Ritratti d’Autore

Un autunno caldo per la danzatrice e coreografa toscana Aline Nari, impegnata in questo periodo in una serie di appuntamenti che la porteranno in varie zone d’Italia con tre dei suoi progetti dedicati ai ragazzi. La danzatrice, attrice, studiosa e docente universitaria (presso l’Università di Pisa dove ha insegnato storia della danza) ci racconta, in questa intervista, de Il colore rosa, Luce e Ma che danza è questa, ovvero gli spettacoli che compongono la Trilogia danzata per nuove generazioni.

Attraverso una scrittura scenica multidisciplinare, nella quale è tuttavia prevalente il linguaggio della danza e del corpo, i tre lavori affrontano in modo ironico ed evocativo temi importanti per la crescita dei bambini e attuali in ambito pedagogico: la questione del rispetto dell’identità in formazione (Il colore rosa), il riconoscimento del bambino-filosofo portatore di domande essenziali (Luce) e la possibilità di educare in modo partecipativo alle arti (Ma che danza è questa?). In queste proposte, nate anche grazie a laboratori con alunni e insegnanti, Nari mette la propria esperienza in campo artistico, formativo e accademico a servizio delle famiglie e del mondo della scuola per rivendicare il ruolo essenziale che la danza ha nello sviluppo personale e sociale. Prima di iniziare con le domande, una breve premessa: ho avuto modo di collaborare con Aline, in veste di esperta in Filosofia con i bambini, proprio per un laboratorio legato a Luce. Sebbene non sia il primo spettacolo in termini di ideazione, iniziamo proprio da questa esperienza condivisa.

Come è nasce questo spettacolo?
Aline Nari: «Luce parte dalle domande di mia figlia, da quelle domande esistenziali dei bambini per le quali ci sentiamo sempre impreparati. Negli anni ho trascritto quelle domande e mi sono resa conto che erano fondanti, domande che riguardavano l’essere, la morale, il linguaggio. Erano cioè le stesse domande cui da sempre i filosofi hanno cercato di dare una risposta. Nella fase iniziale di ricerca ho incontrato il lavoro del filosofo Luca Mori, che è uno dei principali esperti italiani di Filosofia con i bambini. Questo incontro mi ha dato la sicurezza di muovermi all’interno di un nuovo ambito».

Filosofia, danza, domande. Come si porta in scena tutto questo?
A. N.: «L’idea centrale dello spettacolo – l’intuizione se vogliamo – è che la “luce” sia la domanda e non la risposta, come la nostra tradizione (non solo illuminista) ci insegna. La luce cambia la percezione (o l’esistenza stessa, secondo alcuni) delle cose: le domande sono luci, piccole o grandi, che ci permettono di illuminare in modo diverso noi stessi e il mondo che ci circonda. Dare valore alla domanda non vuol dire negare il bisogno di certezze dei bambini, ma solo allenarci a illuminare queste certezze in modo diverso in base alla necessità e alla capacità di comprensione del momento, senza paura del dubbio o di ciò che non si conosce. Mi piace l’idea, consapevolmente ambiziosa, di contribuire a dare valore a un pensiero indipendente e non conformista, alla capacità di ascoltare le domande (in questo caso dei bambini) cercando davvero di cogliere la possibilità di rinnovamento che è insita in ognuna di esse. Ormai l’intrattenimento è davvero ovunque, non serve neppure uscire di casa. Al cinema esistono anche cose molto ben fatte rivolte al pubblico che include i bambini, ma io credo nel teatro, nella dimensione “dal vivo”. A teatro ci sono anche ottime proposte per i ragazzi ma che utilizzano temi e linguaggi più rassicuranti. Viviamo in un periodo che, a priori, rifiuta la complessità. Ho fatto delle scelte diverse e vorrei prima di tutto contribuire a creare un “alimento culturale e intellettuale più nutriente”».

Passiamo al Colore Rosa, un delicato e intenso spettacolo dedicato a una riflessione sugli stereotipi di genere
A. N. «Lavorando nella scuola, Davide (Frangioni, suo compagno nella vita e nel lavoro, ndg) e io ci siamo resi conto di quanto fosse necessario affrontare il tema delle differenze – a partire dal rispetto della differenza di genere – per costruire le basi del rispetto dell’altro e di una crescita personale libera dagli stereotipi. Il corpo, il gesto, la coscienza dello spazio personale e condiviso sono strumenti molto efficaci e potenti nell’elaborare il tema della relazione con se stesso e l’altro. Partendo dagli stimoli emersi durante i laboratori, ho cercato di porgere la questione ai bambini in modo divertente e poetico. Attraverso la metafora del rosa (che, appunto, non è un colore maschile o femminile, ma un colore dell’anima) ho voluto parlare di una zona intima, piena di sfumature imprevedibili che ognuno può imparare a contattare fin da bambino, una zona in cui riconoscersi anche nel cambiamento».

Differenza di genere e stereotipi di genere sono argomenti delicati, soprattutto per gli adulti. Ci si scontra spesso con timori e una sorta di pregiudizio. Qual è il tuo intento?
A. N.: «Desidero contribuire a una discussione molto importante in ambito scolastico, sociale e politico utilizzando gli strumenti della poesia e della danza. In generale, per le mie creazioni, vorrei che lo spettacolo agisse da attivatore. Che fosse emozionante da vedere in teatro, ma che poi a casa e a scuola i bambini ne parlassero con genitori e insegnanti per avviare una discussione che vada oltre lo spettacolo stesso. Le reazioni dei bambini sono molto diverse quando vedono Il Colore rosa con la classe, o con i genitori in pomeridiana. Con la classe rispondono molto di più alle provocazioni che lo spettacolo indirizza loro. In alcune città i genitori sono sembrati un po’ tesi durante lo spettacolo, ma poi, una volta compreso che il tema era affrontato con grande delicatezza, si sono rilassati e gli applausi sono sempre stati molti».

Lasciamo Il colore Rosa, e veniamo all’ultimo spettacolo della trilogia, Ma che danza è questa. La domanda sorge spontanea, che danza è questa?
A. N.: «Ma che danza è questa? è una conferenza-spettacolo interattivo in cui racconto pillole di storia della danza partendo dalle domande dei bambini. Cerco di incuriosire i bambini (ma non solo) riguardo alla storia della danza, una storia importante che fa parte della Storia con la S maiuscola, ma che è purtroppo sempre più ignorata. Accanto a questo obiettivo dichiarato, c’è un principio importante che sottende tutto il mio lavoro, ossia la convinzione che la danza sia una lingua madre, che appartiene a tutti, indipendentemente dalla fisicità di ognuno, dall’età, dall’etnia. La danza può davvero veicolare un messaggio di rispetto e condivisione delle differenze che mi sembra sempre molto attuale».

Prima di lasciarci ricapitoliamo allora i vari appuntamenti. Luce sarà in scena a Genova con due repliche all’interno del Festival Testimonianze Ricerca Azioni (nell’occasione si terrà anche un laboratorio rivolto agli insegnanti) il 12 novembre. Il colore rosa sarà invece al teatro Fabbrichino di Prato, per la stagione MET ragazzi, dal 19 al 23 novembre (con sette repliche); mentre la conferenza-spettacolo interattivo Ma che danza è questa? sarà a Biella, in Piemonte dal Vivo il 24 novembre.

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