Viaggio teatrale intorno a Moro

Con il suo anomalo teatro di narrazione storica, Daniele Timpano – in Aldo morto. Tragedia – porta in scena al Teatro i la sua personale prospettiva di indagine sul caso del politico della Dc, in quanto fenomeno che ha influenzato l’intero immaginario collettivo.

Daniele Timpano decide che il percorso dello spettatore debba partire da uno specifico volantino: una riproduzione della prima pagina de La Repubblica del 21 aprile 1978, con la foto in cui si ritrae Moro, poco prima di essere ucciso, davanti al manifesto delle Brigate Rosse. Tuttavia, né sul materiale cartaceo, né sulla scena, appare il volto dell’ex presidente della Dc, bensì quello di Daniele Timpano che nel 1978 aveva quattro anni e che si fa, quindi, testimone indiretto di tutto quello che è rimasto ai posteri, ovvero un’anestetizzante mitologia di un fatto puramente politico e non più indagato nella sua profondità sociale.

La necessità di spogliare l’evento Moro dal suo alone mediatico porta Timpano a scegliere il teatro e, in particolare, il monologo come ricerca di ciò che è veritiero senza essere per forza oggettivo (ricalcando alcuni tratti di quello che il gonzo journalism è stato negli anni Settanta). Più che la morte di Moro, celebrata e cristallizzata persino dalla fiction (e si cita il film di Ferrara con Gian Maria Volonté), il regista-attore ripercorre piuttosto ciò che è rimasto in vita: mira a una prospettiva diversa, fatta di sensazioni e umori che al caso Moro hanno fatto eco, immedesimandosi ora nel figlio di Moro, ora negli ex brigatisti Curcio e Faranda.

La scenografia è spoglia, neutrale e permette l’ingresso sulla scena solo alle icone della storia (una lettera scritta da Moro alla moglie, il modellino della Renault 4, la stella a cinque punte e un discorso alla Camera del Presidente). La scelta di interpretare più personaggi vicini a Moro permette sempre all’autore di stare lontano dal giudizio personale e dalla presa di posizione; se però, da un lato, sembra voler allargare il cerchio delle riflessioni aprendo a una prospettiva più ampia, porta anche con sé una certa dispersione drammaturgica.

La struttura dello spettacolo, così come la recitazione – che a tratti ricorda quella di Ascanio Celestini – risultano concitate e ricche di contrasti: dati precisi e reportage dei fatti si mischiano a sensazioni emotive e ipotesi sentimentali. L’amara ironia, i movimenti dinoccolati e stravaganti, la dialettica nervosa e intrisa di rimandi a icone degli anni di piombo confluiscono in una sorta di dadaismo teatrale, in cui non mancano i nessi surrealistici. Una chiave di lettura, questa, che forse spiega il caos tra i riferimenti scenici e testuali, che si fa fatica a ricondurre a una logica definita.

D’altronde, la contraddizione e la molteplicità di posizioni è centrale su tutti i livelli. Contraddittorio è l’ex-brigatista Curcio che si nasconde dietro la maschera del “grande” Mazinga, giustificandosi al meglio per come, da guerrigliero anti-capitalista, si sia – alla fine – ritrovato a percepire i diritti d’autore delle case editrici borghesi. Contraddittorio è il sentimento di pietà per un uomo come Moro contrapposto a quella rabbia feroce nei confronti di colui che ha detenuto il potere all’interno di un sistema succube e corrotto, facendo uso di una sterile retorica per mantenere lo status quo il più possibile. Contraddittorio, infine, appare il bisogno di indagine che muove l’intento dello spettacolo, ma che termina invece con la sensazione di non poter giungere a un’oggettività univoca.

Il merito di Timpano e del suo Aldo morto va dunque ricercato nella volontà di opporsi alla forza anestetizzante della storia, sterilizzata dalla fiction e dai media. Mentre alcune domande restano sospese: se l’evento Moro-morto non può essere conosciuto nella sua oggettività e, d’altra parte, non può essere ridotto a fiction, allora che cos’è? La sensazione di non poter cogliere più profondamente la questione è una voluta scelta registica oppure c’è qualcosa, nella performance, che non è stato portato avanti fino in fondo?

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro i

via Gaudenzio Ferrari, 11 – Milano
fino a sabato 21 gennaio
orari: da lunedì a sabato, ore 21.00 – martedì riposo – domenica, ore 17.00

Aldo morto. Tragedia
drammaturgia, regia, interpretazione Daniele Timpano
oggetti di scena Francesco Givone
disegno luci Dario Aggioli
collaborazione alla regia Elvira Frosini, Alessandra Di Lernia
produzione amnesiA vivacE con il sostegno di Area06 in collaborazione con Cité Internationale des Arts, Comune di Parigi

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