A solo pochi eletti la luce dell’aurora

All’ombra di Pontedera, l’astro dickensiano declinato tra Oriente e Occidente. Quali orrori si nascondo alla luce?

Già nel 1956 Peter Szondi propugnava nel suo Theorie des modernen Dramas (Teoria del dramma moderno) l’impossibilità di attuare oggi la tragedia classica perché, nella società odierna, sembra impossibile affrontare l’assoluto.

Eppure, Michele Santeramo (come dramaturg) e Roberto Bacci (in veste di regista) tentano questa sfida apparentemente impossibile, proponendo il ritratto di una Medea contemporanea che divora i figli del suo Giasone (in questo caso, uno solo) e che rimanda, nel finale, alla figura edipica quando vaga cieca perché incapace di sopportare l’orrore, dato che nel buio è più facile nasconderlo. A interpretare questo difficile personaggio, una straordinaria Silvia Pasello, supportata in un ruolo volutamente antinaturalistico da un altrettanto bravo Sebastian Barbalan.

Intrappolati in una camera nera (che, se estremizzata, nel finale potrebbe giungere ai virtuosismi scenografici del teatro nero di Praga), quattro giocatori, hic et nunc, dovranno sfidarsi per diventare finalmente dis-umani. Un gioco al massacro, ovviamente, nel quale il croupier (Barbalan) è insieme moderatore e aizzatore, direttore di un circo da operetta, di un carrozzone di esistenze alla deriva.

Marchingegno complesso che suscita ansie in un crescendo di disvelamenti e lancinanti verità, Alla luce possiede grandi qualità e carte valide da giocare. Quello che però non convince è la differenza di registro interpretativo tra la tragicità brechtiana (dove lo straniamento epico rende l’orrore contemporaneo quanto la maschera greca rendeva il mito) di Pasello/Barbalan e la recitazione naturalistica di Cipriani/Puleo, che trasformano il dramma assoluto in una farsa tragicomica. In parole semplici, sarebbe come se Volonté avesse interpretato il dirigente di polizia di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto con il registro dello statista democristiano de Il caso Moro (o viceversa). A metà strada – troppo sopra le righe nella prima parte, credibile e spontaneo nella seconda – Tazio Torrini nel ruolo di Mario.

A seguire, nella stessa serata, Roberto Bacci – questa volta nelle vesti di direttore artistico – propone (e tanto di cappello a farlo) un secondo spettacolo, accomunato al primo dai temi portanti (luce/infanticidio).

Dots and Lines, and the Cube Formed. The Many Different Worlds Inside. And Light – dei giapponesi Mum&Gypsy – è un esempio di nuovo teatro del Paese del Sol Levante, che si distanzia dalla tradizione pur riproponendone alcuni stilemi.

Utilizzando un fatto realmente accaduto (anche qui, l’uccisione di un bambino), Takahiro Fujita (dramaturg e regista) attinge ad alcuni elementi propri del teatro Kabuki, quali l’enfasi sul movimento o la proposizione di scene drammatiche poco connesse le une con le altre, innestandole su un’interpretazione che si avvale di una caratteristica propria del Bunraku (il teatro delle marionette giapponese), ossia la recitazione, oltre che delle battute, dei pensieri e delle didascalie.

Takahiro Fujita attinge però anche ad altre componenti dell’immaginario collettivo, di matrice decisamente occidentale, come il montaggio sonoro Altman style che dà libertà ai personaggi di interloquire liberamente e contemporaneamente ricreando quel chiacchiericcio tipico dei giovani quasi frastornante (per intenderci, da Wasabi – film, non pasta verde); una ripetizione delle battute che, sebbene propria del suo stile, è tipica del teatro occidentale contemporaneo almeno da Beckett in poi; una serie di elissi temporali che ritroviamo anche a livello cinematografico – con esempi quali Pulp Fiction, solo per citare uno dei film più pop degli ultimi anni; la moltiplicazione dei punti di vista per raccontare e reinterpretare la medesima situazione – in tv, la serie Boomtown, tanto bella quanto sfortunata e, al cinema, The Killing (Rapina a mano armata) di Kubrick o il più recente Slevin di Paul McGuigan. Costumi e iconografia, infine, tipici degli Anime e lunghi capelli neri in stile Ju-On ma senza effetti horror.

Il risultato è un teatro decisamente pop, contemporaneo e intrigante, di respiro internazionale, con note agrodolci e un’insistenza feroce nel proporre le domande fondamentali (da dove veniamo, chi/cosa siamo, dove andiamo), oltre a quelle proprie di una generazione cresciuta tra l’attacco alle Torri Gemelle e il terremoto con conseguente tsunami del 2011 (senza nominare, però, il disastro nucleare di Fukushima, sul quale sembra che i giapponesi abbiano calato una cortina di ferro persino più invalicabile di quella originale).

Gli spettacoli continuano:
Teatro Era

Parco Jerzy Grotowski, Pontedera (Pisa)
da giovedì 23 ottobre a domenica 9 novembre, orari diversi

Compagnia Laboratorio di Pontedera presenta:
Alla luce
produzione Fondazione Pontedera Teatro 2014
drammaturgia Michele Santeramo
regia e spazio scenico Roberto Bacci
con Sebastian Barbalan (il croupier), Michele Cipriani (Filippo), Silvia Pasello (Maria), Francesco Puleo (Antonio) e Tazio Torrini (Mario)
costumi “La Scaletta Creazioni” di Maria Giovanna Nardi
direzione tecnica Sergio Zagaglia
allestimento e luci Stefano Franzoni
immagine e grafica Cristina Gardumi
organizzazione e produzione Angela Colucci, Eleonora Fiori, Manuela Pennini

in concomitanza con Alla luce
venerdì 24, ore 22.30, e sabato 25 ottobre, ore 18.30
Mum&Gypsy (Giappone) presentano:
Dots and Lines, and the Cube Formed. The Many Different Worlds Inside. And Light
testo e regia di Takahiro Fujita
con Aya Ogiwara, Shintaro Onoshima, Ayumi Narita, Satoshi Hasatani, Jitsuko Mesuda e Satoko Yoshida

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