Let’s get lost

Il genio musicale di Chet Baker, resuscitato e più vivo che mai, riempie gli spazi del Teatro Sala Fontana di Milano, dimostrando l’eternità e l’immortalità della propria musica.

Almost Chet è un progetto musicale nato dall’amore di Tiziana Ghiglioni e Marco Massa per quel genio e sregolatezza di Chet Baker.
Scoperto a soli sedici anni da niente meno che Charlie Parker, Chet ha vissuto fino in fondo la propria musica, fondendosi con essa, sfiorando le note tra grinta e delicatezza. Trombettista dolce e introverso, con gli occhi tristi e lo sguardo perso chissà dove. Ma anche energico bebopper, guizzante ritmo e vitalità. Angelo e demone, re della musica e schiavo della droga. Dal palcoscenico al carcere, Chet ha saputo trasformare la poesia in una straziante carezza sputata da quella tromba, da quella voce che rendeva soffice e malinconica ogni cosa.

Tiziana Ghiglioni e Marco Massa – accompagnati da una band di grande esperienza, composta da Humberto Amésquita, Simone Massaron, Simone Daclon, Tito Mangialajo Rantzer e Massimo Pintori – hanno voluto rendere omaggio alla musica e alla persona di Chet, che ha incrociato le loro vite, influenzando e infiammandone la passione musicale. Lei, considerata la First Lady del jazz italiano e lui definito da Vincenzo Mollica «uno dei migliori autori attualmente in circolazione», hanno dato vita a una vera e propria resurrezione di Chet, sia da un punto di vista squisitamente musicale, che umano e personale.

Mentre i musicisti abbracciano i propri strumenti e le voci di Ghiglioni e Massa si alternano in un delicato vibrato dal sapore onirico che riporta in vita la musica di Chet, la lettura di alcuni brani ne fa risorgere la persona. Lo vediamo attraverso occhi femminili, che lo spogliano alla ricerca dell’origine di quella musica così penetrante, così profonda, così lontana. Donne che sperano di essere le muse di un poeta maledetto che muse non ha, che non può averne perché non è mai lì dove lo si guarda, perché sfugge, agli altri come a se stesso. Lo vediamo bellissimo e inarrivabile. Poi, di colpo, marcio e maledetto. Senza più denti – vuoi per l’eroina, vuoi per un regolamento di conti – costretto ad abbandonare – siamo a metà degli anni Sessanta – l’amata tromba, quell’unico strumento in grado di cantare e incanalare gioie e dolori. Poi di nuovo alla ribalta, rinato dalle proprie molteplici ceneri come se avesse più vite dei gatti, almeno fino all’ultimo volo, quello definitivo, giù dalla finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam.

Mentre i brani letti sulla vita di Chet si intersecano alle note di pezzi come Almost blue, Imagination, My funny valentine, Old davil moon, solo per citarne alcuni, vengono proiettate alle spalle della band immagini di Chet e filmati che fungono da coronamento visivo dello spettacolo – anche se, l’illuminazione del palcoscenico, concentrata sui musicisti, ne ha inevitabilmente smorzato l’intensità.

Splendido anche il finale, con un fischiettio che perdura anche dopo l’uscita di scena dell’ultimo musicista, con un’immagine di Chet sullo sfondo – che finalmente riesce a emergere – come a decretarne l’immortalità. Come se la sua voce, la sua musica, fosse ciò che il filosofo sloveno Slavoj Žižek definisce nei termini di «organo senza corpo»: qualcosa di talmente autonomo che perdura anche quando il resto muore, anche quando cala il sipario. Qualcosa che va al di là del corpo fisico, mortale, e che resta lì – esattamente come la musica di Chet – a riverberare nelle nostre esistenze, nei margini di noi stessi, nei punti che non riusciamo a toccare.
E questa è la sua eternità, perché, come Chat ci spiega in Almost blue, «not all good things come to an end now».

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Sala Fontana

via Boltraffio 21 – Milano
sabato 6 dicembre 2014 – ore 21.30

Almost Chet
di Tiziana Ghiglioni e Marco Massa
con Humberto Amésquita, Simone Massaron, Simone Daclon, Tito Mangialajo Rantzer e Massimo Pintori

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