bellezza nelle pagine più intimistiche e nella raffinata orchestrazione. Quale lettura prediligere? In realtà la scelta non si pone.
Basterebbe rileggere Massimo Mila e riflettere sul fatto che, dopo la Trilogia popolare (Rigoletto, Trovatore e Traviata), Giuseppe Verdi si avventura per i sentieri della Storia e, nello stesso momento in cui riduce i confini tra le forme chiuse, si chiede come coniugare individuale e collettivo, come rappresentare l’intersezione tra pubblico e privato. Insomma, si era messo su una strada – dove aveva già incontrato Don Carlo – che lo avrebbe portato alla continua pienezza di vita delle opere shakespeariane.
Il contesto, in questo Verdi, non è un elemento secondario, neppure se si tratta di un Egitto di fantasia, come precisa persino la sinfonia d’apertura: non ci sono solo il tema di Aida e di Amneris, ma anche quello dei sacerdoti (il conflitto tra individuo e ragion di stato, o autorità ecclesiastica, è posto a epigrafe).
Zubin Mehta, dall’alto della sua pluridecennale esperienza, dirige con grande sicurezza e si serve di una dinamica sonora molto ampia. Cura con estrema attenzione ogni sfumatura: il fraseggio degli archi è morbido e vellutato, i pianissimi sono appena udibili. Di tanto in tanto l’ascoltatore si stupisce per la bellezza di certi passaggi che fino a quel momento non aveva neppure notato e apprezza la sapienza della scrittura orchestrale. Le scene di massa, la celebre Marcia e tutti i momenti eroici sono invece fortemente contrapposti. L’effetto finale è quello di isolare, come se fossero due blocchi autonomi e distinti, le due anime di Aida. Per Mehta, la saldatura tra pubblico e privato in Verdi si realizza solo negli ultimi capolavori.
Peter Stein, invece, in questa sua regia prodotta originariamente per il Teatro musicale Stanislavskij e Nemirovi-Danenko di Mosca nel 2014, non crede alle scene d’insieme, si dedica a una eccessiva razionalizzazione del materiale drammaturgico e, con rigidità teutonica, taglia persino le danze che nella seconda scena dell’atto secondo seguono il trionfo.
Per Stein Aida è una tragedia privata, forse raciniana. Come scrive nelle note di regia «più di metà dell’opera è in piano o pianissimo». Certo, ma gli sfugge che questi termini bisogna leggerli dialetticamente, in relazione a dei forti, cioè alle scene di massa. E per quanto sia profondamente commosso dalla figura di Aida e del suo destino di vittima (è prigioniera ed etiope per giunta), non riesce a rappresentare il dolore dei vinti: così, la grande sfilata dell’atto secondo non esprime la sofferenza di un popolo sconfitto, ma rimane decorativa. Il regista non crede in essa, neppure con distacco critico, tant’è vero che si trova stranamente a disagio persino a spostare il coro nello spazio.
In questa Aida manca il sudore, la fatica, la fisicità polverosa della sconfitta. La ricerca dell’essenzialità e dell’eleganza ha stavolta prodotto un impoverimento. Peccato, perché la mano del grande Maestro si coglie invece nella bellezza di alcune immagini e nella chiarezza della narrazione. Nei quadri più riusciti (la stupenda sequenza iniziale, il tempio di Vulcano a Menfi, gli appartamenti di Amneris, il palazzo reale dell’atto quarto) ricorda alcune soluzioni già adottate nel celebre Faust di Hannover (d’altra parte sono gli stessi, lo scenografo Ferdinand Woegerbauer e il light designer Joachim Barth): ogni singola scena, che nasce sempre da uno squarcio luminoso geometrico ritagliato nel buio, è costruita su forti contrasti di luce e ombra, di bianco e nero, mediati dalle tonalità calde dei costumi di Nenè Cecchi.
Alla fine, sebbene offra soluzioni di grande fascino, lo spettacolo di Stein risulta comunque un po’ monco.
Non aiutano le voci. A eccezione della brava Anita Rachvelishvili (un’Amneris di grande forza espressiva, vera e propria dominatrice della scena, tanto da reggere il nuovo finale tragico inventato da Stein: la principessa si suicida sulla “fatal pietra” tagliandosi le vene) e di George Gagnidze (un Amonastro, un po’ caricato, ma efficace), il resto del cast non è all’altezza della situazione. Matti Salminen (Ramfis) ha la voce sfibrata ed è in gravi difficoltà: crea anche un po’ di disagio nell’ascoltatore, che ricorda con rispetto il celebre basso del passato. Un po’ dimesso il Radames di Fabio Sartori, mentre Kristin Lewis, che non ha la vocalità adatta al ruolo, supplisce con intelligenza interpretativa e con alcuni emozionanti mezze voci.

Lo spettacolo continua
Teatro alla Scala
Via Filodrammatici 2, Milano
dal 15 febbraio al 15 marzo 2015

Aida
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Direttore: Zubin Mehta
Regia: Peter Stein
Scene: Ferdinand Woegerbauer
Costumi: Nanà Cecchi
Luci: Joachim Barth
Coreografia: Massimiliano Volpini
Personaggi e interpreti:
Il Re: Carlo Colombara
Amneris: Anita Rachvelishvili
Aida: Kristin Lewis
Radamès: Fabio Sartori
Ramfis: Matti Salminen
Amonasro: George Gagnidze
Sacerdotessa: Chiara Isotton

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