Le ipnotiche seduzioni del sud

La compagnia Divano Occidentale Orientale, Eti Teatro del Sacro e Fondazione Antonio Manes hanno portato in scena Ammaliata-Orchestra popolare per coro di sei voci e tre seggiole, composta e diretta da Giuseppe L. Bonifati.

Ammaliata è un viaggio alla ricerca di un mondo “perduto”, disperso nelle convulse trasformazioni di una società – quella italiana – che cambia velocemente dimenticando troppo in fretta le sue radici: le millenarie passioni, il secolare passato agreste, la magica saggezza, il mitico coacervo di superstizioni e d’esorcismo – per usare un’espressione pasoliniana – che caratterizzano non solo il tanto vituperato sud, ma tutte le civiltà nate e cresciute a contatto diretto e dialettico con le forze indomabili della natura. Un rapporto indissolubile, che ancora oggi si ripresenta, determinando l’attaccamento fraterno alla propria terra tipica dei paesi latini – che hanno conosciuto tardi e indirettamente l’imporsi storico del capitalismo e del mondo borghese.

Ed è precisamente la voglia intestina, umorale, “demoniaca” di risvegliare questa magica saggezza popolare, questo innocente tuttavia spietato legame con la terra e il sovrannaturale, con un animismo indigeno attraverso cui tutte le creature del cosmo si riconoscono “figlie di Dio”, che caratterizza Ammaliata: una dialettica fluida tra il frenetico dinamismo dei corpi “posseduti” dal male – tipico esempio, la tarantella e la taranta salentina –, un male, beninteso, tutto interno alla nostra incerta presenza terrena, all’incapacità di prender coscienza di sé come elementi razionali ed enti civili, e l’innata abilità affabulatoria di una narrazione gestuale che si perde nella notte dei tempi, riqualificando puntualmente una tradizione che si è andata stratificando fino ad arrivare ai nostri giorni, mantenendo intatta la sua precisa dimensione sabbatica e di rivelazione messianica, di rassegnazione pietosa mista al pianto agrodolce della creatura oppressa, che tenta disperatamente di alleviare le proprie insanabili sofferenze, siano esse d’amore, di parentela o d’interesse.

Lo scacciar via la sofferenza insopportabile diviene dunque l’esercizio fondamentale a cui tutta la narrazione – e una precisa cultura contadina – tende, grazie all’efficacia con cui rappresenta tutta una stralunata corte dei miracoli che si sbraccia disordinatamente per chiedere aiuto alla comare “guaritrice” –uno strepitoso Luigi Tabita – intravedendo in lei chissà quali poteri divinatori o di preveggenza, di taumaturga o di oracolo.

C’è chi le si rivolge per appagare le proprie pene d’amore, o chi viceversa vuole notizie del proprio innamorato partito improvvisamente, senza una ragione plausibile. In qualche modo, diviene il faro logico, di speranza-salvezza, in un mondo dominato dal caos e dall’imprevedibilità degli istinti umani, dalla pazzia del gioco naturale, dalle beffe dell’esistenza, da ciò, insomma, che risulta incomprensibile e per questo ci fa male, ci sfugge, ci umilia ponendosi al di sopra della nostra capacità analitica di esseri razionali.

La sua parola è legge: una legge anch’essa misteriosa e tuttavia fraterna, distante eppure vicina, che ritroviamo anche oggi nella pratica diffusissima di rivolgersi a maghi o fattucchiere di vario genere, che popolano indisturbati i palinsesti delle televisioni private, dispensando numeri a lotto o leggendo carte e tarocchi. L’imponderabile emerge perfettamente dai ritmi ossessivi – che evocano riti tribali di buon auspicio e i sabba contro gli spiriti maligni presenti nel voodoo africano – della musica che accompagna lo scorrere indiavolato della trama. Un vortice di echi emozionanti e simbolismi arcaici, che risvegliano nello spettatore qualcosa di indefinito sepolto nell’anima, una radice cultuale ed esistenziale comune, una costellazione agreste famigliare da cui tutti gli uomini, bene o male, discendono.

La frugale messa in scena, tre seggiole, sfondo nero e un bagliore ovattato di luce che assorbe e riflette l’intimità psicologica dei personaggi alla ribalta; la straordinaria presenza corporale del ballo che dialoga febbrilmente con la vocalità corale che ne scandisce le evoluzioni creative; l’abilità impressionante attraverso cui tutti gli attori riescono – rielaborando un para-linguaggio crogiuolo di diversi dialetti meridionali – a trasmettere gli umori, l’autentico humus di un mondo, una civiltà, come ricorda Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, soggetta a leggi, a una temporalità senza tempo, a una spazialità senza spazio, eternamente terrestre e quotidianamente metafisica, a noi “cittadini” assolutamente incomprensibili; tutto questo permette ad Ammaliata di dimostrare quanto il passato in realtà non passi mai, e come per guardare al futuro occorra rivisitare quella malia, l’insuperabile fascinazione mistica che fa della nostra tradizione il vero e proprio elisir vitae di un presente vittima del suo disumano nichilismo tecnocratico.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Quirino
Via delle Vergini, 7 – Roma
lunedì 30 maggio, ore 20.45

Ammaliata
Orchestra popolare per coro di sei voci e tre seggiole
di Giuseppe L. Bonifati
regia Giuseppe L. Bonifati
con Luigi Tabita, Fabio Pappacena, Maurizio Semeraro, Roberta De Stefano, Adele Tirante e Neilson Dos Santos
percussioni Antonio Merola
canzoni Giuseppe L. Bonifati
scene e costumi Giuseppe L. Bonifati, Cecilia Di Giuli
disegno luci Luca Migliaccio
con il patrocinio della Regione Calabria

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