Prove tecniche di umanità

Tra ospiti internazionali e dal territorio, tra impegno sociale, intrattenimento e storia dell’arte, Kilowatt chiude il suo festival ai tempi della pandemia.

L’ultimo giorno di Persinsala nello splendido comune incastonato nell’Alta Valle del Tevere ai piedi dell’Appennino toscano inizia con Almeno nevicasse.

Esito di un laboratorio ideato e condotto da Francesca Sarteanesi, Almeno nevicasse propone il protagonismo corale di un parterre di donne di eterogenea composizione anagrafica dell’Associazione del Merletto nella città di Piero. Le ascoltiamo esporre – al raccolto pubblico riunitosi al Chiostro Palazzo delle Laudi – il proprio dizionario «della parola o della frase perduta», un flusso di ricordi, esperienze e desideri che vengono restituiti frontalmente in assoli, duetti e terzetti verbali, prima che il finale accenni a un momento d’insieme più propriamente performativo, vale a dire la vestizione con maglie con sopra cucite le stesse brevi frasi fino ad allora declamate e la chiusura sull’ammonimento che una sola, tra quelle frasi, è senza senso.

Alle 21, al Giardino Misericordia è andata in scena l’anteprima di Spezzato è il cuore della bellezza. Due donne, un uomo in absentia conteso dalle due e la loro relazione diversamente instabile con il mondo. Spigolosa, pesante e anche greve nel linguaggio la prima, leggera, flessibile e soave la seconda. L’uomo non c’è se non come personaggio immaginario, il suo essere fulcro della vita delle donne è funzione di quella tipica attitudine da uomo contemporaneo che si adagia mestamente sugli eventi, come se lasciarsi trascinare da essi potesse deresponsabilizzarlo.

Intramezzata da momenti fantastico-musicali in cui, anche per dare modo a Balivo di cambiare costume e carattere, il palco è abitato da maschere mute e mimetiche à la Familie Flöz, ma la storia rimane semplice e lineare. La prima donna si separa dal proprio uomo dopo una lunga relazione, la seconda, di cui quest’ultimo si innamora, è completamente diversa da lei. Ciononostante, l’una continua a prestargli il fianco, partecipa alla cena di famiglia come se stessero insieme per non dare un dispiacere alla madre di lui e continua a chiamarlo con futili motivazioni pur di non rompere del tutto. L’altra sarà bionda, ma non è affatto stupida vista la maturità con cui saprà gestire la fine della liaison.

Detta in sintesi, è questa la vicenda degli strani e lacerati amori inscenata dall’ultima creazione della Piccola Compagnia Dammacco. Attraversandone i momenti di scontro, incontro, separazione e solitudine, Serena Balivo è, senza sorpresa, magnetica nell’assumere le malinconie e gli entusiasmi dei due characters. Padronanza vocale, gestualità sincopata, incastro dei tempi di regia, tutto sembrerebbe perfetto. A perplimere non è tanto una storia banale all’inverosimile e, di conseguenza, del tutto superflua dal punto di vista dell’esperienza artistica, ma la mancanza di una visione se non critica almeno complessa dell’immaginario femminino e mascolino da cui attinge e che si limita a reiterare. I cliché concettuali e le stereotipie dei comportamenti in Spezzato è il cuore della bellezza presentano non l’affresco lirico o decostruttivo di donne infelici perché non sanno che essere compagne o di uomini in mezzo al guado da un nuovo ruolo che non riescono a trovare e uno vecchio che non riescono ad abbandonare, ma semplicemente l’assunzione di questa situazione senza alcuna prospettiva emotiva o culturale, quasi crogiolandosi nella propria qualità attoriale e registica.

Al Chiostro Santa Chiara, il momento clou di questa giornata di chiusura festivaliera è stato il controverso Isadora Duncan di Jérôme Bel. Il coreografo di Montpellier decide per una messa in scena sui generis: a introdurla e ad accompagnarla per tutta la sua durata è il commento prosaico-didattico di Chiara Gallerani, ad eseguirla è Elisabeth Schwartz, storica interprete del repertorio – se così si può chiamare – duncaniano.

Bel prova a fare di un gesto di omaggio un gesto di danza e traduce in coreografica l’autobiografia (Una vita) di una ballerina che sconvolse l’ingessato mondo del’arte tersicorea e mise da parte il canone accademico per riscrivere il proprio movimento al servizio di una grammatica puramente interiore. Quello che fece Duncan non fu l’esito di un furore predadaista, tantomeno l’implosione emotiva della danza, ma la ricerca consapevole di una forma radicalmente rinnovata alla luce di un collegamento autentico tra l’espressione e l’interiorità. Isadora Duncan propone al pubblico un’organizzazione tripartita delle coreografie, prima danzata e musicata, poi danzata e tradotta da Gallerani in sintassi verbale delle frasi coreografiche, poi danzata in silenzio. In questo clima di riduzione al didascalico non poteva mancare il coinvolgimento del pubblico, dunque l’ossequio a quella che era la seconda passione di Isadora, vale a dire l’afflato pedagogico nei confronti di chiunque volesse restituire all’esterno le proprie esperienze e le proprie emozioni.

