Previsioni per l’avvenire

L’universo calderoniano continua a rappresentare un interlocutore privilegiato per l’indagine est-etica e antropologica dell’ensemble Lenz Fondazione. Dopo Hipógrifo violento e Flowers like stars?, il ri-dispiegamento delle possibilità drammaturgiche offerte dall’opera di uno dei massimi interpreti e autori della sensibilità barocca prende forma in un allestimento dominato dalla doppiezza dell’essere umano nel suo oscillare tra archetipi ancestrali e “ragioni” storicamente determinate.

Il reale e il sogno, il concreto e il virtuale, il determinato e il possibile, la verità e la fede sono (alcuni dei) momenti di una relazione rispetto alla quale la scelta dell’essere umano non è necessaria e neutra, ma ideologica, se non proprio partigiana.

La vita e la sua rappresentazione, dunque il teatro, sono per Lenz il grimaldello per scardinare la concezione unitario-riduzionista dell’individuo e per “sciogliere” l’interpretazione univoca di un’architettura antropologica che trascrive tratti personali e sociali in termini unilateralmente consumistici e riguado ai quali risulta sempre più complesso porsi costruttivamente in direzione ostinata e contraria.

Anche in conseguenza di questi recenti anni di esaltazione mistica della Scienza, l’alternativa è sempre più tacciata di essere bieca superstizione, così come la possibilità di un’organizzazione “nuova” rispetto alla globalizzazione neoliberista dei nostri tempi bui sembra sempre più prendere le forme di una mostruosa chimera. Il tabù non è, però, rappresentato dal semplice ipotizzare l’esistenza di una strada diversa da quella attuale, quanto dal fatto che il solo mettere in discussione l’ordine corrente – dunque difendere la tesi di un Altro stato – possa determinare la stessa fine della società umana, quando invece a costituire uno dei drammi più urgenti da affrontare è proprio l’atteggiamento predatorio e seduttivo del capitalismo contemporaneo.

Messo in scena nel prestigioso contesto della Biennale di Venezia diretta dal duo ricci/forte, Altro stato non rappresenta una semplice operazione di riscrittura, traduzione o attualizzazione di contenuti passati. Quello a cui Maria Federica Maestri e Francesco Pititto anelano è, infatti, la costruzione un “corpo a corpo” dialettico tra momenti spaziotemporali diversi e il tentativo di provocare – attraverso l’arte performativa – un rinnovato e autentico radicamento nell’oggi di contenuti e forme che hanno contribuito a determinare l’immaginario contemporaneo al fine di scuoterne le fragili fondamenta.

Nel caso di Pedro Calderón de la Barca, la relazione razionalistica con il reale, l’enfasi sulla dimensione onirica e la compenetrazione tra queste due dimensioni maturava in una concezione dell’esperienza esistenziale di vertiginosa e alternativa attualità rispetto a quel paradigma della tecnica ben delineato, per esempio, da Miguel Benasyag in Funzionare o esistere – secondo cui l’esperienza viene ricondotta a una raccolta di informazioni, il cammino dell’esistenza a una performance e la vita a una «griglia utilitaristica del funzionamento».

Clamorosamente marginalizzata in questo meccanismo riduzionista ed efficientista, l’idea di agire e pensare nella complessità del presente aprendosi al mistero dell’utopia porta, infatti, a pensare all’angoscia esistenziale non come negatività tout court, ma come opposta alla passività nei confronti del futuro e all’ossessione per un tempo che ci sta trascinando verso un eterno istante che si esaurisce senza attenzione e responsabilità nei confronti del vissuto quotidiano.

La “planimetria” drammaturgica di Altro stato non è complessa e si struttura sull’archetipo del doppio, vale a dire sulla relazione senza soluzione di continuità che si instaura tra “elementi duali” che storicamente hanno preso forma in un pensiero grettamente binario e ferocemente competitivo. Questa composizione si sostanzia in partiture drammaturgiche e performative che si fanno “ponte” tra contrari: quello che, dalla visione velata di Barbara Voghera dietro uno schermo, porta la proiezione della sua ombra a farsi “dal vivo”; o che conduce l’attrice a “traghettarsi” in un doppio ruolo senza mai potersi spogliare del tutto del proprio costume, così muovendosi virtuosisticamente all’interno di un testo sospeso tra realtà e sogno e rimanendo persona, personaggio e marionetta “animata” da eroico furore.

Lenz Fondazione, Altro Stato – Ph © Maria Federica Maestri (6)
Lenz Fondazione, Altro Stato – Ph © Maria Federica Maestri (6)

Ma un ponte collega anche il “ribaltamento” in negativo delle proiezioni imagoturgiche, le quali testimoniano con immediatezza come il fulcro della proposta lenziana sia la sostituzione del “binarismo” con “polarità”, vale a dire della contrapposizione dialettica con una immagine-cristallo capace di restituire l’ambivalenza di forze che si attraggono per la loro stessa alterità. Così come un ponte rimanda l’impianto sonoro di Claudio Rocchetti con le Variazioni Goldberg di Bach, mentre luce e ombra si rifrangono l’una sull’altra e il teatro si fa luogo di vita rappresentata e rappresentazione vitale.

Tuttavia, pur nella profondità di questo impianto concettuale e nella struggente concentrazione di Voghera, le linee drammaturgiche risultano appesantite da un eccesso registico e da una continua richiesta di movenze e virtuosismi vocali e gestuali che l’attrice gestisce con grande presenza scenica, ma che non sembra ancora essersi stratificata in una ricomposizione lirica o “per contrappunto” capace di agevolare l’auspicata myse en abyme

Se il dedalo teatrale, dunque, espone, ma non sedimenta le inquietudini inattuali che Lenz da tempo raccoglie nella sfida calderoniana, allora il (simbolico) caos scenico tende a prevalere su quello (reale) del mondo, finendo per restituire la sensazione di un allestimento adamantino nella sua pianificazione strategica, ma in parte immaturo nella sua messa in scena.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno della Biennale Teatro di Venezia
Arsenale – Tese dei Soppalchi 
Campo de la Tana, 2169, 30122 Venezia
dal 06/07/2021 al 07/07/2021

Altro stato
da La vita è sogno di Pedro Calderón de la Barca
traduzione, drammaturgia, imagoturgia Francesco Pititto
installazione, regia, costumi Maria Federica Maestri
interprete Barbara Voghera
musica Claudio Rocchetti
cura e organizzazione Elena Sorbi, Ilaria Stocchi
ufficio stampa, comunicazione, promozione Michele Pascarella
cura tecnica Alice Scartapacchio
produzione Lenz Fondazione
durata 40’

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