L’intramontabile ipnosi dell’Aida

Al Cinema Teatro Don Bosco è andata in scena la grandiosa Aida del Maestro Verdi, che chiude, come meglio non si potrebbe, la sua stagione operistica.

All’interno del programma di rielaborazione dell’opera verdiana, in corrispondenza del 150° anniversario dell’unità d’Italia, Aida occupa senz’altro il posto d’onore.

L’opera conosciuta in tutto il mondo per la famosa marcia trionfale – grazie alla quale Verdi rimarca la vittoria schiacciante dell’esercito egiziano, guidato con mano ferma da Radames, contro gli invasori etiopi che minacciavano l’allora capitale Tebe – diventa altresì il simbolo stesso della doppiezza spietata della vita umana, stretta incresciosamente tra le ragion di stato e l’amore, il dovere opprimente ed ineluttabile e il piacere etereo ed avvolgente, che segna tutta l’opera verdiana.

Ed è precisamente in questa spirale che cade Aida, divisa tra l’amore incondizionato ed “impossibile” per Radames, data la sua condizione di schiava etiope e dunque considerata “inferiore” e nemica, e l’obbedienza cieca ed incondizionata al padre, Re degli Etiopi, il quale, catturato in battaglia e portato a palazzo come trofeo, scoperta la segreta passione della figlia, le chiede di utilizzarla abilmente per estorcere le informazioni segrete dei piani dell’attacco finale, sventarlo e preparare la controffensiva decisiva.

Sconvolta dal cinismo patriottico del padre, e in conflitto tra il riscatto delle sue origini e un amore assoluto per Radames, decide di incontrarlo per fuggire insieme, lontano dall’orrore della guerra e dalla brutalità attraverso cui trasforma gli uomini, le loro coscienze e i loro sentimenti, anche i più fraterni e solidali. Ma nel colloquio Radames parla troppo e rivela suo malgrado importanti dettagli dell’attacco; una leggerezza fatale. Un orecchio interessato e geloso, atto a spiare il dialogo, lo condannerà senz’appello, confondendo anch’esso le ragion di stato con l’amore. Ma Radames non sarà solo nell’affrontare le ultime fasi di un’esistenza che ha trovato in Aida il suo coronamento. La sua amata gli sarà accanto fino alla fine, celebrando, con il proprio sacrificio, una passione sconfinata, troppo grande per restare chiusa negli angusti interstizi degli intrighi di palazzo e della diplomazia bellica.

La forza possiamo dire “etica”, oltre che grammaticale, dell’intreccio narrativo, l’insuperabile elegia musicale del Verdi nel definire perfettamente le intime passioni dei personaggi, le loro gestualità regali, la loro dialettica sottile e quasi impercettibile, l’attenzione artigianale (tipica della nostra tradizionale melodrammatica) attraverso cui le luci e le scenografie danno risalto all’ipnotica scansione ritmica della messa in scena, fanno di questa Aida il miglior biglietto da visita di un’audace stagione di riproposizione del repertorio verdiano, che mai come in questo periodo storico, conosce una seconda giovinezza: non tanto per la “strombazzata” retorica dell’Unità d’Italia, ma per la sua ineguagliabile capacità di far parlare in musica le passioni veraci, autentiche, «terrestri» come direbbe Gramsci, dell’uomo, al di là della sua contemporaneità o del suo passare, come elemento sì storico ma allo stesso tempo metafisico, ideale, spirituale, oltre il tempo e lo spazio, ignaro dei canoni e della freddezza stilistica dell’accademia, sintesi organica di passato e presente, tradizione e futuro, storia ed utopia. Ed è precisamente questa l’essenza ipnotica che emerge da questa Aida, il proiettarsi immediato, empatico, dello spettatore in tutta la narrazione, nella musicalità travolgente e nell’azione familiare dei personaggi, che per magia ridiventano uomini vivi, in carne ed ossa, attività creativa, non maschere né icone di una leggenda morta secoli fa. L’amore smisurato e irrazionale – come ogni vero amore del resto – di Aida per Radames, la pietà filiale, la gelosia accecante che fa compiere le peggiori azioni, la crudeltà della ragion di stato, in mezzo ad una guerra sanguinosa e fratricida, la patetica esaltazione bellica, l’odio cieco per il diverso considerato “inferiore”, mai come oggi segnano e tradiscono l’angoscia dei nostri tempi, che a dire il vero, non sono così lontani da quelli di Verdi.

Lo spettacolo è andato in scena:
Cinema-teatro Don Bosco
via Publio Valerio, 63 – Roma
mercoledì 4 maggio, ore 17.00 (replica sabato 7 maggio, ore 21.00)

Aida
di Giuseppe Verdi
libretto di Antonio Ghislanzoni, basato su soggetto originale di Auguste Mariette
regia Ariele Vincenti
orchestra Eptafon
direttore d’orchestra e M.o Concertatore Francesco Masi
coro Mirabiles Cantores
direttori del coro M.o Boido, M.o Kim
scenografia A. Recchia
con Fausta Ciceroni (Aida), Matteo Sartini (Radamès), Rita Sorbello (Amneris), Andrea Carnevale (Amonasro), Alessio Magnaguagno (Ramfis), Silvio Riccardi (il Faraone), Barbara Azzarà (Sacerdotessa), Andrea Fermi (Messaggero)

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