Petricich-Amleto alla ricerca del perduto (e per ora irritrovabile) furor celtico: all’Out Off, tre ore di estenuante girovagare tra buone idee e imbarazzanti soluzioni. Tregua negli intermezzi musicali.

«Certo è che sarà un Amleto violento, duro e barbaro».
Parola di John Alexander Petricich, regista e attore principale del nuovo esperimento scenico generato dal potente testo di Shakespeare. Violento, duro, barbaro: aggettivi che promettono forza, ritmi incalzanti, emozioni problematiche, istinto, forse anche cattiveria. Sul palco e nella sala dell’Out Off, purtroppo, non si è vissuto nulla di tutto questo, fatta eccezione per le urla, quelle sì barbare, del protagonista.
Sedie, leggii, casse, costumi neri, una scena spoglia resa eccentrica dalle pelli di volpe abbandonate in proscenio. Il fonico a vista. Il regista chiama i suoi attori e con una scopa di saggina – davvero troppo nuova – spazza il pavimento nero, mettendo a nudo, ancora una volta, la macchina teatrale. Poi si comincia: sigla, a cura dei Furor Gallico. Bravi e interessanti, i componenti del gruppo metal-celtico monzese, e soprattutto folkloristici, coi loro kilt verdi e la pelle dipinta di blu; peccato che il furore che li contraddistingue fin dal nome sia stato domato, che siano stati costretto a un immobilità castrante, ridotti a muoversi solo per alzarsi dalle loro sedie all’accendersi delle luci verdi, e a risedersi, obbedienti, al ritorno della luce bianca, e la loro musica – che avrebbe potuto fare da amplificatore alle emozioni e ai messaggi – sia stata relegata a intermezzo musicale.
Guidati dai monotoni e prevedibili colori dei fari, musicisti e attori si alternano, seguendo sempre lo stesso schema, e non si incontrano mai, né stilisticamente né personalmente. Nei momenti musicali, gli attori bevono, ripassano battute, si perdono, si sorridono. Quando si recita, i musicisti lottano contro il sonno. Unico ponte, Petrich, che batte il tempo col piede e ogni tanto segue col labiale i testi delle canzoni, uscendo dal personaggio e comunicando l’ennesimo messaggio contraddittorio.
Troppi infatti i messaggi e i linguaggi che si susseguono nelle tre lentissime ore dello spettacolo. Minimalismo, rottura della finzione scenica, enfasi, effetti speciali, suoni ricercati ma assemblati con approssimazione, addirittura accenni trash (una per tutte, la scelta di rappresentare lo spettro con una luce dal fondo e una voce femminile con tante eco). Gli elementi simbolici, troppi: dal foglio bianco al posto del tradizionale libro nelle mani di Amleto al cartoncino bianco – invece della lettere per Ofelia – nelle mani di Polonio, non hanno la forza di farsi portatori di un significato univoco, e ridiventano oggetti anonimi, deboli, ambigui.
In sala non c’è tensione teatrale, si respira disagio, imbarazzo. Qualcuno ride, qualcuno sbadiglia, qualcuno esce. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di non finito, a un non dichiarato studio (con tutto il rispetto per tutti gli ottimi lavori teatral che si autodefiniscono, appunto, “studi”), a un’accozzaglia di intuizioni, anche buone, che non si abbia avuto il tempo di limare, di amalgamare.
Gli attori vagano poco convinti, si spaventano agli errori di illuminotecnica, si perdono sul palco e si ritrovano. Cercando il bandolo, più che recitare fingono: di aver freddo, di svenire, di piangere – fingono.
Menzione particolare, però, occorre dirlo, alla bravissima regina Gertrude, che in più occasioni risveglia gli spettatori regalando frammenti di vera emozione; e stupore ammirato per almeno due tra i tentativi sperimentali: la scelta dei personaggi da rappresentare (in scena, infatti, ci sono solo Amleto, Ofelia, Orazio, Polonio e Gertrude) e l’introduzione di un personaggio simbolico, della personificazione della vendetta, una donna che per tutta la vicenda se ne sta quieta a lavorare ai ferri, per poi esplodere in urla e rimproveri toccanti e strazianti.
Tre ore lunghe, dense di spunti e punti di domanda. Però, uscendo da teatro, resta la curiosità di ascoltare i Furor Gallico in un contesto più consono, e di rivedere almeno alcuni degli attori in altre, magari più riuscite, performance.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Out Off
via Mac Mahon, 16 – Milano
Giovedì 16 e venerdì 17, ore 20.45
Amleto
di William Shakespeare
Teatro Popolare Italiano
regia, scene, costumi e traduzione di John Alexander Petricich
con John Alexander Petricich, Laura Zeolla, Anna Plebani, Stefania Canevalli, Marco Favia, Alessandro Bosi
con le musiche originali eseguite da Furor Gallico. Voce: Davide Cicalese, chitarra: Stefano Centineo, chitarra: Luca Rossi, basso: Marco Brambilla, violino: Laura Brancorsini, arpa celtica: Elisabetta Rossi, batteria: Simone Sgarella
fonico: Roberto Brogliato

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