Ritratti d’autore

La casa romana del teatro indipendente apre le porte a una nuova stagione teatrale. Si alza il sipario per il Teatro Studio Uno e Alessandro Di Somma, cogestore del teatro con Eleonora Turco e Marco Zordan, chiacchiera con noi di Persinsala sul teatro, la sua storia e la nuova programmazione.

Lo Studio Uno è tra i più affermati teatri off e indipendenti della Capitale per presenza di pubblico, critica e qualità delle compagnie. All’alba di una nuova stagione, quali sono stati i punti di forza che hanno permesso di diventare quello che oggi è?
Alessandro Di Somma:
«Per diventare ciò che siamo adesso, qualunque cosa sia, le nostre parole d’ordine sono state, lavoro, sacrificio e iniziativa. Abbiamo sempre lavorato a testa bassa ma con lo sguardo alto, immaginando di prestare la nostra opera ad artisti che come noi hanno per il teatro un amore fatto di sudore e artigianalità. Siamo sempre stati lontani dalle logiche del intellettual-radical-teatral-chic- snobbismo che permea gli ambienti del teatro indipendente e che purtroppo ammanta il nostro circuito di un’elitarietà ridicola e controproducente. Stiamo cercando di circondarci di Compagnie consapevoli che il nostro lavoro, debba essere svolto con la stessa umiltà e rispetto di ogni attività artigianale, sporcandosi le mani e ponendosi di fronte alla propria opera con criticità e ricordandosi di avere come metro di giudizio e come specchio una specie in via d’estinzione ma che dovremmo salvaguardare, il pubblico».

La qualità di una proposta artistica di un teatro e la sua riuscita dipendono in gran parte dalla dedizione di chi lavora in quel teatro: da quanto tempo gestite il teatro e come vi è venuta in mente l’idea di farlo?
A.D.S.:
«Ormai sono cinque anni che gestiamo (con Eleonora Turco e Marzo Zordan, ndr) ufficialmente il Teatro Studio Uno, una concatenazione di eventi ci ha portati a trovarci al posto giusto nel momento giusto, ognuno di noi è legato a questo luogo perché protagonista di alcuni momenti fondamentali della propria vita affettiva e professionale. Consideriamo il nostro Teatro come un luogo un po’ magico, che negli anni abbiamo trasformato e che sentiamo assomigliarci sempre più. Il giorno in cui ci siamo guardati negli occhi e abbiamo detto, proviamoci, forse è stato il giorno in cui siamo passati, purtroppo, all’età adulta».

Quali sono state le prime scelte che avete dovuto affrontare, magari quelle più difficili da prendere, per dare una vostra riconoscibile impronta al Teatro Studio Uno?
A.D.S.:
«Appena ci siamo seduti intorno al tavolo della prima riunione, la prima cosa che ci siamo detti è stata: quali sono le cose che più odiamo dei Teatri romani e che più limitano la qualità delle proposte? Ci siamo risposti, l’affitto della sala, il costo della tessera associativa, la mancanza di direzione artistica. Siamo partiti da questi punti, abbiamo immaginato un teatro in cui le compagnie, anche sconosciute, venissero scelte per la qualità artistica della proposta e che sentissero che il Teatro stesse investendo con loro, rischiando alla stessa maniera, cercando di togliere dalle spalle degli artisti la preoccupazione economica che spesso, limita in partenza qualsiasi velleità artistica, un teatro accogliente e coinvolto in prima persona nella messa in scena, un teatro/casa non un albergo da affittare a ore di cui lamentarsi se le lenzuola non sono abbastanza pulite».

Quali sono i problemi, ma anche le gratificazioni, tipiche per chi deve occuparsi di gestire uno spazio come il vostro, di certo non finalizzato al business, quanto all’attività culturale e sociale radicata in contesto non tra i più semplici della periferia est di Roma, il quartiere di Torpignattara?
A.D.S.:
«Il problema economico è sicuramente il più pressante, essendo una realtà privata, totalmente autofinanziata e spesso sostenuta dal volontariato dei soci. Le gratificazioni sono state molte, la più grande sicuramente è l’aver conosciuto delle persone straordinarie che riconoscono il Teatro Studio Uno come qualcosa che fa ormai parte della loro vita, pubblico e artisti che credono nel nostro lavoro e lo sostengono, poi sicuramente il sentire come ogni giorno stiamo crescendo umanamente e professionalmente sentendo intorno a noi la fiducia e il rispetto di quelli che ci hanno conosciuto e che hanno collaborato con noi».

La grotta dello Studio Uno, come ci è capitato di definirla in uno spettacolo che, a nostro parere, ha rappresentato concretamente e idealmente il senso del vostro lavoro (Tetro di Antonio Sinisi), si caratterizza per proposte creative figlie di un pensiero consapevole, dunque mai banali. Cosa ci riserverete quest’anno? Potete offrire ai nostri lettori una panoramica di ciò che andrà in scena?
A.D.S.:
«Se sarete coraggiosi speleologi potrete assistere a più di sessanta spettacoli tra residenze, progetti speciali, grandi classici e nuove drammaturgie, teatro danza e teatro ragazzi, nove mesi di spettacolo dal vivo senza esclusione di colpi. Abbiamo investito tutto il nostro tempo e le nostre energie per questo spazio. Investite con noi, fateci credito di due ore del vostro tempo e dieci euro del vostro stipendio, siamo sicuri che tornerete a investirli».

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