Ritratti d’autore

Al Teatro Ciak di Roma, da giovedì 31 gennaio a domenica 17 febbraio, Alessandro Parise è il protagonista di Sherlock Holmes – uno studio in rosso, tratto dal celebre romanzo di Sir Arthur Conan Doyle con la regia di Anna Masullo. Abbiamo rivolto all’attore alcune domande alle quali ha risposto con molto trasporto.

Domenica 27 gennaio a Milano, si è concluso il musical di successo Mary Poppins, dove lei – fino a fine ottobre – hai vestito i panni di uno straordinario Mr Banks, e giovedì 31 gennaio debutterà in quelli di Sherlock Holmes, nell’omonimo spettacolo in scena al Ciak di Roma; come si prepara un attore di teatro a questo cambiamento di ruolo e soprattutto cosa le ha lasciato Mr Banks?
Alessandro Parise: «Ho dovuto lasciare lo spettacolo di Mary a fine ottobre per ragioni personali e quindi ho accettato di fare questa esperienza al Nuovo Teatro Ciak nei panni di Sherlock per la seconda volta. È stato difficilissimo separarsi da una famiglia meravigliosa come quella dei ragazzi di Mary Poppins. Un’esperienza unica e forse irripetibile per una serie di incastri perfetti che hanno reso quel progetto molto speciale. Allo stesso tempo un attore è, o dovrebbe essere, sempre in fermento, alla continua ricerca di nuovi stimoli, nuove percezioni e soprattutto nuove difficoltà da superare per mettersi in gioco e per riuscire a vestire i panni di nuovi personaggi che possano garantirgli una grande versatilità.
Personaggi come Mr. Banks e Sherlock Holmes ti permettono di farlo perché sono stati partoriti da menti geniali e quindi hanno uno sviluppo emotivo che ti permette di vestirli più facilmente. La grande difficoltà nel lavoro di entrambi i personaggi è dettata dai virtuosismi e dal ritmo interno dei personaggi stessi. Per cui bisogna padroneggiare la tecnica per lavorare contemporaneamente sulla fisicità e sulla parola. Sherlock Holmes, in questo senso, richiede uno sforzo ancora più grande perché si serve di un linguaggio molto forbito».

Per calarsi nel ruolo del detective più famoso della storia del crimine si è ispirato a una delle tante interpretazioni passate tra cinema e televisione o comunque ha cercato di attingere dalle pagine dei romanzi di Sir Arthur Conan Doyle?
A. P.: «Per studiare io mi servo sempre di soggetti già realizzati da altri grandi prima di me, ma poi la rielaborazione è inevitabile: noi siamo unici e irripetibili.
Il lavoro di adattamento e la regia hanno fatto il resto.
Vestire i panni di Sherlock mi è venuto più naturale, avendo già interpretato il suo ruolo ne Il mastino dei Baskerville. La differenza rispetto al primo lavoro è legata al fatto che Sherlock qui è al suo primo caso importante e Anna Masullo, la regista dello spettacolo, ha voluto mettere in evidenza il suo continuo stato di eccitazione per un caso che stimola la sua “mente superiore” che viaggia a dei ritmi irraggiungibili per Lestrade e Gregson della polizia, cui sono affidate le indagini. Quando ho interpretato il primo Sherlock avevo negli occhi la magnifica interpretazione di Robert Downey Jr. nel film di Guy Ritchie, che mi ha fatto innamorare del personaggio perché lo ha fatto uscire dai panni classici fino a quel momento interpretati. Adoro il teatro di movimento, non amo il teatro borghese seduto e credo che per catturare l’attenzione del pubblico sia indispensabile costruire le scene di uno spettacolo in modo dinamico.
Uno dei miei maestri mi ha fatto incidere nella testa la parola Teatro in greco Théatron, luogo dal quale si guarda e non dal quale si ascolta. Per questo è molto importante associare all’uso sicuramente importante della parola una costruzione di movimenti che possa rendere fruibile uno spettacolo dal pubblico.
In questo Sherlock ho messo l’accento sul suo essere un “sociopatico” e quindi poco empatico con gli altri esseri umani. Trova la sua ragion d’essere solo nei casi che stimolano la sua mente geniale. Vive in funzione di quello che lui chiama il suo lavoro: consulente nelle indagini. L’unica persona che riesce a strappargli una parvenza di sentimenti è il suo amico fedele Watson.
Il personaggio interpretato da Cumberbatch è stato sicuramente una guida ma rispetto al suo lavoro ho cercato di aggiungere una punta di umanità in più. L’aspetto della sua interpretazione che ho amato conservare è stata la sua supponenza e il fatto che gli altri hanno tutti cervelli limitati e che non riescono a vedere cose apparentemente evidenti».

