Metti una madre mantide con (spietata) voglia di tenerezza

teatro-palladium-romaVa in scena al Teatro Palladium Alla meta, opera di Thomas Bernhard ancora attualissima. E tra echi di Strindberg e Cechov, una portentosa Micaela Esdra restituisce ininterrotta parola all’indicibile.

C’è una ragione per star seduti quasi tre ore a teatro in una sera d’inverno? Per lasciarsi scudisciare dalla logorrea infinita di una madre dominante fino all’inverecondia, perdutamente incline al circolo vizioso, al bilancio esistenziale letale, allo sproposito urlato con sfacciata belligeranza? Sì, c’è una ragione. Più d’una, a ben guardare. Perché ci si emoziona, in primo luogo, e parecchio. Soprattutto se quella madre è interpretata da un’attrice aggressivamente talentuosa, raffinatissima e intransigente come Micaela Esdra. Ma la parola “interpretare” non rende bene l’idea. La Esdra si cala con visceralità rara, con forza scenica oscuramente ancestrale, nel ruolo di questa madre implacabile e monologante: diventa la mantide onnivora che qui divora, più che il marito, i propri figli deformi ,e attraverso tutti i toni della voce, tutte le maschere e i volti nudi, confessa e sconfessa se stessa con energia sconsolata, d’innegabile, annichilente grazia. La frase più oscena e inconfessabile si carica d’un cinismo talmente puro da farsi metafisica: davanti alla figlia, la madre degenere non tace nulla, neppure il desiderio nichilista di decimare i suoi presunti cari! Eppure il pubblico riesce a sorridere di tale enormità, ne avverte l’immorale verità a tal punto da non potersene affatto indignare, come del resto voleva il sovvertitore Bernhard. È ben decadente questa famiglia senza uomini: la figlia impacciata (Ilaria Genatiempo), afasica e succube, è divenuta oggetto («Tu sei mia! Ti hanno strappata da me!» si sente urlare addosso la ragazza), la madre è trascesa a monade assillante, sprofondata nella sua poltrona-utero, poltrona-guscio, protettiva e scalcinata.

In sovrappiù sono davvero impietosi questi scenari nordici, liminari, precari, dove la parola taglia più dei colori, delle luci crudeli: la casa che scricchiola e sembra cadere a pezzi, mentre le due donne, soprattutto la figlia indaffarata tra i bagagli, si preparano ad andare altrove; e poi tale altrove, la meta estiva, Katwijk, località balneare olandese che si rapprende sotto i nostri occhi durante il secondo atto, allorché le luci collassano ancor più malmostose, e la comparsa dello scrittore teatrale (Diego Florio) incrina la diade madre-figlia in un triangolo animato da nuove tensioni. La densità del testo di Bernhard non era facile da portare in scena, comprime lo spleen della crepuscolare aristocrazia di Cechov nelle malate ossessioni borghesi di Strindberg, conducendoci all’attraversamento d’un perturbante interno di famiglia spudoratamente post-freudiano. La maniacalità debordante di questa madre insaziabile emerge dal suo circolare ripetere sintagmi e parole-chiave, «acciaieria», «casa al mare», «scrittore teatrale», con enfasi posta sull’aggettivo, o il perpetuo monito maritale: «Tutto è bene quel che finisce bene», anche se in realtà alla meta si arriva arrancando nella sofferenza, esibita come nel suo caso, o più sorda e allusiva come nel caso dello scrittore teatrale invitato in villeggiatura e coinvolto, appunto, dalle due donne in un ambiguo gioco pseudo-catartico. Non è un caso che la figlia attenda proprio dallo scrittore la lettura de La brocca rotta di Kleist, emblematica rappresentazione, fin dal titolo, del fallimento irrecuperabile. Eppure questa madre è piena di vita: ha superato un matrimonio d’interesse cui è giunta per disperazione, ha seppellito un marito odiato fin dall’inizio, un figlio mai accettato nato già vecchio, ha metabolizzato contro voglia la perdita delle ricchezze, persino accettato una figlia che non la rispecchia in nulla, infine, e lei sadicamente consuma, umilia, spoglia d’identità. Una figlia che crede che il nuovo possa esistere, nascere ancora, mentre questa madre schizofrenica, convinta d’essere «tanti personaggi», nel nuovo non crede, auspicando tuttavia una deflagrante rivoluzione, un’esplosione finale, quasi sintonizzata sulle fantasie dello Zeno Cosini più nostrano. La sentiamo affermare sulla scena che tutto è malvagio, tutto è falso, che siamo tutti dei dilettanti; la sentiamo avventarsi contro il trionfo della sentimentalità diffusa. Eppure è lei l’incarnazione dell’arte più autentica, non lo scrittore teatrale che si oppone al mondo confidando nella potenza del suo sguardo. Lei è andata oltre lo sguardo, si è fatta parola per esprimere o, meglio, vomitare, tutta la sua verità, la sua vita, che è di sicuro arte, perché miscuglio inestricabile di sconfitta, sospensione, approdo, blasfemia, illusione, crudeltà, tenerezza (ammetterà d’aver bisogno della figlia, ben più di quanto sia vero il contrario). Lei, che nell’eccesso protratto della sua ipertrofia vocale azzera il dialogo con l’altro, ci fa paradossalmente avvertire l’integra autenticità delle parole, ora accarezzandole con tono ruffiano, ora blandendole con seduttiva frenesia, ora disarmandole con ferocia, ora facendole rimbalzare con furia eroica contro gli spettatori basiti, ma anche incantati.

En passant va ricordato come la voce, dotata di versatilità non comune, capace di cupa sensualità quanto di matura inquietudine, incline a velarsi d’ingenuità romantica quanto di morbidi sottintesi, sia il grande punto di forza della Esdra, notissima doppiatrice di tante celebri attrici. Mentre il Bolero di Ravel incalza, infatti, la vediamo alzare la palandrana da pagliaccio di un suo avo, e pensando a Heinrich Böll, conveniamo su come le grandi famiglie precipitino nella farsa clownesca alla fine, benché questa madre irrisolta e agguerrita, che consuma cognac e sigarette immersa in una disinvolta bipolarità, abbia vissuto la vita con una consapevolezza in grado di riscattarla, arrivando a riconoscerne il tessuto grezzo, le fodere, fino agli orli, ai rovesci nascosti. È ciò a salvarla. Ciò la sottrae al dramma borghese per farne un’eroina tragica. Mutazione fatale che solo una grandissima attrice e una sensibilissima, ispirata regia (Walter Pagliaro ci offre una prova ulteriore della sua abilità nel padroneggiare testi decisamente ardui) potevano regalare al pubblico. Perdere l’occasione di assistervi non si fa a cuor leggero.

Lo spettacolo continua
Teatro Palladium

Piazza Bartolomeo Romano 8, Roma
fino al 23 dicembre
ore 20.30; dom. ore 18.00 – lunedì 21 dicembre ore 20.30

Alla Meta
testo Thomas Bernhard
regia di Walter Pagliaro
con Micaela Esdra, Ilaria Genatiempo, Diego Florio
traduzione Eugenio Bernardi
assistente alla regia Ilario Grieco
musiche a cura Ilario Grieco
scene Sebastiana Di Gesu (realizzazione Spazio Scenico – Roma)
costumi Sartoria Farani – Roma

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