Fascino metateatrale

lemurate_logo[1]A Firenze, nel Semiottagono delle Murate, va in scena Alcesti, con una Compagnia formatasi appositamente per questo spettacolo – che replicherà per un mese. A volerla Massimiliano Civica, regista pluripremiato, che porta in scena la più antica tragedia euripidea giunta fino a noi.

Una scelta controcorrente, quella di proporre una tragedia greca – anche se a ben guardare si dovrebbe definire Alcesti una tragicommedia, dato il lieto fine. Scelta, questa, che Massimiliano Civica spiega affermando di voler far riflettere il pubblico sulla frenesia di novità che ormai investe anche il teatro, in una psicosi collettiva che esige il nuovo, il contemporaneo, il sempre connesso.

Per la legge del contrappasso sembrerebbe quindi d’obbligo, al contrario, rivolgersi alla Grecia – quale culla del teatro occidentale. Occorrerebbe tornare alle origini, a una tra le opere teatrali più antiche e ad alto contenuto morale, composta da Euripide – autore che esplora con attenzione le emozioni umane e che ama le sfaccettature e l’evolversi delle psicologie dei suoi personaggi ben più della riproposizione pedissequa del mito in funzione catartica.

Questa la scommessa. A mettere in scena Alcesti – simbolo di amore puro e disinteressato – un cast tutto al femminile e pluripremiato al pari del regista, formato da tre attrici versatili e in parte. Attraverso l’uso delle maschere, come nell’antica Grecia, le performer interpretano i personaggi principali ma anche brevi parti di secondo piano, indispensabili alla trama e alla struttura chiusa della tragedia stessa.

Daria Deflorian è Admeto, il re di Fere in Tessaglia – destinato, come ogni essere umano, alla morte se non si troverà qualcuno disposto a prendere il suo posto – ma anche una spassosa serva che si esprime in dialetto veneto. Monica Piseddu interpreta sia Alcesti – la coraggiosa regina che decide di sacrificarsi per risparmiare l’amato sposo – sia Eracle, l’eroe che riuscirà a salvarla dall’Ade, riportandola in vita. Chiude il trio artistico Monica Demuru, che ricopre il ruolo del coro tragico e, attraverso intermezzi, commenta o illustra lo svolgersi della trama, emozionando il pubblico con i suoi lamenti di dolore per la morte dell’adorata regina, modulati dalla voce e interpretati da una gestualità seduttiva.

Come ai tempi delle mitiche Baccanti di Luca Ronconi, interpretate da Marisa Fabbri nell’ex Istituto Magnolfi, anche questa rappresentazione è pensata per pochi intimi: circa 25 persone, disposte a semicerchio e vicinissime al palco “improvvisato”, radunate in un luogo poco noto anche ai fiorentini, il Semiottagono dell’ex carcere delle Murate.

Non un teatro elitario, bensì un teatro compartecipato, dove i silenzi – spesso di due o tre minuti, per i cambi di costume a scena aperta – fanno riflettere gli spettatori sulla rappresentazione in sé – quale forma d’arte – e sulla struttura anti-teatrale che la ospita.

Non è un caso quindi se, alzando la testa, il pubblico si accorge dei tre piani terrazzati di celle, dotate di porte originali, che rimandano a un’altra tragedia, quella personale che ogni detenuto ha vissuto quotidianamente alle Murate fino al 1985, anno dello smantellamento della struttura penitenziaria. Un luogo che si ammanta di un’aurea teatrale, dove si canta una storia d’amore, quasi a cancellare la sofferenza di un passato ancora ben presente.

Lo spettacolo continua:
Semiottagono dell’ex carcere delle Murate

Firenze
fino a domenica 26 ottobre

Alcesti di Euripide
traduzione e adattamento Massimiliano Civica
con Daria Deflorian, Monica Demuru, Monica Piseddu e con Silvia Franco
costumi Daniela Salernitano
maschere Andrea Cavarra
luci Gianni Staropoli
una produzione Fondazione Pontedera Teatro e Atto Due
in collaborazione con il Comune di Firenze, Parco Tecnologico Le Murate e Rialto Sant’Ambrogio di Roma
(durata un’ora e 25 minuti)

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