La macchina Latini

Incastrata tra due colli, tra rosmarini e lavande, c’è una foglia capovolta, e nel suo ventre ligneo e mastodontico, va in scena Amleto + Die Fortinbrasmaschine, anteprima nazionale dell’ultima creazione latiniana, organizzata con la collaborazione di Santarcangelo Festival Internazionale del Teatro in Piazza.

Nel 1979, al Théatre Gérard Philipe di Saint-Denis (Francia), andava in scena la prima assoluta di Die Hamletmaschine, opera dell’allora più grande scrittore di teatro vivente, Heiner Müller. La sua riscrittura dell’Amleto, liberamente ispirata ai versi del Bardo, contribuì allo sviluppo di un teatro postmoderno capace di reggersi su frammenti enigmatici che andavano al di là del canone narrativo di quei tempi, rappresentando un immobilismo in cui il testo si riscopre dinamico e inesauribile (in cui è presente, insomma, «il caos del fuoco e la comprensione della fiamma»).

Nel 2016, all’Arboreto di Mondaino, invece, va in scena l’anteprima nazionale di Amleto + Die Fortinbrasmaschine, opera dell’affabulatore vocale Roberto Latini. Quella che nasce come una «scrittura scenica liberamente ispirata a Die Hamletmaschine di Heiner Müller», diventa ben presto una «deriva» teatrale e metateatrale persa nei mari di questi tempi, ricolmi di abbandonati e sopravvissuti al naufragio. Il regista, drammaturgo e interprete sceglie di filtrare il suo dramma attraverso lo sguardo di Fortebraccio, contraltare del danese spesso e volentieri dimenticato e sottorappresentato: anche lui orfano di padre, anche lui erede al trono, eppure privo di quella paralisi fattiva che assedia il principe e che sarà la causa delle sue sciagure. Partendo da questo doppio, allora, Latini intesse un filo narrativo che si interroga su ciò che viene dopo il silenzio della morte: «Where is this sight?», ripete atterrito il norvegese.

Rispettando i cinque atti canonici (sia di Shakespeare che di Müller), Amleto + Die Fortinbrasmaschine si sposta di quadro in quadro mostrando una qualità tipica del teatro elisabettiano, dove in una singola parola vengono assorbiti e riflessi tutti i livelli della coscienza umana: la prontezza. Qui, infatti, giace il tesoro dell’esperienza, quel prezioso legame con l’inconscio collettivo. Come dice Peter Brook: «una parola può essere più di un guanto. È un magnete. Quando si adagia su uno spazio interiore ancora vuoto, nel momento in cui viene pronunciata, può riportare in superficie materiale sepolto nell’inconscio». Detonando nello spazio, Latini si affida alle risonanze che sorgono in questi piccoli spazi cavi aperti da una parola sospesa nel vuoto e genera un’infinità di mondi, facendosi di fatto agitatore di sogni.

Al netto di certe scelte scenografiche dall’elevata valenza simbolica, a metà tra «l’essere e il sembrare», l’anteprima di Mondaino offre un primo assaggio di quello che pare a tutti gli effetti un dramma già masticato in precedenza. Tra girotondi d’autore, microfoni appesi e lanterne volanti, infatti, sembrano poche le innovazioni concrete (a livello rappresentativo) che il pluripremiato romano riesce a restituire sulla scena, rimanendo così all’interno di una propria, rodata fenomenologia che, a momenti, si fa forse fin troppo criptica, danzando su caustici brandelli di alterità.

A livello testuale, invece, la macchina Fortebraccio diffonde nell’etere un concatenarsi a dir poco sublime di contaminazioni e co-incidenze culturali e politiche che segnano una svolta essenziale nella ricerca entelechiana del suo teatro. Mescolando con prontezza («readiness is all», dopotutto) una selezione di scritti variegata e visionaria (Dichiarazione dei diritti umani, Eduardo De Filippo, Marylin Monroe, Blade Runner e altri), Latini fa riecheggiare le parole eterne del diseredato di Danimarca in contesti sospesi tra il postmoderno e l’assurdo, confermando l’idea mülleriana secondo la quale «le mie parole non dicono più niente. I miei pensieri succhiano sangue alle immagini. Il mio dramma non si terrà più», e al tempo stesso refutandola. Basti pensare alla geniale catarsi di un’Ofelia morente che, seppur negata per l’amore, apre il proprio cuore a un flusso di coscienza che si collega direttamente con quello di una Molly Bloom estatica sotto le mura di Gibraltar che parla, dà fiato, dà vita e dice sì, sì, sì.

Amleto + Die Fortinbrasmaschine scardina ruoli, prende la Storia e la spezzetta, buttandone una parte, quella peggiore, e vivendo con l’altra. «Buonanotte, dolce principe».

Lo spettacolo è andato in scena
L’arboreto – Teatro Dimora

via alboreto, 6 – Mondaino
venerdì 15 luglio, ore 18

Roberto Latini – Fortebraccio Teatro presentano
Amleto + Die Fortinbrasmaschine
di e con Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e tecnica Max Mugnai
drammaturgia Roberto Latini, Barbara Weigel
regia Roberto Latini
movimenti di scena Marco Mencacci
organizzazione Nicole Arbelli
foto Fabio Lovino
produzione Fortebraccio Teatro
con la collaborazione di L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino
ATER Circuito Regionale Multidisciplinare – Teatro Comunale Laura Betti
Fondazione Orizzonti d’Arte
organizzata con la collaborazione di Santarcangelo Festival Internazionale del Teatro in Piazza 46ma edizione

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