L’omaggio ne ripercorre l’intera epopea nella storia della danza: tra assoli aperti e circolari di Schwartz e la sottostante spiegazione di Gallerani, dai trionfi sui palcoscenici di tutto il mondo fino alle tragedie che ne sconvolsero l’esistenza e ne misero fine alla vita, la presenza di Duncan è splendidamente fantasmatica, anche se vengono ignorate le parti legate al periodo oscuro dell’alcolismo che avrebbero un po’ smussato l’impressione agiografica. La nudità dei piedi, il corpo liberato nelle larghe tuniche alla greca e la consegna di nuovi principi estetici e tecnici alle successive generazioni plasmano un vocabolario finalmente moderno che questo spettacolo onora efficacemente, pur al netto dello stucchevole e pedante ruolo svolto da Chiara Gallerani – che andrebbe sollevato dalle informazioni forse oggi à la page ma del tutto inessenziali (come la decisione di Bel di non stampare più i programmi di sala o di non usare l’aereo) per invece dare maggiore spazio al momento prettamente artistico.

Salutiamo Kilowatt con la visione di Stay Hungry – indagine di un affamato. Partito «dai laboratori teatrali tenuti in riva allo Stretto di Messina, l’incontro con un gruppo di giovani migranti segna per l’autore l’inizio di un’avventura speciale, dove il gioco scenico si trasforma in uno strumento per leggere i temi dell’integrazione». Angelo Campolo, esplicitando questo assunto, ne fa l’albero maestro di un’operazione di aperta critica ai meccanismi del politicamente corretto, in particolare dei bandi a sfondo sociale, del teatro come bolla su cui si concentrano aspettative a dir poco esagerate.

Ma la visione si espande e, tra le righe, investe anche tutto quel circuito artistico che lavora, anzi specula, «a uso e consumo del bando di turno». Il fatto che Campolo non faccia nomi e cognomi edulcora gran parte della denuncia ed è lo stesso spettacolo a disperdere diverse interessanti intuizioni – come la possibilità di decostruire la paradossale tendenza postmoderna a forzare la realtà in definizioni spesso tecnico-consumistiche, quasi sempre finalizzate allo sfruttamento delle risorse planetarie e umane.

L’accoglienza nei teatri diventa parte del business dell’integrazione, i progetti, i bandi, i fondi e anche l’intenzione artistico-drammaturgica sembrano non tanto incapaci quanto serve di un immaginario in cui le persone e le comunità smettono di essere quello che sono (esseri viventi) per diventare concetti (il migrante, la riqualificazione urbana, ecc) e l’arte non provoca più pensieri ed empatia, consapevolezza e azioni di autentica umanizzazione.

Peccato che quella di Ibrahim – di cui non diremo nulla per lasciare la sua scoperta ai futuri spettatori – sia la solita storia progressista del buon selvaggio, emblema di un mondo esotico corrotto dal malvagio occidente; peccato dunque che Stay Hungry non riesca a complicare drammaturgicamente le intenzioni radicali con cui pure si era aperto e da cui sperava di potesse assumere senso e valore. Magari condivisibile, ma vagamente superficiale.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno di Kilowatt Festival
location varie, Sansepolcro (AR)
domenica 26
ore 19:00
Chiostro Palazzo delle Laudi
Almeno nevicasse
ideazione e creazione Francesca Sarteanesi

ore 21:00
Giardino Misericordia
Spezzato è il cuore della bellezza
anteprima
con Serena Balivo
e con Mariano Dammacco, Erica Galante,
ideazione, drammaturgia e regia Mariano Dammacco
luci Stella Monesi
co-produzione Infinito srl, Opera Estate Festival Veneto
con il sostegno di MiBACT, Centro di residenza Emilia-Romagna (L’arboreto Teatro Dimora, La Corte Ospitale), Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt)

ore 22:10
Chiostro Santa Chiara
Isadora Duncan
concept Jérôme Bel
coreografia Isadora Duncan
con Elisabeth Schwartz, Chiara Gallerani
fotografia Véronique Ellena
co-produzione La Commune centre dramatique national d’Aubervilliers, Les Spectacles Vivants – Centre Georges Pompidou, Festival d’Automne, R.B. Jérôme Bel, Tanz im August/ HAU Hebbel am Ufer, BIT Teatergarasjen
con il supporto di CND Centre National de la Danse, all’interno del programma di residenza MC93, Ménagerie de Verre, nel contesto di Studiolab

ore 23:20
Chiostro San Francesco
Stay Hungry – indagine di un affamato
di e con Angelo Campolo
scene Giulia Drogo
assistente alla regia Antonio Previti
organizzazione generale Giuseppe Ministeri
segreteria Mariagrazia Coco

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