Notti Bianche

L’eterno triangolo smentisce, ancora una volta, il sommo Dante. Sul palcoscenico del Teatro Litta colei che è amata non ricambia e gira la schiena indispettita.

Questo è l’anno di Fëdor Dostoevskij: soprattutto a teatro imperversano le riduzioni dai suoi romanzi. In primavera abbiamo assistito al capolavoro del maestro, I demoni, nella versione prolissa di Peter Stein, oggi Corrado d’Elia propone una rivisitazione di un romanzo giovanile di genere sentimentale, Notti Bianche.

Notti Bianche, in passato, è già stato al centro di almeno tre trasposizioni cinematografiche. Partendo da una suggestione espressionista insita nel testo originale: la definizione a-personale del protagonista – il “sognatore” –  Luchino Visconti nel 1956 ricostruisce Pietroburgo (nel film: una Livorno immaginaria che doveva assomigliare alla città russa) negli studi di Cinecittà e, con l’apporto degli scenografi Mario Chiari e Mario Garbuglia, rende a livello visivo quell’intuizione espressionista con chiaro-scuri estremamente suggestivi.

Nel 1971 è invece la volta di Robert Bresson. Anche lui affascinato dal romanzo sentimentale del giovane Dostoevskij, firma Quattro notti di un sognatore, puntando però sulla solitudine degli innamorati, immersi in una Parigi più che mai concreta e, nel contempo, estranea.

D’Elia torna oggi a quelle pagine con la sua particolare cifra stilistica e il triangolo amoroso di “lui che ama lei che ama un altro” si ripropone in un dialogo delicato in bilico tra realtà e sogno, forse puntando sull’aspetto giovanile del romanzo stesso: il bisogno di amore e l’importanza che si dà a questo sentimento, propri di chi è poco più che adolescente.

Del resto, l’animo russo – come quello latino – ha un côté sentimentale che sfiora lo struggimento e, a volte, rasenta il ridicolo di fronte, ad esempio, a un’accezione dell’amore più anglosassone che preferisce premere il tasto I like you (mi piaci – sto bene con te) piuttosto che un abusato I love you.

La cornice entro cui i due giovani si scambiano le loro storie di solitudine personale – forse universale – è il Teatro Litta, splendida scenografia naturale alle effusioni ottocentesche.

D’altro canto la semplice scenografia, composta da luci su fondali azzurri, gioca col titolo – quelle notti bianche che nel Nord Europa illuminano i cieli durante alcuni mesi estivi – e s’intona perfettamente con gli stucchi di questo teatro patrizio, figlio di quel Settecento, quando il teatro apparteneva solamente alle “anime belle”, che se lo facevano costruire a casa propria o che investivano i propri fondi per un palchetto alla Scala – mirando agli introiti del gioco d’azzardo praticato nei ridotti e ridottini.

E sebbene struttura architettonica perfettamente in tema, ci sembra una beffa del destino che un teatro costruito per compiacere pochi, ospiti oggi la compagnia del Teatro Libero, chiuso alla vigilia del debutto: in questo periodo, più che mai confuso, della nostra storia recente, c’è bisogno di cultura, di confronto e di presenze stabili. Necessità del teatro tout court senza se e senza ma. Anche se ci rimane sulle labbra una domanda: perché oggi sia necessario riproporre questo testo, così datato e così sentimental-popolare.

Lo spettacolo continua:
Teatro Litta

corso Magenta 24 – Milano
dal 31 ottobre al 7 novembre
Compagnia Teatri Possibili presenta:

Notti Bianche
da Fëdor Dostoevskij
regia Corrado d’Elia
assistente alla regia Luca Ligato
con Stefano Annoni e Désirée Giorgetti
scene Francesca Marsella
costumi Stefania Di Martino
luci Alessandro Tinelli

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