Il vento sta cambiando, dunque, citando nuovamente e non a caso Mary Poppins, soprattutto perché passa da una città come Milano, che l’ha ospitata per due stagioni, a Roma, la sua città d’adozione, essendo nativo di Bari. Cosa rappresentano per lei queste città e in cosa si differenzia soprattutto il pubblico, qualora delle differenze ci siano?
A. P.: «Roma è il mio cuore, la mia famiglia e ormai il punto d’interesse principale per le mie attività professionali. La mia vita si divide tra teatro e doppiaggio che è sempre stato la mia grande passione. Milano, città che ha cambiato faccia negli ultimi anni diventando vivibilissima, è una grande passione. Milano mi ha permesso di vivere emozioni uniche grazie a due esperienze pazzesche e irripetibili come quelle dei musical di Footloose e Mary Poppins, tornando a sognare con gli occhi di un bambino sul palco.
L’utilizzo della musica dal vivo crea un rapporto totalmente diverso rispetto all’interpretazione del teatro di prosa, ti permette di farti trascinare dalle emozioni in maniera sempre diversa di replica in replica.
Quanto al pubblico non posso fare paragoni perché l’approccio del pubblico del teatro di prosa è totalmente diverso rispetto a quello del musical. A Milano ho avuto anche la fortuna di recitare al Piccolo di Milano con Placido nel Re Lear, ma la tenitura era settimanale. Senza dubbio i milanesi sono più curiosi e spendono di più per il teatro rispetto ai romani. I romani sono più selettivi e si muovono solo se pensavo che ne valga veramente la pena. Credo che sia anche un problema di distanze e di organizzazione della città che impigrisce le persone. Infatti certi musical a Roma non arrivano perché non hanno gli stessi riscontri di Milano».

Prima di interpretare questo personaggio ne era mai stato incuriosito? E come investigatore come si vedrebbe qualora non avesse scelto la professione dell’attore?
A. P.: «In generale posso dire di aver subito sempre il fascino dei gialli. Da bambino divoravo i gialli di Aghata Christie e grazie a mio padre mi sono appassionato a quelli di S. S. Van Dine. Avevo un libro stupendo illustrato con la ricostruzione della dinamica dei delitti. Lo adoravo! Sherlock è stato il passaggio successivo.
Ho una mente analitico-scientifica quindi sono un ragionatore e mi piace, come dice Sherlock, avere “una certa tendenza tanto per l’osservazione quanto per la deduzione”. Quanto alle investigazioni della vita reale qui in Italia penso che come Sherlock sarei sempre in crisi. Gli omicidi non sono proprio all’ordine del giorno e se ci sono sono elementari».

A proposito di questa parola, cosa è Elementare! per lei?
A. P.: «Difficile rispondere a questa domanda. Elementare è una parola che fa parte dell’immaginario collettivo che ci collega sempre a Sherlock. ma è un po’ come il teschio di Yorick che viene associato erroneamente in Amleto al monologo di “Essere o non essere”. Pensate che nello studio in rosso viene citato solo due volte e non è affatto la frase ricorrente di Sherlock.
Elementare per lui è tutto quello che è evidente agli occhi, scontato, prevedibile e che lo mette su un piano diverso rispetto ai comuni mortali.
Quello che per me è elementare è che la cultura in questo paese è parte integrante della crescita economica e ci permette di elevarci ad un livello diverso e che limiterebbe l’annichilimento dello spirito umano che fa parte della società attuale, fagocitata dai social network e impoverita nei valori. Elementare è che lo debbano capire le persone che ci governano e che a volte se lo dimenticano».

La pipa e il cappello sono due oggetti molto cari a Holmes, lei hai degli oggetti a cui tiene molto, che in un certo modo la rappresentano?
A. P.: «Uno su tutti: la sciabola. Sono un istruttore di scherma e uno sciabolatore che pratica la scherma sportiva a livello nazionale. Sono drogato di scherma. Trovo che sia uno sport unico nel suo genere. Ho conosciuto la scherma e in particolare la sciabola grazie a uno stunt di Hollywood, Virgilio Ponti, ormai in pensione, che mi ha fatto scoprire un mondo di passioni. La scherma scenica ha fatto parte di tanti spettacoli e anche qualche fiction, ma è stato grazie al mio attuale maestro Dario Spampinato, maestro d’armi di un Amleto (al link la recensione, ndr) da me interpretato in cui Gigi Proietti prestava la sua meravigliosa voce per il fantasma del padre, che ho sposato la scherma olimpica e mi ha portato a studiare da istruttore e a diplomarmi.
In questo Sherlock, infatti, il pubblico avrà il piacere di vedere un duello di sciabola montato da me, che caratterizzerà il mio “strano” incontro col professor Moriarty».

Lo spettacolo continua:
Teatro Ciak

via Cassia, 692 – Roma
da giovedì 31 gennaio a domenica 17 febbraio
orari: giovedì, venerdì e sabato ore 21.00, domenica ore 17.00, giovedì 14 febbraio ore 17.00

Sherlock Holmes – uno studio in rosso
di Sir Arthur Conan Doyle
regia Anna Masullo
con Alessandro Parise, Camillo Marcello Ciorciaro, Lorenzo Venturini, Mariachiara Di Mitri, Giovanni Carta, Massimo Cimaglia, Fabrizio Bordignon
scene e costumi Susanna Proietti
musiche Alessandro Molinari
luci e fonica Marco Catalucci

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